Il motivetto leggero del CNOP

Per il resto del mondo è stato “La dolce vita” di Fedez.

Per gli psicologi italiani, gente che notoriamente tende a rifuggire gli eccessi di leggerezza, in questi mesi estivi del 2022, il tormentone è stato un altro, e, a dirla tutta, non è stato nemmeno musicale.
Molti sembrano avere passato l’estate a interrogarsi sul narcisismo, partendo dall’articolo di una collega, Mina Rienzo, dal titolo “Conoscere e comprendere l’abuso narcisistico”.

L’articolo, che di per sé avrebbe goduto della sua naturale diffusione, è stato “rimbalzato” dalle pagine del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, niente di meno, fino a raggiungere un totale di 14.801 letture. Tra cui la mia.

Poiché è noto che il concetto di abuso narcisistico non esista nei manuali psicodiagnostici (DSM o ICD), la cosa ha suscitato l’attenzione indignata di una moltitudine di colleghi, tanto che si è generata una piccola “bufera” (così è stata definita) che, forse complice la noia della campagna elettorale e lo stallo della guerra in Ucraina, è finita perfino sulle pagine del quotidiano La Repubblica. Tanto da costringere il presidente Lazzari a un veloce dietro front: “noi non siamo una società scientifica”. Giusto.

La questione, dico subito il mio pensiero al riguardo, riguarda esclusivamente un orizzonte semantico, ovvero i significati definiti e cristallizzati nelle parole che utilizziamo.

Il contesto è in grado di definire il senso alle cose che diciamo. Si pensi al contesto culturale, iconico, del bar, come luogo di cristallizzazione della cultura pop.
Non c’è dubbio che tra quelle pareti arredate da bottiglie e banconi e quelle tovaglie macchiate di spritz e calici di prosecco, usare parole come depressione, cerebroleso, delirio, non coincida con i corrispettivi scientifici. Il marito che dica alla moglie “non fare l’isterica”, in una discussione concitata, difficilmente si rende conto di evocare le grandi crisi convulsive che alla fine dell’ottocento venivano esibite agli studenti della Salpetriere e che permisero al giovane neurologo Freud di costruire, da quei sintomi, da quelle anestesie, da quelle cecità e paralisi l’idea dell’esistenza dell’inconscio come motore sintomatico, idea da cui nacque la psicoanalisi.

Cambiamo contesto. Su uno dei siti di vendita di libri più noti, ibs.it, digitando “narcisismo” nel motore di ricerca, dopo due testi di Gabbard e Bollas, classificati nella categoria “medicina”, compaiono una serie di libri che, non a caso, lo stesso IBS attribuisce ad altra categoria. Alcuni titoli in prima pagina: “difendersi dai narcisisti”; “il manipolatore narcisista”; “intervista a un narcisista perverso”; “egoisti, egocentrici narcisisti & co”; “guida completa per tutelarsi da genitori narcisisti”; “come volersi bene e potenziare l’autostima danneggiata da una relazione con un narcisista”; “il mondo è pieno di narcisisti”; “basta narcisisti!” (con il punto esclamativo). E il mio preferito: “100 motivi per chiudere con un narcisista”, con tanto di bella copertina con un cuoricione rosso spezzato.

Si tratta di testi scritti quasi esclusivamente da donne. In questi testi i narcisisti (dai quali liberarsi) sembrano essere quasi sempre uomini. Così come il narcisista sarebbe, in quel contesto semantico, egoista, traditore, manipolatore e “violento psicologicamente” (altra definizione difficile da circoscrivere).

