Home / Articoli / Attualità / L’incubo di Recalcati tra Leopolda e Stephen King
Mauro Grimoldi
Mi occupo in prevalenza di criminologia minorile e problemi dell'adolescenza. Faccio attività peritale, clinica e formazione. Sono coordinatore scientifico della Casa dei Diritti del Comune di Milano e blogger per la testata “Il Fatto Quotidiano”. Tra le altre cose, per alcuni anni sono stato responsabile dell’unità operativa che effettua la valutazione diagnostica dei minori che commettono crimini presso il T.M. di Brescia. Dal 2010 al 2013 sono stato Presidente dell’Ordine Psicologi della Lombardia; oggi sono consigliere OPL ed ENPAP. Ho pubblicato tra l'altro “Adolescenze Estreme. I perché dei ragazzi che uccidono” (Feltrinelli) e altri saggi e contributi sulla devianza minorile e sul disagio adolescenziale. Collaboro saltuariamente con l’Università Vita-Salute San Raffaele.

Leggi tutti i suoi articoli (32)

L’incubo di Recalcati tra Leopolda e Stephen King

image_pdfimage_print

Misery non deve morire“Misery non deve morire” è un romanzo di Stephen King da cui è stata tratta una fortunata edizione cinematografica. Misery è un eroina di una serie di romanzi cui l’autore vorrebbe porre termine. Ma una fan, incapace di sopportare la fine di Misery, rapisce l’autore e in una celebre scena lo immobilizza e con una possente mazza gli spezza la caviglia per impedirgli di realizzare il suo proposito e porre termine alla vita letteraria della sua eroina. E’, la storia di Misery che non deve morire, un emblema della difficoltà di cambiare.

Ora, Massimo Recalcati è andato pochi giorni fa alla Leopolda. E ha proposto “da uomo di sinistra” alcune letture psicanalitiche dei vizi di una parte della sinistra italiana: Un grande sintomo della sinistra  massimalista è il conservatorismo, si interpreta l’eredità come una  tutela museale del testo costituzionale”. Ha proposto una posizione politica. Ma anche una realtà vista con le lenti della sua cultura, profondamente psicanalitica.

Le conseguenze sono state notevolissime. La mattina Recalcati si è ritrovato con un problema: più di cento inviti in ogni parte d’Italia, e 1.034 nuove richieste di amicizia su Facebook, che per un lacaniano – di solito gente schiva e generalmente pallida anche d’estate, usa ad una comunicazione esoterica che non è affatto detto venga compresa neppure tra loro – è un evento discretamente destabilizzante.

Molti cittadini avevano sentito per la prima volta parlare uno psicanalista in una manifestazione politica. E a molti è anche piaciuto.

La comunità scientifica però, specie dei più giovani è insorta. Molti gruppi Facebook hanno dovuto fare intervenire i moderatori e in alcuni casi cacciare i più inquieti. Molto volevano cercare Recalcati e spezzargli una caviglia per non farlo tornare mai più alla Leopolda. Mai più uno psicanalista politico.

La prima critica, lo psicologo cortigiano

Molti si sono limitati a registrare l’incontro e hanno provato fastidio. Hanno visto quello che a loro è oggi negato e hanno voluto vivere quello di Recalcati come un atto da cortigiani, pro domo sua, fonte di danno.

Eppure per la prima volta a fianco del presidente del consiglio in carica c’era uno psicologo. La parola di uno psicanalista è sembrata vera, credibile, profonda, nuova e diversa.

E’ un riflesso anche biografico nel caso di Recalcati: è stata solo la sua parola, quella dello psicanalista e dei suoi libri ad accreditare Massimo, che di suo non è affatto figlio d’arte. Recalcati non è stato chiamato da Matteo Renzi per il suo ruolo, in quanto governante, figura burocratica, istituzionale, non per un atto dovuto ma solo per ciò che ha scritto, per la potenza trasformativa intuita nella sua parola.

20161106_leopolda_recalcati_uLa seconda critica, il mito della neutralità e dell’astinenza

Cosa amano e odiano i vecchi? I vecchi amano: giocare a carte fra loro, leggere il giornale borbottando, l’odore stantio e rassicurante della loro casa. E i vecchi odiano: il chiasso dei bambini, i libri che parlano di cose strane, l’aria aperta, le cose che mettono dei dubbi.

