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PSICOLOGI CON LE MANI SPORCHE. Come uscire dalla pozza stagnante del Terzo Settore

martedì 01 dicembre 2009 - Felice Torricelli

Psicologi Terzo Settore Lazio

 

cultura e professioneL’assenza, nei 20 anni di vita della nostra professione, di politiche atte ad orientare e rinforzare il mercato del lavoro degli Psicologi e a gestire i flussi universitari (si è arrivati ad avere 27 corsi di laurea in Psicologia in Italia; ad oggi 70.000 iscritti all’albo professionale e altrettanti studenti universitari in Psicologia; oltre 15.000 matricole anche quest’anno) ha creato, specie nelle grandi città, un pletora straripante di giovani colleghi alla ricerca di un collocamento lavorativo che tenga almeno in qualche conto le loro motivazioni e competenze professionali e che permetta loro, se non l’autonomia, almeno … di potersi pagare le spese per la scuola di specializzazione. Si crea, quindi, la situazione per cui è il Terzo Settore (o Privato Sociale) ad assorbire un numero crescente di giovani Psicologi. Se intorno al 2000 si valutava che circa un migliaio (il 15% su circa 7000 iscritti all’ordine a quell’epoca) fra gli Psicologi iscritti all’Ordine del Lazio fossero impegnati in questo settore oggi la percentuale di colleghi che operano nel Privato Sociale è enormemente più alta: credo non ci sia collega sotto i 40 anni, nel Lazio, che non integri (almeno in parte) il suo lavoro con collaborazioni a vario titolo con:

- agenzie del Privato Sociale (cooperative, comunità, associazioni, onlus varie) che vivono con fondi pubblici; - direttamente con agenzie sociali pubbliche (Comuni, Province, Scuole).

Infatti sempre più spesso le agenzie pubbliche assumono in proprio le istanze di definizione della mission dell’intervento e si propongono quali referenti diretti del lavoro sociale delegato direttamente ai professionisti Psicologi che lavorano isolati o con equipe strutturate all’occorrenza e senza alcuna definizione istituzionale.

Il tratto comune tra le iniziative che oggi possiamo far ricadere nella dizione di Terzo Settore, anche quelle svolte dagli Psicologi individualmente e al di fuori di un contesto associativo organizzato, è che esse si compiono con finalità suppletive dello “Stato Sociale” inteso come “sistema di norme con il quale lo Stato cerca di eliminare le diseguaglianze sociali ed economiche fra i cittadini, aiutando in particolar modo i ceti meno benestanti”.

Quello che ormai dagli anni ‘90 del secolo scorso va accadendo in maniere sempre più evidente è che lo Stato, in senso lato, non intende più garantire direttamente e in proprio funzioni di Welfare perché questa modalità gestionale appare eccessivamente onerosa in un epoca di restrizione delle risorse pubbliche disponibili. L’orientamento principale e durevole della gestione pubblica del Welfare è quindi quello della riduzione costante degli stanziamenti pur nella ricerca di livelli di servizio (apparentemente) stabili se non migliorativi. Negli anni questa politica ha portato al blocco delle assunzioni nei servizi pubblici socio-sanitari e ad un dispiegamento a pioggia di risorse nella disponibilità di tutta una serie di agenzie pubbliche diffuse sul territorio. Queste agenzie (principalmente Assessorati degli Enti Locali e Scuole) operano poi individualmente la scelta dei servizi di welfare da attivare presso il loro bacino di utenza delegandolo ad entità di privato sociale o direttamente a singoli professionisti.

Il Terzo Settore è quindi strutturalmente residuale in quest ottica (fa quello che serve per mantenere un illusorio benessere sociale senza le risorse necessarie a farlo effettivamente) e si struttura intorno ad attività che lo Stato ritiene necessarie ma non sostenibili direttamente e che non possono essere delegate al mercato perché indirizzate a fasce economicamente deboli della popolazione (che non potrebbero sostenere i costi di  una gestione puramente privata e lucrativa). Visto il mandato sociale delegatogli “ipocritamente” dallo Stato il settore, negli ultimi venti anni, vive di stanziamenti erogati su una base di riduzione costante dei costi ed è quindi sovraesposto alle dinamiche meno protezionistiche dell’attuale mercato del lavoro: costantemente alle prese con rette inadeguate, tagli dei finanziamenti, ampliamento dei bisogni e dell’utenza cui fornire servizi.

Il valore aggiunto apportato al nuovo Welfare dalla professionalità degli Psicologi - che applicano in contesti atipici la loro complessa formazione, “sporcandosi le mani” in setting molto problematici e compositi cui riescono a dare nuove opportunità - è ampiamente riconosciuto dagli operatori e dagli utenti ma largamente disconosciuto dalle norme per cui, di solito, non ne è esplicitamente prevista la presenza in organico oppure è prevista per un monte ore assolutamente insufficiente.

Come dicevamo, il Privato Sociale - vista la precarietà normativa strutturale in cui opera - dà lavoro ad un numero molto grande di Psicologi senza però poter fornire loro le garanzie di un rapporto di lavoro organico, vista anche l’ampia disponibilità nel mercato di questa professionalità e la sostanziale mancanza di difese normative per questa fetta di professionisti.

Molti dei colleghi impiegati nel Terzo Settore, infatti, in seguito anche alle politiche di precarizzazione del lavoro, sono giocoforza inquadrati con contratti atipici (“a progetto” o, tuttora, come co.co.co.) o come supposti liberi professionisti (per meglio dire “forzati della partita IVA”) senza alcuna tutela e in condizioni di precariato cronico. Entrambi gli inquadramenti non prevedono, infatti, le più elementari tutele del lavoratore, come la malattia, le ferie retribuite, l’indennità di rischio, il trattamento di fine rapporto (la maternità, per chi è fortunata, la paga l’Enpap) e, soprattutto, permettono di “congedare” il lavoratore in qualsiasi momento.

