La psicologia della gestazione per altri. Perché si può non dire di no (a certe condizioni).

Tommaso Giartosio ha esordito in un convegno recente sostenendo che sulla GPA si possano avere solo due posizioni sensate: essere contrari o essere in dubbio.
Partirei da qui. Da un po’ di saggezza su un tema molto discusso e ostacolato già nei termini: utero in affitto, per esempio. C’è la novità, che genera sempre resistenze. Ci sono i diritti dei genitori, dei donatori, della gestante e del bambino che nascerà. C’è il fatto che la GPA è una questione che riguarda il desiderio di genitorialità, che tocca moltissime coppie eterosessuali (che non lo dicono) e una minoranza di coppie dello stesso sesso (che non possono non dirlo).
C’è di che riflettere.
Questa è la condizione ideale per il fiorire delle argomentazioni – in ampia prevalenza contrarie alla GPA – più disparate. 

Primo argomento: l’impatto emotivo sul bambino.  

Sostiene Silvia della Monica: “La gestazione per altri può generare complessità emotive e mettere a rischio i legami familiari, poiché la separazione tra il bambino e la madre surrogata può causare disagio e conflitti emotivi.”
Non è vero. L’argomento è contraddetto da pressoché tutta la letteratura sul tema. Imrie, S. e Jadva, V. (2014) hanno dimostrato che i bambini nati da surrogazione non mostrano differenze in termini di adattamento psicologico, qualità delle relazioni con i genitori o sviluppo cognitivo rispetto ai bambini nati da concepimento biologico.
Inoltre l’argomento trascura un fatto noto a chi si occupa di famiglie e infanzia: dal punto di vista del bambino i genitori naturali sono i più pericolosi. Concepire un bambino può essere un atto molto semplice e anche ben poco pensato. Non c’è nessun controllo istituzionale, nessuna verifica delle competenze genitoriali, del desiderio che accompagna il progetto del bambino che nascerà. Si può nascere “naturalmente” da ottimi genitori come anche da padri e madri tossicodipendenti, violenti, abbandonici e perfino abusanti. La genitorialità biologica non offre garanzie. Per poter funzionare correttamente come genitori occorre la capacità di fare quello che Massimo Recalcati definisce ‘un atto di adozione simbolica’, ovvero scavare un posto nella propria vita al piccolo da proteggere e da crescere. E questo passaggio è del tutto indipendente dalla modalità del concepimento.
In tutto questo, il ruolo della primissima fase gestazionale rispetto allo psichismo del bambino non deve essere necessariamente negato. Esiste in psicoanalisi una teoria che riguarda l’esistenza di un inconscio non rimosso, ovvero di una parte dello psichismo che si costruirebbe nel corso delle fasi più precoci della vita. Dando per buono questo postulato, non appare rilevante il fatto che al momento della nascita avvenga un’ideale staffetta, un passaggio di consegne tra la madre della gestazione e la madre dell’adozione. Blake, L. et al. (2016), hanno rilevato che i bambini nati da surrogati non mostrano differenze nel benessere psicologico rispetto ai loro coetanei. Non vi è nessuna teoria, né tantomeno nessun elemento di prova che consenta il riconoscimento della madre gestante da parte del bambino durante i primi nove mesi di quasi totale incoscienza, né tantomeno qualche tipo di reazione in caso di “adozione”. 

Secondo argomento: la madre gestante viene privata del “suo” bambino.