Che brutta figura, ma come, uno psicologo che usa le proprie chiavi di lettura della realtà per interpretare il mondo? Alcuni sono arrivati a sostenere l’esigenza che lo psicologo “non prenda posizione”. O che intervenga solo “come cittadino”, cioè non dicendo cose da psicologo: ma come può se la sua lingua è quella, la sua cultura è forgiata da Freud e Lacan, di che deve parlare, di diritto, o di urbanistica?

Ci siamo scontrati con un mito di astinenza sociale o di neutralità politica esteso dal setting clinico all’intera vita dello psicologo in quanto tale. L’immagine dello psicanalista astinente dal mondo, sempre e comunque è spaventosa: è la fantasia perversa dell’analista che non può avere rapporti sessuali. Recalcati legato a un letto con le gambe spezzate come lo scrittore di ‘Misery non deve morire’

Mi domando se sia questa la ragione per cui troppo pochi psicologi prendono pubblicamente posizione su quei temi sociali che pure beneficerebbero di un serio approfondimento psicologico, dal fondamentalismo religioso alla genitorialità omosessuale alla violenza di genere.

Penso invece che lo psicologo si debba immergere fino in fondo nella vita della propria comunità e che la vive, l’ascolta e la respira e che poi proponga, prenda posizione, intervenga, parli, agisca nel mondo, lui che conosce il peggio, gli abissi dell’animo umano.

E poi, diciamoci la verità…

Le nostre istituzioni sono state anche troppo frequentate da presidenti troppo spesso impauriti all’idea di svolgere qualsiasi funzione istituzionale, timorosi come sono di perdere qualche “grande elettore”. Trattano così gli Ordini professionali come bocciofile. Amano organizzare serate, conferenze, feste, incontri, presentazioni di libri.

  • Camminano invece sulle uova se gli parli di formazione in psicoterapia,
  • evitano accuratamente il dialogo con le università sul futuro degli studenti che vengono oggi formati in sovrannumero,
  • non indicano alcuna direzione della professione perché non hanno una visione del futuro.

L’abusivismo prospera e la psicologia langue nella povertà delle parole dei propri rappresentanti, parole che non fanno breccia, che non riescono a convincere.

Mi sembra di ricordare che qualcuno tra coloro che oggi si scagliano contro Recalcati alla Leopolda si chiedeva perché non esista ancora in Italia una legge sulla psicologia scolastica, sul trattamento dei minori autori di reato, sulla psicologia sostenibile.

Ora si può essere di destra o di sinistra, per il sì o per il no e pure per il forse, ma non mi si potrà mai dire che come voce della psicologia quella di Massimo Recalcati non sia infinitamente migliore di quella di chi sta sul proprio scranno grazie a brogli elettorali o creando danni erariali da milioni di euro.

Peccato invidiare uno che ha fondato la propria credibilità solo ed esclusivamente sulla propria parola, che è la parola di uno psicanalista. Cosa diversa dal dire – ovviamente – che sia la parola della psicanalisi.

Peccato però scindere e proiettare.

Peccato sentire il desiderio di immobilizzarlo, di riportarlo nello studio, di spezzargli la caviglia per fare vivere Misery per sempre.

Perché invece, forse oggi siamo di fronte al primo atto di parola che rende la nostra professione credibile di fronte al paese.

Compila i campi di seguito per rimanere aggiornato sulle attività di AltraPsicologia.

Cliccando sul bottone “ISCRIVIMI ALLA NEWSLETTER” dichiari di aver letto ed accettato le Condizioni Generali di Servizio e la normativa sulla Privacy.


