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Luca Pezzullo
40 anni, psicologo, un dottorato di ricerca, molta passione per la professione :-) Lavoro nel contesto universitario e nell’ambito dell’emergenza. Ho rivestito ruoli di coordinamento in numerose situazioni nazionali di emergenza, assieme ad associazioni di categoria. In Università mi occupo di orientamento, tutorato e avvio alla professione. All'ENPAP sono Consigliere di Indirizzo, dove mi occupo degli scenari strategici della professione e di tematiche di Assistenza. Attraverso il mio lavoro posso osservare –letteralmente ogni giorno- le difficoltà e i problemi di moltissimi giovani psicologi, pur preparati e molto motivati, che si trovano in seria difficoltà in un mercato professionale precario, difficile, complesso. Un mercato che richiede quindi a tutti competenza, capacità di muoversi in maniera strategica, forte capacità di iniziativa impreditoriale... senza mai perdersi in autocommiserazioni o "complessi di Calimero"! Il mio motto: “Blame No One. Expect Nothing. Do Something”.

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Emergenza e Psicologia: intervista a Luigi Ranzato

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I recenti terremoti in Centro Italia hanno riportato all’attenzione il tema dell’intervento psicologico in emergenza.

Molti colleghi si sono infatti dati generosamente disponibili per intervenire in qualità di psicologi dell’emergenza, pur non avendo magari una preparazione specifica; anche alcune realtà istituzionali sembra abbiano avviato delle “chiamate alle armi” forse un po’ generiche, creando ulteriore confusione su come si può e si deve partecipare agli interventi di psicologia dell’emergenza nei contesti di Protezione Civile.

Come AltraPsicologia riteniamo essenziale la massima chiarezza di ruoli e funzioni, proprio per fornire responsabilmente – in qualità di categoria professionale – le nostre competenze alle popolazioni colpite da disastri.
Lavorare in emergenza significa essere formati, inquadrati, equipaggiati e coordinati con il sistema di Protezione Civile, di cui bisogna rispettare regole e modalità di funzionamento.

Operare in emergenza non significa limitarsi a lavorare solo sul (pur importante) “trauma psicologico individuale”, ma richiede una logica ed una visione di intervento molto più complesse e integrate, che oltre alla clinica devono ricomprendere interventi di tipo comunitario, organizzativo e psico-sociale. In emergenza i rischi psicologici ma anche fisici sono una variabile importante, la conoscenza del funzionamento tecnico della Protezione Civile e delle procedure operative in emergenza è essenziale, il setting profondamente diverso da quello a cui si è magari abituati in studio.

Questo è ben chiaro alle principali realtà “storiche” della psicologia dell’emergenza italiana (Psicologi per i Popoli, SIPEM, Centro Rampi, etc.), ed alle componenti “psi” delle grandi associazioni di volontariato nazionale (CRI, CISOM, ANPAS, etc.).

Non ci si può quindi assolutamente improvvisare, o muoversi in maniera scoordinata o “autonomistica” rispetto alle regole del sistema di Protezione Civile.

Abbiamo ritenuto utile intervistare su questo tema delicato una delle massime autorità in Italia in psicologia dell’emergenza.

Il Dr. Luigi Ranzato, già Presidente dell’Ordine Nazionale degli Psicologi e con lunga esperienza operativa in numerosi scenari emergenziali in Italia e all’estero, è stato Fondatore ed a lungo Presidente di “Psicologi per i popoli –  Federazione”, la principale associazione specialistica riconosciuta dal Dipartimento della Protezione Civile nazionale, ed ha contribuito personalmente a definire i testi di Legge che determinano l’operato degli psicologi dell’emergenza.

AP: Che ruolo hanno gli psicologi all’interno del Sistema di Protezione Civile Nazionale? Come ci si è arrivati?

LUIGI RANZATO: Dal terremoto de L’Aquila (2009) in poi gli psicologi dell’emergenza svolgono un ruolo di volontariato professionale riconosciuto e insostituibile nel sistema della Protezione Civile Nazionale e Regionale, dove sono chiamati ad operare sia in ambito di primo aiuto psicologico e di sostegno psicosociale (come area prevalente) che di intervento clinico (come area secondaria).

La disponibilità degli psicologi a garantire una presenza organizzata nelle situazioni di catastrofe si concretizza già in occasione del terremoto delle Marche e dell’Umbria del 1997, e del conflitto per il Kossovo del 1999.  Sensibilizzati dagli appelli del Consiglio Nazionale dell’Ordine, due piccoli gruppi di psicologi fondarono nel 1999 l’associazione di volontariato “Psicologi per i Popoli” e la “Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza” (SIPEm); questi colleghi furono messi alla prima prova nel terremoto del Molise (2002). Da questa positiva esperienza prenderà anche l’avvio una Commissione del Dipartimento della Protezione Civile per elaborare i “Criteri di massima sugli interventi psicosociali da attuare nelle catastrofi” pubblicati nel 2006.