La surrogazione prevede una separazione tra la gestante e il bambino che ha “ospitato” e partorito per nove mesi. Questo dice poco sul piano psicologico. Il punto è come viene vissuta la scelta individuale della donna alla base della gestazione e se questa scelta si modifica durante l’esperienza della gravidanza.
Quando Laura Boldrini sostiene che “La gestazione per altri rappresenta una forma di sfruttamento del corpo femminile, che mette a rischio la dignità e la salute delle donne coinvolte”, di per sé sostiene qualcosa che è contraddetto da molti dei casi noti anche in Italia. Van den Akker, O. (2007) ha osservato che molte delle “surrogate gestazionali”, che non sono geneticamente legate al bambino che portano, non provano un attaccamento materno durante la gravidanza, il che potrebbe facilitare la separazione dal bambino dopo la nascita. Certo, la donna che fa una scelta così delicata lo deve fare sulla base della propria assoluta libertà e consapevolezza, che non in tutti i casi – e forse non in tutti i paesi – potrebbe essere ugualmente facile da garantire. Certamente negli USA, in Canada e in UK (dove la possibilità di GPA è limitata ai cittadini inglesi) è più facile accertare che le donne decidano liberamente sull’uso del proprio corpo.
Nei casi migliori – tra cui l’esperienza già citata di Giartosio – l’esperienza della gestante viene paragonata a quella di un genitore affidatario, di una balia, di una tata molto speciale che abbia un rapporto particolarmente intimo e continuativo con il bambino di cui si prende cura e, non di rado, con i futuri genitori. Ancora una volta, la ricerca conferma questa conclusione: Golombok, S. et al. (2013) hanno riscontrato che la maggior parte delle madri surrogate mantiene delle relazioni positive con le famiglie che hanno aiutato a formare e che possono essere una fonte di supporto e soddisfazione.
E’ assolutamente legittimo, tuttavia, domandarsi se si dovrebbero porre delle regole rispetto alla protezione della relazione tra madre gestante e bambino e tra la stessa e i genitori che chiedono la surrogazione. Per ottenere il migliore dei risultati possibili, che non può certo essere dato per scontato, evidentemente sarebbe necessaria un’attenta valutazione sia della coppia chiede la GPA, sia della persona che si propone per la gestazione, la quale, nel migliore dei casi, oltre alla libertà di scelta imprescindibile, dovrebbe idealmente possedere motivazioni personali e un certo certo grado di tranquillità rispetto ai temi che riguardano il proprio corpo. Tutto questo non cancella evidentemente l’esistenza di un rapporto di scambio ma per certi versi costituisce uno sfondo che dovrà essere attentamente valutato e soppesato. Del resto, in un Paese come il nostro, con una legge per l’adozione ancora molto limitante, forse non al passo con i processi della società civile, ma certamente molto attenta ai diritti del minore e al percorso degli aspiranti genitori, sarebbe sorprendente che una pratica che implica più soggetti possa essere esente da un sistema di controlli e verifiche. Non fosse altro per evitare ciò che sostiene Stefania Bartoccetti, quando esprime il timore che “la gestazione per altri solleva gravi interrogativi sul consenso e l’autonomia delle donne coinvolte, poiché spesso sono influenzate da dinamiche sociali e pressioni esterne che limitano la loro libertà di scelta”.  

Terzo argomento: non si può affittare il corpo di una donna, non si possono comprare i bambini

Lo dice magistralmente Elisabetta Canitano: “La gestazione per altri è una pratica che trasforma il corpo delle donne in una merce, alimentando un mercato che sfrutta la loro intimità e rendendole oggetti di transazione.”
L’argomento tocca quindi l’uso del denaro e i limiti a questo uso. In un bellissimo saggio di Claudio Widmann, il denaro viene definito “equivalente universale di valore”, poiché si tratta di un bene che può essere convertito in ogni altro bene. Inevitabilmente, lo scambio di qualunque valore in denaro e la trasformazione in altri beni o valori non può essere sempre consentita. Si tratta in sostanza di stabilire, detto in gergo giuridico, quali sono i diritti disponibili al singolo individuo. Non mi sembra particolarmente convincente che questo limite sia costituito dall’utilizzo del corpo. L’esempio dello sportivo, che vive delle proprie prestazioni fisiche, circondato spesso  da un afflato di stima collettiva, mi pare sufficientemente chiaro. Ci sono situazioni ben più umilianti e usuranti: lavori che riducono l’aspettativa di vita in modo significativo, lavori notturni, in catena di montaggio, in cava o galleria. In definitiva il tema si riduce della domanda: fino a che punto io posso disporre del mio corpo? Se è ovvio il limite costituito dalla decisione di danneggiare il corpo per ottenere un pagamento, come accade nella pratica abietta della donazione di organi, un tema che possiede interessanti similitudini è l’ipotesi che si possa pagare il sangue, che in Italia può solo essere donato. E’ evidente che vi possa, anzi che debba esserci un punto nel quale al diritto soggettivo debba essere posto un limite. Fino a lì fai quello che vuoi; oltre no. Il corpo è mio e me lo gestisco io fu uno slogan delle femministe della fine degli anni ’60 ma che rimane valido solo fino a un certo punto. Va aggiunto che certamente in questo caso la GPA risponde solo al desiderio di genitorialità di una coppia, e non a un’esigenza di tutela di un bambino in una condizione di rischio. Occorre tenere conto anche di questo quando lo Stato decide se quel diritto è o non è soggettivamente disponibile.