5 commenti

  1. Peccato, davvero!
    Non tanto per un Lacaniano che prende posizione politica alla vigilia di un appuntamento plebiscitario che vede l’Italia divisa sommariamente in due, lo trovo umano, forse un po’ poco professionale, ma umano.
    Forse nemmeno perché questo professionista palesa nel modo più evidente possibile questo suo appartenere politico al punto che forse dovrà passare tanto tempo prima che li si possa ridividere; poco “vincente” come presentazione, ma questa è più un’opinione personale a prescindere dalle idee.
    Dico peccato perché viene persa una grande opportunità per tutti gli psicologi e questo se non proprio a ridosso, comunque preoccupantemente vicino ad una “nostra” elezione.
    Mi ero illusa, ci avevo creduto davvero alla purezza di AP!
    Pensavo che AP in questi anni di governo nei vari ordini, all’ENPAP e nei vari gruppi locali non sarebbe caduta nell’errore di questo Lacaniano, che non avrebbe mai sposato uno schieramento politico, ma che avesse continuato a lottare per gli interessi degli psicologi, del loro lavoro e dei loro pazienti senza mai “scendere” nel campo politico.
    Ma forse è proprio questa la più grande lezione che possiamo ricavare dal gesto di questo collega e dalla sua brava claque oggi come non mai simile al gregge di Orwelliana memoria: “apolitici bene, schierati col potere forte meglio!”
    E allora, mentre ancora sono colta dai dubbi su cosa votare al referendum, iniziano a venirmi anche dubbi su chi votare alle “nostre elezioni”, perché come disse Lacan: “Quando l’essere amato va troppo lontano nel tradimento di se stesso e persevera nell’inganno di sé, l’amore non lo segue più.”, ma forse lui parlava di amori e ideali più profondi di quelli nati all’epoca di internet

  2. Non so se, quando lo psicoanalista J.A. Miller sosteneva la necessità di ‘parlare la lingua dell’altro’, cercando di rendere l’analista una figura attuale, elastica, capace di lasciare sempre più le mura dello studio, si riferisse anche alle kermesse di corrente di partito, come quella tenutasi alla Leopolda. La passerella fiorentina rappresentava invero più un salotto esclusivo, il défilé di una piccola élite, che non le voci della città.
    La psicoanalisi, piuttosto che accasarsi presso un’avanguardia benpensante e piena, satolla di mezzi e verità, dovrebbe andare laddove la carne della città è viva, in bilico, precaria, disoccupata. Dove c’è il vuoto, dove qualcosa manca, cercando di dare voce a tutti coloro i quali la voce l’hanno persa, al prezzo di volgarizzarsi. Non è populismo dire che là dentro non erano rappresentate che alcune delle voci della società. Non certo quelle dei docenti toccati dalle recenti riforme, nè quelle dei giovani vittime del jobs act, manco quelle degli operai della Fiat colpiti dal ‘modello Marchionne’, uomo col quale il leader della Leopolda si dice in piena sintonia. Se la psicoanalisi la si vuole usare in città, dans la rue, si deve cercare di arrivare anche nelle periferie. Pena, il cadere in un gioco di specchi dove il padrone si bea delle sue parole e dei suoi tecnicismi, che si stagliano, ma sfumano in mezzo alla pletora di applausi e voci univoche del coro.

    Come uomini possiamo andare ovunque. Entrare in qualsiasi consesso liberamente. Come analisti sappiamo che esistono stanze che ci impongo di lasciare il soprabito fuori dalla porta. La questione dell’‘opacità’ dell’analista, vale a dire la capacità tenace di non lasciare trasparire che poco o nulla dei propri vissuti interiori, è un articolo cardine della costituzione analitica, che permette all’analista di restare tale, occupando quella posizione, indipendentemente dal mutare dei tempi e dei costumi. L’analista, e questo lo sanno davvero tutti coloro che sono addetti ai lavori, affinché il dispositivo funzioni e non si tramuti in qualcosa d’altro, deve saper mantenere questa posizione il più possibile decolorata, quel posto che Lacan definisce dello ‘scarto’. In seduta, certo. Ma non solo. Viceversa, il mostrare pubblicamente le proprie pulsioni, idee, vestendole del lessico clinico, può sfociare in qualcosa che assomiglia ad un ‘giudizio diagnostico’ extra moenia. E in un mondo mediatico dove se ti metti in posa sai che il tuo messaggio verrà replicato all’infinito, è qualcosa che può turbare, scuotere, colpire, pasticciare il lavoro in corso di tanti che si sono sentiti chiamati in causa. Penso al lavoro analitico delle mummie masochiste che voteranno no. Mi chiedo quale sarebbe la reazione dei miei analizzanti, del pd, o quelli di sinistra, o di destra, se mi vedessero non già schierato, quanto ‘arruolato’ imbracciando la doppietta del dsm in uno dei palchi politici ai quali ho partecipato. Apostrofando parte di essi come un ‘corpo unico’, definendoli in base a questa o quella affezione dalla quale sarebbero interessati. Quanto poco ci vorrebbe a pisciare su anni ed anni di faticosa costruzione di rapporti a volte difficili, densi di elementi transferali da tenere sotto controllo. Quanta fatica per raggiungere, con i limiti della mia imperfezione, la meta dell’uno per uno. Come entreranno in seduta tutti questi analizzanti che votano no? Anni ed anni di rettifica personale, con lavori minuziosi e faticosi sulla pelle del proprio inconscio, resisteranno alla diagnosi di massa effettuata dal video? E quelli che son padri e votano no, o che hanno padri che votano no, sono pronti a vivere da mummie, affette dalla patologia del masochismo? Si tramuterà in un allungamento delle sedute per elaborare la diagnosi inaspettata, o basterà non parlarne?