Secondo tali criteri, spetterebbe agli Psicologi dei Servizi Sanitari pubblici intervenire nelle situazioni di emergenza, attraverso una Equipe Psicosociale dell’Emergenza”(EPE), rinforzata se necessario da psicologi del volontariato e da altri Enti. La Direttiva però, salvo sporadici casi, è rimasta lettera morta. Vari sono i motivi di questa inerzia: a) l’insufficiente numero di psicologi dei Servizi Sanitari, quasi del tutto assenti nei servizi di emergenza (118- Pronto Soccorso); b) la mancata organizzazione in strutture operative del SSN gestite dagli psicologi stessi; c) la mancata formazione in psicologia dell’emergenza; d) l’impossibilità a mobilitarsi degli psicologi locali, perché essi stessi e i loro famigliari e concittadini sono colpiti da lutti, perdite, traumi.
Gli psicologi hanno quindi percorso una via alternativa, prevista dalla Legge 225/1992, istitutiva del Servizio di Protezione Civile, che annovera tra le “strutture operative di protezione civile”anche il “volontariato riconosciuto”. Oggi “Psicologi per i Popoli-Federazione” risulta l’unica iscritta nell’Elenco Centrale del Dipartimento della Protezione Civile nazionale, ed è riconosciuta con propria Colonna Mobile nazionale in caso di emergenza.
Un’altra via da qualche anno è stata percorsa da altri psicologi, per un riconoscimento non diretto ma attraverso grandi organizzazioni di volontariato non professionale, come CISOM, ANA, ANPAS, CRI, che hanno aggregato nuclei di psicologi dell’emergenza volontari all’interno delle loro strutture.
Con il “Sisma Italia Centrale 2016” le certezze organizzative fin qui raggiunte sono state, tuttavia, messe a dura prova. Sono state purtroppo aggirate molte delle regole fin qui acquisite, che riguardavano lo status di organizzazione di volontariato riconosciuta e iscritta negli elenchi regionali o nazionali. Protezioni Civili Regionali e singoli Sindaci di Comuni, pressati dall’emergenza, hanno di fatto dato il “via libera” ad aggregazioni di psicologi non precedentemente inquadrate, ma comunque resisi disponibili. Una situazione confusa, alla quale sarà necessario per il futuro porre rimedio, in vista di emergenze che possono colpire zone così vaste e popolazioni così estese.

AP: Quando avviene un’emergenza, l’impulso generoso di molti colleghi è quello di “mettersi subito a disposizione”, magari senza una preparazione specifica. Quali sono per la tua esperienza le competenze psicologiche e quelle non psicologiche essenziali per operare efficacemente in emergenza?

LUIGI RANZATO: La generosità è condizione necessaria ma non sufficiente per fare lo psicologo dell’emergenza! Conoscenze molto accurate del funzionamento della macchina del soccorso e della catena di comando, capacità di adattamento ad una logistica di emergenza condivisa con tutti gli altri soccorritori, attitudini al lavoro di squadra e alla gestione dello stress personale, appartenenza ad una associazione riconosciuta e di buona esperienza, sono tutti prerequisiti  per poter esercitare al di fuori degli abituali setting psicologici le competenze dello psicologo in emergenza: ovvero, la valutazione dei bisogni psicologici della comunità e dei singoli, la pianificazione di risposte adeguate alle risorse disponibili, la valutazione degli esiti.
A salvaguardia ulteriore degli stessi psicologi, il lavoro in squadra con capo-squadra, l’obbligo di report giornalieri, riferimenti condivisi di modelli e tecniche, sono efficaci dispositivi di sicurezza per chi opera in emergenza.

Le linee guida internazionali raccomandate anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità indirizzano l’intervento psicologico in emergenza verso attività psicosociali e di promozione della resilienza delle popolazioni.
E’ stata invece molto ridimensionata l’enfasi che nel decennio di fine ‘900 era stata posta sulla prevalenza del Post Traumatic Stress Disorder, in realtà molto meno frequente di quanto si pensi, e la generalizzazione degli interventi clinici, oggi riservati alla struttura denominata “Posto di Assistenza Socio Sanitaria (PASS).

AP: A volte sembra esserci confusione sul ruolo che la Legge assegna agli Ordini in emergenza, e questo ha portato a delle “chiamate alle armi” dei colleghi da parte di istituzioni di categoria. L’Ordine può coordinare interventi di soccorso o organizzare autonomamente squadre operative di colleghi?

LUIGI RANZATO: La Legge di Istituzione del Servizio Nazionale della Protezione Civile (L. 225/1992, aggiornata con L. 119/2013) prevede all’articolo 6 che tale Servizio sia composto non solo dalle “Amministrazioni dello Stato” ma anche da una serie di altre realtà pubbliche e di volontariato riconosciute.

