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Mauro Grimoldi
Mi occupo in prevalenza di criminologia minorile e problemi dell'adolescenza. Faccio attività peritale, clinica e formazione. Sono coordinatore scientifico della Casa dei Diritti del Comune di Milano e blogger per la testata “Il Fatto Quotidiano”. Tra le altre cose, per alcuni anni sono stato responsabile dell’unità operativa che effettua la valutazione diagnostica dei minori che commettono crimini presso il T.M. di Brescia. Dal 2010 al 2013 sono stato Presidente dell’Ordine Psicologi della Lombardia; oggi sono consigliere OPL ed ENPAP. Ho pubblicato tra l'altro “Adolescenze Estreme. I perché dei ragazzi che uccidono” (Feltrinelli) e altri saggi e contributi sulla devianza minorile e sul disagio adolescenziale. Collaboro saltuariamente con l’Università Vita-Salute San Raffaele.

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11 commenti

  1. Se prometto di farvi ridere (inducendo quindi un miglioramento del vostro stato psichico ) raccontandovi una barzelletta, potrei essere accusato di abuso. Potreste cominciare a prendere in considerazione l’idea di fare causa a tutti i comici di professione. Chi va a vedere uno spettacolo comico promette sicuramente di far divertire (e quindi provocare un cambiamento addirittura nell’umore!!! Roba da pazzi!! Che importa se usa la tecnica dell’umorismo? Non conta! Così come non importa che non ci sia rapporto tipo terapeuta-paziente o nessuna “diagnosi”! Ora finalmente non conta più!!!!
    Dopodiché forse perseguire tutto il genere umano visto che è difficile che una qualsiasi interazione di una persona con l’altra non induca un qualche cambiamento nello stato psichico. Se siete coerenti con le vostre premesse, allora potete pretendere di essere gli unici esseri umani autorizzati ad interagire con altri. Ci obbligherete dunque all’isolamento forzato? Una vera battaglia di civiltà la vostra. Complimenti!

    • Mauro Grimoldi

      Caro Fabio, evidentemente la sentenza riguarda un’attività professionale orientata a un fine. Non temere, Crozza è salvo almeno finché non apre uno studio e decide di farsi pagare per guarire la gente dall’ansia e dalla depressione.

      • Mauro, dunque mi sembra di capire che anche secondo te bisogna inquadrare il discorso della modificazione dello stato psichico in un contesto ben preciso. Tu porti l’esempio del promettere di guarire dall’ansia e dalla depressione”, molto bene nessun serio counselor promette qualcosa del genere. Immagino tu sappia quali fini si propone il counseling così come sono espressi ad esempio dalle associazioni di categoria. Ascoltare, facilitare l’emergere delle risorse interne, aiutare il cliente a trovare le sue soluzioni rispetto a situazioni concrete della sua vita, è cosa diversa dal “guarire” ecc.. Ceto la modificazione della sfera psichica (ma com’è rilevabile?, come è misurabile? è un concetto scientifico?) probabilmente esiste come esiste in qualunque relazione umana, per questo volevo sottolineare l’assurdità dello sposare entusiasticmente da parte vostra la posizione che qualunque modifica sia un abuso, altrimenti coerentemente dovreste davvero fare causa al genere umano. Quindi convenite che questo deve accadere all’interno di una relazione dove uno promette di curare l’altro e fa esplicitamente diagnosi ecc.. (cosa di cui parla anche la sentenza in una parte precedente)

      • Mauro Grimoldi

        Caro Fabio, se vai a vedere le segnalazioni agli Ordini o un po’ di sentenze, magari anche tra quelle riguardanti i counselor denunciati da me o in cui ho fatto attività di consulenza vedrai che il tema non è astratto e che i counselor che prendono in carico pazienti con ansia o depressione sono più frequenti di quanto si creda. Per quanto concerne le definizioni… flatus vocis. Le varie associazioni ne studiano di nuove e diverse a seconda delle esigenze, ma cosa faccia (o possa fare) un counselor nel panorama italiano io non l’ho ancora capito. La definizione di counseling della Sico nel 1992 era ben diversa da quella proposta da Assocounseling oggi che deve fronteggiare la normazione UNI e la sentenza del TAR Lazio in Consiglio di Stato.