    L’uso del linguaggio analitico per definire, e mal apostrofare, non un singolo, ma un’intera categoria di persone unite esclusivamente dal loro orientamento referendario, è una brutta deriva. Usare la diagnosi per stigmatizzare, categorizzare, delocalizzare tutto quello che sfugge alla propria capacità di ordinare simbolicamente, risponde alla necessità arcaica del dipingere il dissenziente come barbaro, malato, una sorta di golem mummificato ed angosciante che cammina per strada terrorizzando la tranquilla popolazione e premendo alle porte, come nella serie Wayward Pines. Taglio di bistecca con mannaia; tre pezzi di carne: i vecchi mummificati, gli adolescenti perenni abbagliati da grillo, e, finalmente, gli ‘eletti’ dotati di verbo, idee e sognatori. E pazienza se sul sito dell’ordine degli psicologi trovo scritto che: lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza.
    Diceva quel tale ‘Le eresie devono pur esistere’, ed è proprio questo il vero spirito laico dello psicoanalista. Aprire la porta ed accogliere tutto ciò che è dissonante, incomprensibile. Quell’elemento di sorpresa che distingue la clinica analitica da un processo di normalizzazione. All’analista non frega nulla dell’ordine pubblico.

    Ridiamo pure delle mummie ma, dietro al grottesco, si nasconde il giudizio. Chi fa lo psicoanalista, lo sa. Essere masochista, paranoico, fobico, schizofrenico, dissociato, non è una colpa. Sono strutture che il soggetto si trova ad abitare, lui nonostante. La psicoanalisi non giudica, accoglie. Ho ricevuto un insegnamento in questo campo, giacché tra tanti maestri fallaci, qualche clinico rigoroso l’ho incontrato, seppur tardi. L’insegnamento consiste in questo: quando parli di clinica, e fai il mestiere dell’analista, usi il linguaggio al pieno delle sue potenzialità, gravido delle sue implicazioni e devi essere pronto a sopportare le conseguenze di ciò che dici. Il masochista non è secondo Lacan semplicemente colui il quale gode soffrendo, bensì un deietto(1). Dunque un soggetto deresponsabilizzato. L’accozzaglia del no sapeva di essere gruppo di burattini in cerca di padrone, come Peter Sellers di ‘Oltre il giardino’? In realtà i mille no che io conosco, il mio compreso, affondano radici in motivazioni ben coscienti e consapevoli. Molti di loro semplicemente hanno pensato di dire no perché questa riforma è fatta male. O perché non amano Renzi e la sua compagine. O perché hanno i loro motivi.