Anche se per pochissimo tempo, sposto l’orizzonte e cerco di dire qualcosa “da psicologo”.
La teoria psicoanalitica del narcisismo prende le mosse nei primi anni del 900, con la costruzione della seconda topica freudiana, partendo da quella fase dello sviluppo del piccolo di uomo in cui il bambino vive in uno stato indifferenziato, non essendo ancora in grado di distinguere tra sé e l’altro, tra l’interno e l’esterno: il prototipo è la vita intrauterina. “Il narcisismo primario è una sorta di amore, che, più che di se stesso, può essere definito con se stesso” (Semi, 2000, pag. 30).
“Il regno di Narciso e del narcisismo”, ricorda Grunberger (Il narcisismo, 1977), “è un universo senza oggetti, dove non si può e non si deve parlare di pulsioni, in quanto l’emozione, l’immagine è immagine di nulla e di nessuno”.
Poi, il bambino nasce fisicamente e psichicamente e perde l’onnipotenza illusoria di quel mondo senza oggetti: “La nostra prima esperienza è una perdita” scrive Lou Andreas Salomè, “poco prima eravamo un tutto, un’entità indivisibile […] ed ecco che, ad un tratto, costretti a nascere, non diventiamo altro che una particella residua dell’essere”
Ora, se i genitori riescono nel loro compito di dare valore al bambino (his majesty the baby) il loro amore nei confronti del figlio permetterà a quest’ultimo di elaborare la perdita costruendo un “ideale dell’Io” con il quale si confronterà sempre. “Lo sviluppo dell’Io” dice Freud, “consiste nel prendere le distanze dal narcisismo primario e dà luogo ad un intenso sforzo teso a recuperarlo. Questo allontanamento avviene per mezzo dello spostamento della libido su un Ideale dell’Io e (…) il soddisfacimento è raggiunto grazie al raggiungimento di questo Ideale”.
Il narcisismo secondario produce quindi, in ciascuno e in misura diversa, una tensione tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, tra reale e ideale, tra il tempo attuale e il futuro. È questo il motore che spinge a raggiungere i propri obiettivi, costituendo la motivazione profonda di gran parte delle creazioni artistiche, letterarie, scientifiche, fino a spiegare comportamenti estremi come l’eroismo e il martirio: “Il problema che deve essere risulto (Kohut, coraggio ed eroismo, 1970) riguarda coloro la cui fedeltà alla continuità del sé e degli ideali diventa più importante della sopravvivenza biologica stessa”.
Anche chi non aspira al martirio e non scrive importanti romanzi possiede questa spinta profonda: il rapporto di ciascuno con il sé quando si guarda allo specchio (si potrebbero e dovrebbero scomodare Winnicott e Lacan), quando si confronta con le proprie realizzazioni, con lo sguardo dell’altro, tutte le problematiche di autostima (debole, eccessiva) hanno in definitiva molto a che fare con il narcisismo.
La cosa, ovviamente, non ha solo valenze positive, ed è vero che vi può ben essere un’eccessiva polarizzazione intorno alle tematiche narcisistiche rispetto alle pulsioni che spingono verso l’oggetto psichico, il che può generare forme di depressione tipiche, rendere difficile la relazione con l’altro, compromettere la sessualità; in due parole, diventare un disturbo (della personalità) quando, secondo la definizione del DSM, genera “difficoltà nella sfera sociale, affettiva e lavorativa.”

Non vado oltre. Il narcisismo è una cifra caratteristica dell’umano, e di per sé non è “né buono né cattivo”, per dirla ancora con Grunberger. Per quelli davvero serissimi, che hanno subito il tormentone e vogliono ancora approfondire, consiglio di non fidarsi di queste mie pochissime righe ma di affidarsi agli autori che si sono più occupati di questo tema, da Kernberg a Kohut, da Green al recente saggio di Bollas, fino a quella piccola perla, che è un vero compendio del tema, a firma di Vittorio Lingiardi, “Arcipelago N”, che consiglio vivamente a qualunque psicologo di inserire nella propria biblioteca.

Ora, tornando alla nostra piccola polemica estiva, dobbiamo ricordare con Watzlawick, che ogni comunicazione contiene non solo un contenuto ma anche un aspetto di relazione, con le sue regole.
Per questo motivo sarebbe sbagliato che uno psicologo intervenisse nella discussione degli inquieti coniugi al bar citato prima, nel momento in cui lui dice a lei: “non fare l’isterica!”, sedendosi al loro tavolo presentandosi e sostenendo di non avere in effetti ravvisato nella signora, nonostante si trovi in situazione di evidente stress, dei disturbi di conversione. Il collega malcapitato, non solo dimostrerebbe di non avere letto la pragmatica della comunicazione umana, ma rischierebbe di esporsi a una reazione piuttosto espulsiva da parte di entrambi gli inqueti avventori. Consiglierei invece al collega di ordinare un Hugo analcolico (sempre perché gli psicologi non sono mai gente troppo leggera) riflettendo semmai, ma solo tra sé e sé, sullo splendido saggio sull’isteria di Christopher Bollas.

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, nel rimandare il post di una collega ha “preso un topicco” (espressione milanese che amo e che significa “inciampare su un piccolo ostacolo”) dello stesso genere e tipo del collega che sieda al tavolo del bar. Ha perfettamente ragione il presidente del Cnop Lazzari a ricordare a “Repubblica” che il CNOP non è una società scientifica, ma proprio per questa ragione è improprio per una realtà che rappresenta tutti gli psicologi italiani (100 mila circa) pescare un post tra milioni e rimandarlo urbi et orbi, trasportandolo fuori dall’orizzonte di senso in cui era nato e attribuendogli così un valore di exemplum. È un atto estremamente “grave”, nel senso etimologico di “pesante”.

Se si sceglie, se si discriminano i 99.999 che non hanno goduto della pubblicità gratuita (e assai riuscita, nel bene e nel male) offerta dal CNOP alla collega, si può aspettare di essere chiamati a spiegarne, quanto meno, la ragione.

Infondo, l’enigma è tutto qui, la grande polemica dell’estate qui inizia e qui, all’inizio del nostro settembre di lavoro, si conclude.
Buon lavoro e buoni aperitivi a tutti.