    • Fabio, il tuo post è alquanto sensato se non si parlasse di cose serie; sostieni infatti proprio il principio che seguono tutti coloro che abusano in maniera volontaria e deliberata della professione di psicologo ( e ti garantisco che questo abuso è dilagante, anche a causa degli stessi psicologi). Mi occupo di psiconcologia; ho la laurea in psicologia, la specializzazione in psicoterapia, corsi di perfezionamento e via dicendo. Recentemente una persona si è proclamata “cancer coach”; non si sa che percorso formativo ha fatto, dove, che competenze ha e via dicendo ma ritiene che non occupandosi di psicoterapia possa intervenire sui risvolti emotivi della malattia cancro sulla persona ammalata anche senza un percorso formativo accademico (ovviamente ritiene che gli psicologi invadano il suo settore di intervento; anche questo è tipico di chi crede di poter fare lo psicologo senza seguire il percorso di formazione appositamente costituito) . Questo è solo un esempio ma lo si osserva ovunque. Ci vogliono delle regole e vanno osservate; per occuparsi di psicologia ci vuole una laurea in psicologia, sic et simpliciter!

      • Michele mi fa piacere che trovi sensato il mio argomento, mi sfugge un pò di più la seconda parte quando ritieni sia un argomento di chi abusa. Non so nel tuo caso specifico che formazione abbia la coach a cui fai riferimento (prchè non chiederglielo?) non so cosa faccia, magari le sue modalità di intervento sono differenti, magari ha una formazione valida anche se non “accademica” . Se si parte dal presupposto che tutti gli altri sino abusivi è difficile dialogare e anche stabilire delle regole valide e condivise

      • Mauro Grimoldi

        Non c’è dubbio. E c’è di più. Non ha alcun senso chiedere alcunché sulla preparazione del nostro amico coach perché non si possono mettere sullo stesso piano il professionista che ha svolto una formazione riconosciuta e un secondo soggetto che dopo una formazione autoreferenziale si autorizza da solo a “fare” qualcosa che ritiene gli sia stato insegnato. E’ come chiedersi se l’intervento chirurgico svolto da una persona che ha falsificato la laurea sia riuscito più o meno bene; sarà anche strepitosamente bravo, ma anche in questo caso non può esercitare. Il confronto non è sul piano dell’abilità, ma anzitutto di una posizione etica.

  2. Se c’è abusivismo é perché il panorama degli psicologi italiani è desolante. iniziamo a occuparci di ricerca scientifica ed efficacia dei trattamenti e facciamo in modo che almeno vengano date delle linee guida. Difficile da farsi quando il 70% delle formazioni psicoterapeutiche in Italia sono campate per aria senza alcun collegamento con la ricerca scientifica.

    • Condivido appieno questo intervento; non l’assenza di collegamento con la ricerca scientifica favorisce l’abuso ma danneggia gli psicologi stessi.

  3. Grazie per questo articolo! Gli improvvisati psicologi con corsettini dubbi non riconosciuti o appunto gente che crede che basti raccontare barzellette per rendere uno stato psichico conpromesso e benessere generale stabile in persone con disturbi è bene che siano impistati in studi più approfonditi, quali le facoltà e i tirocini clinici. Non esistono scorciatoie in un campo tanto difficile quanto delicato.

  4. Sono d’accordo ma non vedo perché voi di Altra psicologia dovete sempre giudicare metodi alternativi o il counseling. Come psicologo mi discosto da questo atteggiamento poco professionale. Se uno è abusivo è abusivo. Da qui a chiamate amenità altre discipline che non sono “scientifiche” siamo nel campo delle opinioni personali.

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