Quarto argomento: lo sfruttamento dei paesi poveri.

Eppure viviamo un tempo in cui la maggior parte degli oggetti che indossiamo, delle auto che guidiamo, degli elettrodomestici e dei giocattoli dei nostri bambini, di ogni cosa che ci circonda è prodotta in paesi dove la manodopera è a basso e bassissimo costo, spesso con limitate garanzie e limitati diritti per i lavoratori, magari sottoposti a regimi autoritari. Chi, come Alessandra Moretti sostiene che “la gestazione per altri crea una disparità sociale, poiché solo chi ha risorse finanziarie può permettersi di ricorrere a questa pratica, accentuando le disuguaglianze tra le donne”, per fare una simile affermazione dovrebbe vivere in una condizione di pauperismo francescano per non risultare incoerente. Chi di fronte alla gestazione per altri richiama il tema dello sfruttamento può benissimo essere la stessa persona che assume in nero una colf o una badante o che va in vacanza in villaggi di lusso in mezzo a paesi in via di sviluppo. Per questo motivo si tratta, tra tutti, dell’argomento che mi risuona di un’ipocrisia più difficile da tollerare.
Il divario economico è una realtà, ed è vero che può rendere particolarmente interessante per una ragazza affittare il proprio corpo se il corpo è un diritto disponibile, se una ragazza può prendere una decisione su di esso. Se si tratta di una scelta libera, la maggiore convenienza del denaro occidentale in paesi in via di sviluppo è solo un vantaggio per la ragazza che decide di dedicarsi alla gestazione. Del resto, ogni eventualità di surrogacy è concepibile solo in un cornice di massima trasparenza e controllo internazionale, per evitare situazioni di sfruttamento e obbligazioni di terzi soggetti che costringano le donne a compiere un atto che, senza la dimensione della scelta consapevole, appare certamente inaccettabile.

In conclusione, la GPA appare un tema aperto. 

La ricerca dimostra che l’adozione di pratiche genitoriali tramite surrogazione non comporta danni psicologici o compromissioni né per i bambini né per le madri surrogate. I dati mostrano che i bambini nati tramite surrogazione possono crescere in maniera sana e svilupparsi normalmente, e che le madri surrogate possono vivere l’esperienza senza sofferenze psicologiche persistenti. Ciò la dice lunga sul valore delle roboanti e scandalizzate dichiarazioni di contrarietà sulla base di “sensazioni”. Vero è che la surrogacy è una pratica che non può essere considerata esente da rischi, che pone delle esigenze di verifica del rispetto delle scelte individuali, della libertà della donna, della sicurezza sanitaria, della trasparenza del processo. Sarebbe ad esempio fondamentale garantire che le madri surrogate non siano sottoposte a coercizione, e che tutte le parti coinvolte siano adeguatamente valutate e supportate dal punto di vista psicologico prima, durante e dopo il processo di surrogazione.  Introdurre un reato universale costituisce un massivo intervento di limitazione alle libertà individuali su base esclusivamente ideologica.
La surrogazione può rappresentare una strada preziosa per chi desidera avere un figlio e non può farlo naturalmente. La ricerca scientifica ci offre una prospettiva rassicurante, ma il cammino verso una pratica di surrogazione etica e sicura richiede sforzi e attenzione. Non possiamo permetterci di semplificare una questione così delicata: il diritto di diventare genitori non deve mai sovrastare i diritti e il benessere di coloro che ci aiutano a realizzare questo desiderio.