    Se usassimo il giudizio clinico fuori dallo studio, stravolgendo come detto l’essenza stessa della psicoanalisi, la Leopolda potrebbe apparire un luogo di obbedienza, dove si vota sì perché è ciò che ha detto il capo. Potrei abusare delle nozioni diagnostiche riempiendomi la bocca di parole come “forza della legge perversa”, alienazione e fedeltà. Potrei addirittura scomodare la perversione. Il perverso in fondo non è che un uomo di fede, un essere che cerca, edifica e venera un Dio al quale votarsi. Ma non farei lo psicanalista. Ciò nonostante nessuno riuscirà mai a togliermi dalla testa la convinzione che nel caso della nomina di Telemaco abbia agito una vera lex perversa. Tramutato in Caino, fa fuori il fratello di partito e ne prende il posto. Senza passare dalle urne, senza mai quell’incontro con il principio di realtà chiamato voto. Come mummia continuo a sedermi su vecchie e solide certezze: per cambiare la Carta Costituzionale, devi sapere cosa fai. Ma, soprattutto, devi esser certo di rappresentare davvero l’intenzione popolare, la maggioranza del paese, e questo, lo si voglia o meno, lo si ottiene attraverso il voto. Diversamente ti atteggi a minoranza autoeletta ed illuminata, che ti porta a redigere un quesito referendario nel quale mostri i pregi di questa tua modifica, ma tieni i difetti nella stilografica.

    Liquidare l’avversario perché indossa indumenti diagnostici, significa adottare una micidiale prospettiva secondo la quale la protesta, il dissenso, diventano ipso facto paranoiche, perché attentano alla verità del capo. Ecco allora il vecchio, democristiano, ritorno di noi vs loro. Con Berlusconi gli altri erano ‘invidiosi’, oggi invece accomunati da una unica trinariciuta ‘passione masochista’. La “Guerra all’Eurasia” è stata dichiarata e la costruzione del nemico, che ora è anche malato, prende forma nel coro dei plaudenti, concretizzandosi in un ‘fuori fuori’, rivolto agli ex amici di partito, vissuti come un’orda compatta di Uruk-Ai che cinge d’assedio le insonorizzate mura della Leopolda. Un’orda non pensante, che sta per entrare nella stanza dove alcuni eletti stanno riscrivendo la carta, anche per il loro bene, e questi nemmeno lo sanno. Come nel film ‘Gattaca’, come nelle parole di Philp Dick ‘Coloro che ti sono avversi, sono pazzi’.
    Questo perché il potere, alla fine, è sempre uguale a sé stesso, per sua stessa natura, è paranoico, e non tollera le voci dissenzienti perché è forcluso. E la sua forclusione è direttamente proporzionale alla forza muscolare che mette in campo per zittire le voci dissonanti. Libero di fare quel che vuole dentro a regole rigide impartite agli altri, costituisce quel discorso che la psicoanalisi deve avversare, non lisciare. Può essa essere messa al servizio di un potere che si blinda, che cambia i direttori dei telegiornali in corso d’opera per garantirsi una miglior audience? Che manganella i dissenzienti fuori le mura? Non mi si dica, per l’amor di Dio, che i manifestanti fermati alle porte della Leopolda dalle forze dell’ordine e dal servizio di sicurezza del Pd erano tutti facinorosi black block. Non mi si cerchi di avvalorare la tesi fatta passare dal palco: ‘là fuori loro ci odiano!’ Era Berlusconi ad usare la logica dell’amore vs odio, che tanto gli ha fruttato. Al netto delle condotte violente, era la voce contrastante. Erano quel reale inassimilato che, se forcluso a manganellate, torna, e sempre tornerà, come insegna Lacan, dalla finestra, che dovrà essere sempre più spessa, più barricata. Per proteggere gli eletti dall’avanzare scomposto del nemico, che avrà le sembianze vieppiù del persecutore, del perturbante, del kakon. ‘La mummia’, ‘il vecchio’, ‘il conservatore’, ‘ il cattivo partigiano’, passerella linguista degli orrori a significare che nell’altro qualcosa non funziona, e dentro alla piramide c’è la salute e la tranquillità.
    Nessuno in realtà li odia. Né tantomeno truppe cammellate vogliono rubare loro i sogni. Sono loro ad avere un sogno che cercano di imporre come buona pratica di vita urbi et orbi. Hanno un sogno, ma non rappresentano null’altro che sé stessi. Staccati dall’elettorato, incuranti della loro effettiva rappresentatività, paventano predoni onirici, quando non si tratta che della gente, degli uomini del quotidiano. Quella stessa gente che del referendum sa poco o nulla, malamente informata, e per nulla istruita. Il 33% degli Italiani ha appena sentito parlare delle questioni referendarie. Il 14% dichiara di non saperne nulla. E qua, la nuova compagine telemacoide dimostra di aver del tutto abdicato all’erotica dell’insegnamento, quella cioè di informare le masse, dando la giusta dose di conoscenza. Per dirla alla Orwell “l’ignoranza è forza”.