Inoltre è usanza comune, presso le imprese del Privato Sociale, far lavorare Psicologi - perché se ne riconosce il valore aggiunto e la professionalità - ma retribuirli come educatori, assistenti domiciliari o, diciamolo, semplici badanti, vista la sostanziale assenza di istituzioni in grado di tutelare normativamente la categoria e di intervenire a monte per farne riconoscere il valore dalla Pubblica Amministrazione (che, in ultima analisi, resta il vero datore di lavoro "occulto").

In questa condizione diventa veramente arduo, per un/a giovane professionista, progettare e costruire il proprio futuro professionale e personale. Come si possono operare delle scelte importanti prescindendo dalla propria precaria condizione economica? Come pensare ad una casa, ad una propria famiglia, quando spesso si ha ancora bisogno dell’aiuto dei genitori per affrontare gli altissimi costi della formazione, che tanto promette e poco mantiene?

Le esperienze di ognuno di noi raccontano di colleghe/i impegnate/i full-time (e anche oltre...) con paga oraria davvero esigua; di donne che diventano mamme sempre più tardi; di giovani che non riescono a completare il proprio percorso evolutivo perché costretti a vivere con i genitori o a condividere l’appartamento con amici, in una condizione adolescenziale drammaticamente dilatata.

A tale bizzarro (ipocrita?) scenario, decisamente scisso tra teoria e realtà, hanno sicuramente contribuito le politiche dell’Ordine e dell’Università, di fatto inesistenti o lontanissime dalle nuove realtà lavorative e “ignare” delle potenzialità offerte da un mercato del lavoro in rapida trasformazione. Entrambe le istituzioni non si sono premurate di effettuare le necessarie ricerche sui possibili sbocchi professionali alternativi o collaterali all’attività clinica, allo scopo di adeguare l’offerta formativa alle nuove esigenze del mercato.

A questo punto cosa si può fare?

Intanto è necessario:

1) che gli Psicologi occupati nel Terzo Settore si organizzino, percependosi e proponendosi come parte attiva della comunità professionale nonché come pilastro fondamentale dei nuovi servizi di Welfare, e che propongano quindi fortemente la necessità del riconoscimento specifico del loro ruolo;

2) che l’Ordine li sostenga fattivamente in questo sforzo (e le prossime elezioni dell’Ordine danno la possibilità di recuperare una dimensione di rappresentanza che negli ultimi anni è stata poco consistente).

Occorre dare visibilità e risalto agli Psicologi impegnati nel Privato Sociale e l’Ordine può farlo con facilità: ad esempio, organizzando incontri, seminari, convegni, pubblicazioni comuni con i tecnici e gli amministratori incaricati di stilare i bandi e le piante organiche dei servizi convenzionati/accreditati con il pubblico in modo da renderli edotti del valore apportato dalla professionalità degli Psicologi nel nuovo welfare.

L’Ordine deve costantemente rappresentare - alla Regione, alle Province, ai Comuni, alle ASL, agli opinion leader locali - le ragioni per cui l’intervento degli Psicologi nei progetti sociali è utile e porta valore reale all’intervento: la letteratura scientifica è ricca di dimostrazioni concrete di questo valore, finanche in termini economici (di risparmio in sussidi, erogazioni sociali e servizi assistenziali, per esempio, quando si riesce ad attivare risorse tacitate dai contesti sociali) e non si capisce per quale strano “pudore” non venga divulgata ampiamente presso coloro che sono i referenti istituzionali dello Stato Sociale (quelli che dettano praticamente le delibere, per chiarire).

Così come non ci si può permettere di lasciare soli i colleghi alle prese con le vicissitudini normative ma l’Ordine deve essere presente, sostenere, organizzare tavoli, proporsi quale rappresentante istituzionale nel dialogo con gli enti pubblici.

I singoli Psicologi e i loro piccoli gruppi non hanno alcuna possibilità di trovare ascolto presso i politici ma un’istituzione che rappresenta ormai 15.000 colleghi attivi nel territorio come l’Ordine del Lazio ha ben altro potere contrattuale. Perché questo peso non viene messo a disposizione della comunità professionale nella trattativa con le istituzioni?

Di recente la Regione Lazio ha varato le nuove norma per gli organici delle Comunità Terapeutiche riducendo gli Psicologi a massimo due in strutture da 20 posti: non è possibile che l’Ordine non abbia avuto niente da dire e che sia rimasto in silenzio di fronte - addirittura – alla riduzione drastica delle opportunità di inserimento lavorativo degli Psicologi! Questo silenzio non è più tollerabile.

Alla prossima tornata elettorale per l’Ordine possiamo riattivare la speranza di un Ordine vicino alla realtà degli iscritti e disposto a sostenerli e rappresentarli concretamente all’esterno: VOTIAMO!

I candidati di AltraPsicologia sono pronti a mettersi al lavoro: con le idee, la determinazione, l’impegno che viene dal contatto diretto e continuo con la collettività dei colleghi alle prese con le difficoltà della loro vita professionale.

E’ necessario incrementare il dialogo all’interno della comunità professionale ed avviare un confronto ormai improcrastinabile con le istituzioni normative del Paese (Stato Centrale e Regioni in primis) con lo scopo di ottenere il riconoscimento normativo del valore aggiunto apportato dalla professionalità degli Psicologi nel nuovo Welfare e nei servizi con finalità sociali, in un’azione di pressione che abbia i  caratteri della continuità e della trasparenza.

Autore:
nicola piccinini

 

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