Si tratta di un’importante affermazione di principio universalistico di solidarietà, che la Legge declina operativamente in ulteriori passaggi: a) le Istituzioni, se chiamate ad intervenire dal Dipartimento della Protezione Civile  lo devono fare “secondo i rispettivi ordinamenti e le rispettive competenze” e secondo “norme regolamentari emanate dal Governo”; b) Gli ORDINI professionali non sono elencati tra le “Strutture operative” (art.11, c.1) che, a richiesta del Dipartimento, svolgono “le attività previste dalla legge”(art. 11, c. 2).
Da questo risulta chiaro che gli Ordini professionali NON hanno competenze “operative” in ambito di emergenza, e pertanto non possono coordinare gli interventi e organizzare squadre di intervento.
Tra gli obiettivi che gli Ordini  possono invece perseguire affinché la psicologia dell’emergenza decolli definitivamente, si possono indicare i seguenti: sostenere la presenza di psicologi all’interno dei Dipartimenti Nazionali e Regionali della Protezione Civile, e nelle strutture di Emergenza delle Aziende Sanitarie Locali (118- Pronto soccorso); l’avvio con l’Università di proposte formative adeguate; la promozione  di un cammino di integrazione tra le diverse associazioni di settore, ed il contribuire a dotarle di una minimale struttura logistica adatta ad operare in situazioni disagiate; fare opera di prevenzione dell’abuso professionale, che non ci risulta affatto estraneo in queste situazioni, dove l’organizzazione e il controllo sono messe a dura prova.

AP: Esiste anche in Italia il “marketing dell’emergenza”, per cui alcune realtà si propongono volontariamente in una prima fase principalmente allo scopo di raccogliere contatti istituzionali e fare “branding” del proprio modello di intervento, per poi passare a proporre attività più “commerciali” nella fase di ricostruzione?

LUIGI RANZATO: Attorno ad emergenze catastrofiche fiorisce sempre il business lecito e talvolta illecito. Alcune organizzazioni non governative che operano in scenari internazionali hanno trovato negli ultimi terremoti un inaspettato palcoscenico per la raccolta fondi. Ad alcune associazioni la copertura degli eventi da parte dei mass media offre una “passerella” mediatica, per sfoggiare divise e raccontare il bene che si fa. Tutto questo si svolge lasciando sullo sfondo le persone e le popolazioni colpite dalla catastrofe.
Sono soprattutto i professionisti della salute e dell’assistenza sociale che creano relazioni dirette e confidenziali con le persone colpite; li guidano e li dovrebbero guidare sempre il codice deontologico, e quei principi etici che in queste situazioni diventano un riferimento imprescindibile per un limpido comportamento professionale.
Per questo, anche al fine di evitare qualunque sospetto di interesse personale del soccorritore psicologo, gli psicologi dell’emergenza devono essere formalmente inquadrati all’interno di una istituzione pubblica (ASL) o di una associazione di volontariato riconosciuta e accreditata con la Protezione Civile.

AP: Per formarsi seriamente come psicologo dell’emergenza e operare correttamente nell’ambito del Sistema di Protezione Civile, cosa deve fare un collega?

Come il medico dell’emergenza deve attingere a molteplici discipline mediche per ri-animare le persone, anche lo psicologo dell’emergenza deve attingere a molteplici discipline della psicologia per poter ri-animare non solo le persone, ma anche i gruppi e le comunità colpite nelle catastrofi. In questi anni il compito si è esteso al sostegno degli stessi soccorritori che operano in prima fila.
Non solo dunque psicologia clinica, ma psicologia della salute, di comunità, sociale, dell’organizzazione, della comunicazione, dello sviluppo ecc. Sono certamente utili le formazioni post lauream in psicologia dell’emergenza, legate o no all’Accademia.
L’esperienza ci dice che per “saper fare psicologia dell’emergenza” e per “saper essere psicologo dell’emergenza” ai colleghi è consigliato vivamente di aggregarsi ad un’associazione di volontariato riconosciuta, che accompagnerà l’esperienza sul campo e la valorizzerà con esercitazioni, momenti di debriefing, supervisioni e apprendimento di tecniche adeguate.
L’esperienza ci ha anche insegnato che è indispensabile conoscere in modo approfondito il sistema tecnico della Protezione Civile, con le sue gerarchie, le sue norme, i suoi acronimi; e prima di ogni missione raccogliere le notizie sulla cultura, l’economia, l’organizzazione sociale dei luoghi colpiti.”

Grazie a Luigi Ranzato, ed a tutti i colleghi d’Italia che hanno operato a favore delle popolazioni vittime degli eventi sismici del Centro Italia, esprimendo il grande valore etico ed il ruolo sociale della nostra professione.

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