    Io sono un uomo di sinistra dunque abissalmente lontano da Renzi, dal renzismo e dalla claque della Leopolda. E poco mi interessano. Dunque queste righe non sono da intendersi come una sorta di dichiarazione politica, non sarebbe questa la sede. Ma poiché il mestiere dell’analista tento di praticarlo, mi è parso doveroso ricordare che l’analisi è sfida, è verità minoritaria. E’ incontro con l’alterità, messa in discussione di un sapere, qualunque esso sia. L’analisi, in quanto tale, è una resistenza all’omologazione, al dire comune. Il dire analitico rompe le palle al padrone, non lo blandisce. E’ la sfida di ogni giorno nell’aprire la porta a uomini e donne che non hanno denaro, e hanno sempre meno parole. La vera sfida sta nel parlare con la medicina, con la psichiatria. Anche con la politica, ma non accovacciati al camino mentre il padrone sorseggia il tè.
    La sfida della psicoanalisi sta nell’essere laddove viene vista con sospetto, con timore. Anni passati a discutere con il Pd di Modena (che un tempo non lontano ospitava la federazione del partito comunista più grande d’Europa) di eutanasia, vittime del fine lavoro, della non legge sulla tortura, di perversione e di terrorismo, delle violenze perpetrate da parti delle forze di polizia. Ospite, relatore ed organizzatore in dibattiti dove alla fine del confronto ci sono state strette di mano cordiali, sorrisi. E niente più . Niente selfie, niente cene o foto di gruppo. Cortesia fredda ma gentile. L’utilizzo che ho fatto della psicoanalisi a quei tavoli, è il solo che conosco. Portare domande, interrogativi, questioni che possano puntare il dito sulla mancanza del maitre, sul suo sentirsi pieno nel dare risposte. La psicoanalisi non può dunque essere di casa dal padrone. Possono invece esserlo gli uomini, questo si, con le loro idee e le loro aspirazioni. Ma l’uso dell’analisi si fonda sul suo essere quotidianamente impegnata in un processo di ri-territorializzazzione. Credo che il suo vero valore stia in quell’essere territoriale e non padronale, come Deleuze e Guattari sostenevano a proposito della letteratura. “Odiate ogni letteratura da padroni”, “Quanti stili, o generi, o movimenti letterari, sognano una cosa sola: assumere una funzione maggiore del linguaggio, offrire i propri servizi come lingua di stato”.

  3. Grimoldi, direi che ben le sta. Con il suo post è riuscito pienamente nel tentativo di far uscire dalla tana-studio il Dott. Maurizio, e immagino con lui altri colleghi simili. lei ha idea della vastità del pistolotto che ci sta qui sopra? Io ne ho letto metà, e poi ho bevuto una camomilla doppia e mi sono coricato, sperando che l’onirico mi salvasse. La moglie mi ha detto che ho solo un pò dignignato i denti durante il sonno, nulla più.
    Io non so di cosa la Psicologia abbia bisogno. Sommessamente dico solo una cosa: NON di questo. Grazie

    • Cavoli!!! davvero anche io non sono riuscita a finire di leggere….ho preso un’Alka Seltzer
      Sarà che sono di area comportamentale….terapie brevi e chiare….insomma quelle cose lì..un po’ più pragmatiche …
      In ogni caso, Recalcati non credo sia uno psicologo in senso stretto. E’ un filosofo che poi ha fatto studi psicologici….piuttosto psicanalitici direi.
      Anche io mi sono laureata in Psicologia e poi ho fatto una specializzazione in una scuola medica…..ma non per questo dico di essere un medico, pur avendo studiato a menadito neurologia, psichiatria e cose affini.
      Mi sono sempre chiesta se; e quando, svolga la professione clinica ….
      Immagino i miei pazienti di fronte a cotanta cultura!!!

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*