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Come prendono le loro decisioni gli investitori professionali? Quali pressioni cognitive, sociali, organizzative influiscono sulla razionalità delle loro scelte? Quali errori commettono più frequentemente e perché? Come se la cavano quanto a razionalità gli investitori non professionali?
Nel 2002 il Nobel per l'Economia è stato assegnato ad uno Psicologo, Daniel Kahneman, per i suoi studi sui processi di decisione in ambito finanziario. In ambito accademico da circa un decennio esiste una fiorente area di ricerca a cavallo tra economia e psicologia che va sotto il nome di Finanza Comportamentale. Per capirne l'influenza sul mondo della gestione del risparmio, a titolo di esempio, a fine 2006 la sola banca americana J.P. Morgan aveva 76 miliardi di dollari investiti utilizzando i criteri della Finanza Comportamentale, impiegando 53 specialisti in Gran Bretagna, 12 negli Stati Uniti e 12 in Asia. Moltiplicate questi numeri per qualche centinaio di istituzioni finanziarie a livello internazionale (naturalmente non tutte delle dimensioni di J.P. Morgan) e avrete un quadro dell'impatto che la Finanza Comportamentale sta avendo sulla gestione professionale del risparmio.
E in Italia? Nelle settimane scorse il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha presentato una bozza di regolamento per l'istituzione dell'Albo dei Consulenti Finanziari. Un Albo destinato ad inquadrare i Consulenti Finanziari (in quanto professionisti indipendenti dal sistema bancario e al servizio esclusivo del cliente) e a distinguerli dai Promotori Finanziari (in quanto dipendenti di una specifica banca e vincolati dal mandato di vendere specifici prodotti). Con una generalizzazione un po' grossolana: la differenza tra le due figure è analoga a quella che passa tra un medico ed il rappresentante di una casa farmaceutica.
L'albo dei Consulenti Finanziari si inquadra in un sistema europeo di albi dei consulenti indipendenti - e di libera circolazione degli stessi - che prevede la possibilità per un Consulente, ad esempio, inglese di operare in Italia e viceversa. Solo che ...
Solo che ... il Ministero dell'Economia, nella sua bozza di regolamento, tra i requisiti per l'accesso all'Albo italiano, ha inserito le Lauree in Economia, Giurisprudenza, Sociologia (tramite equipollenza con economia) ma non la Laurea in Psicologia. Nonostante il Nobel per l'Economia assegnato allo Psicologo Kaneman e i miliardi di dollari che il sistema finanziario investe utilizzando esperti di Finanza Comportamentale.
Autolesionismo all'italiana o semplice ignoranza?
AltraPsicologia, assieme a Ordine Nazionale degli Psicologi, Conferenza dei Presidi delle facoltà di Psicologia e almeno altre 10 Associazioni di Psicologi, oltre a numerosi professionisti e docenti universitari, ha chiesto fermamente al Ministero di prendere atto, anche in Italia, di quanto avviene nel mondo. Dopo tutte le parole che quotidianamente si spendono sulla fuga dei cervelli e dei ricercatori speriamo che non si vorrà disperdere il patrimonio di professionalità italiano costituito dagli esperti nella Finanza Comportamentale e che quindi si vorrà includere la Laurea in Psicologia tra quelle abilitanti all'iscrizione all'Albo della Consulenza Finanziaria. Un Albo che, è bene ricordarlo, oltre alla laurea richiede comunque uno specifico esame di ammissione.
In attesa della versione definitiva del Regolamento da parte del Ministero, AltraPsicologia - per conoscere meglio questa area in rapido sviluppo della nostra professione - ha intervistato il collega Carlo Massironi, consulente in materia di investimenti e, sin dal 2001, tra i primi investitori professionali in Italia ad utilizzare i modelli della Finanza Comportamentale.
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Dr. Massironi, come si definisce?
Sono un investitore professionale con una laurea in Psicologia. Come studioso mi interessano i processi di decisione degli investitori professionali di successo. Come professionista del settore investimenti sono impegnato ad utilizzare le conoscenze della finanza comportamentale per produrre decisioni e consigli di investimento migliori per i miei clienti.
Sembra strano ma gli economisti accademici non si curano di studiare cosa fanno gli investitori di maggior successo, preferiscono generalmente partire da modelli astratti e poi ricavarne regole su come si dovrebbe investire. Non tutti naturalmente, ma nella maggioranza dei casi è così. Il risultato è che c'è una separazione molto netta tra quanto viene insegnato sugli investimenti ad un laureato in economia e quanto viene fatto quotidianamente dagli investitori professionali. La pratica di Wall Street non ha quasi nessun legame con la teoria insegnata nelle università.
La finanza comportamentale, anche con il contributo degli Psicologi, che per tradizione sono esperti nello studio di cosa determina i comportamenti umani e dei processi di decisione, cerca di ridurre questa separazione studiando come realmente operano gli investitori piuttosto che come in teoria dovrebbero agire.
Vuole parlarci del suo percorso formativo?
Ho comprato le mie prime azioni all'età di 15 anni, per conto di mia nonna. La prima volta che sono entrato in una borsa valori è stato a quella di Genova. All'epoca in molte città italiane esisteva un mercato azionario in cui gli operatori si accalcavano per svolgere le contrattazioni, mentre oggi tutti gli scambi avvengono per mezzo di potenti computer ospitati nell'unica borsa rimasta, quella di Milano. Ricordo che un broker dovette prestarmi una cravatta perché il regolamento di borsa esigeva che si accedesse alle grida solo in giacca e cravatta.
Mi sono sempre interessato a ciò che influenza le scelte di investimento e alla psicologia degli investitori. A cosa determini talvolta scelte tanto stupide anche nei professionisti e alle differenze tra un investitore di successo e uno che non lo è. Per questo mi sono laureato in Psicologia. Poi è seguito un periodo di alcuni anni in cui ho fatto da esperto per una società svizzera di consulenza in materia di investimenti. Infine ho avviato l'attività in proprio come Consulente Finanziario, per una clientela di privati facoltosi e di istituzioni interessate ad investire i loro portafogli titoli sulla base delle indicazioni che fornisco loro.
Quando mi sono messo in proprio ho scelto di farmi pagare esclusivamente in percentuale sui profitti che i miei clienti realizzano sulla base della mia consulenza. Una formula che gli americani chiamano “no gain, no pay”, abbastanza impegnativa, tanto che solo un centinaio di investitori professionali al mondo ritengono di potersela permettere. Una formula capace di chiarire subito ai clienti la differenza con i tanti squali che infestano il mondo della finanza. Uno dei più famosi ad avere promosso questa formula è stato l'americano Warren Buffett.
Quali sono i suoi interessi scientifici?
Numerose ricerche mostrano come in realtà soltanto pochi investitori professionali riescano a battere con costanza gli indici di mercato. La maggior parte dei professionisti si limita ad avere qualche anno di gloria per poi scomparire nell'oblio. Il che dovrebbe portare il cliente medio o ad affidarsi a strumenti come i fondi indicizzati (fondi che contengono gli stessi titoli di uno specifico indice di mercato che si propongono di emulare) o a cercare di capire se ci sono delle caratteristiche che accomunano questi investitori che con costanza fanno meglio del mercato. Io sono interessato a queste caratteristiche, sia che si tratti di aspetti cognitivi, psico-sociali, organizzativi, di politica delle remunerazioni del gestore o di qualunque altro fattore. In un certo senso seguo gli interessi della Finanza Comportamentale con in più un forte taglio pragmatico.
Che Percorso suggerirebbe a un collega interessato alla Finanza Comportamentale?
Intanto solidi studi universitari su questi temi, magari perfezionati anche all'estero, in università come quella di Chicago o alla Columbia University di New York. Poi, entrare “a bottega” presso qualche società che si occupa di gestione portafogli finanziari. Più è piccola meglio è perché si ha la possibilità di conoscere l'intero ciclo degli investimenti: dalla acquisizione della clientela, alla selezione dei titoli, alla gestione dei portafogli. Imparando nel frattempo tutto quel che c'è da imparare sulla valutazione aziendale e i meccanismi che regolano il funzionamento dei mercati finanziari. Con, infine, l'accortezza di discernere tra le teorie economiche accademiche e ciò che succede davvero sui mercati.
Poi, se il Ministero modificherà la bozza del regolamento istituivo dell'Albo dei Consulenti Finanziari, suggerirei di scegliere la consulenza in materia di investimenti come liberi professionisti, che offre la maggior indipendenza intellettuale nella scelta delle strategie di investimento o, in alternativa, il lavoro presso un qualche organismo di investimento del risparmio (fondi, sicav, sim, banche) con mansioni di analista o gestore di portafoglio.
Un commento sugli investimenti dell'Ente di Previdenza degli Psicologi, dal cui risultato dipende la possibilità di ricevere pensioni dignitose per questa categoria?
Le considerazioni tecniche sui criteri di gestione del portafoglio di investimenti dell'Ente sarebbero molte, e credo meriterebbero una discussione a sé. L'impressione è che ci siano consistenti margini per migliorare.
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Per approfondimenti:
www.finanzacomportamentale.it
(sito della Associazione italiana di finanza comportamentale)
www.massironi.com
(selezione di articoli del dr. Massironi sulla finanza comportamentale)
http://en.wikipedia.org/wiki/Behavioral_finance
(Behavioral Finance su Wikipedia, in inglese )
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