La roulette del tirocinio in psicoterapia

Digressioni sul tema delle scuole

La roulette del tirocinio in psicoterapia

101 modi per collezionare 200 ore

Federico Zanon

(AltraPsicologia Veneto)

Ci siamo di nuovo. Come ogni anno, a Ottobre, inizia la migrazione degli allievi delle scuole di psicoterapia. Già il collega Grimoldi si è occupato di storie metropolitane di ordinaria follia, con i tanto controversi colloqui di selezione a pagamento.

Avevo appena finito di stupirmi del suo racconto, che mi capita fra capo e collo una di queste storie di confine. Come in un déjà-vu, all’improvviso mi ritrovo dentro una scena già vista: ogni anno, a Ottobre-Novembre, mi capita di ricevere la richiesta di allievi di scuole di psicoterapia che hanno bisogno urgente di firme sul libretto di tirocinio.

Stavolta succede che la direttrice di un centro per disabili in cui svolgo una consulenza clinica settimanale, mi chiama per dirmi di questo collega che si è rivolto a loro per un tirocinio. Quando vedo il collega mi ritrovo, come sempre, immerso fino al collo nei miei dilemmi etici…

Alla ricerca della psicoterapia perduta

Il collega è stanco, avvilito. Ma raccoglie le forze e la dignità per cercare di darmi una versione credibile di quanto gli è successo. Sembra con la segreta paranoia che io non gli creda, che lo etichetti come un pigro approfittatore.

In realtà penso soltanto che è finito incastrato in una delle distorsioni della formazione specialistica, e sta cercando di uscirne. Certamente altri specializzandi approfittano di tali distorsioni: è capitato che qualcuno mi chiedesse di fare le firme a fine anno, dopo essersi presentato saltuariamente per poter dire che mi sbaglio, lui c’era sempre. Ma per questo collega, la faccenda è diversa. Partiamo dalla sua storia.

Mi racconta di essersi iscritto, come molti, alla scuola di psicoterapia che più aveva solleticato il suo gusto per le teorie monocratiche. Inizia a frequentare e viene incoraggiato a cercarsi una sede per svolgere le fatidiche 200 ore annue di tirocinio.

Inizialmente si illude che la sua attività professionale possa valere come tirocinio, ma si sbaglia: serve un altro psicologo che certifichi le attività, e visto che l’unico psicologo della sua struttura è proprio lui, la via non è praticabile.

Non lo sarebbe stata lo stesso, perché in teoria l’attività professionale non vale come tirocinio, ma questo è altro tema che meriterebbe una storia a sé, per gli usi e abusi a cui può essere soggetto.

Passa allora al piano B: da Febbraio 2009, inizia a cercare una sede di tirocinio con uno psicologo che lo adotti per queste famose 200 ore di attività psicoterapeutica.

Ma non trova nessuno. Vaga per ASL, Ser.T., Ospedali, Consultori, Centri privati e ovunque ci sia uno psicologo. Ma gli psicologi sono pochi. Le ASL e simili non prendono specializzandi di scuole private non convenzionate, e le convenzioni richiedono ulteriori passaggi. Quelle strutture che prendono specializzandi sono già al completo.

Infine, è approdato qui: un centro diurno per disabili, dove la direttrice ha avuto il buon cuore di capire le sue difficoltà, e di indirizzarmelo. Quando lo vedo, è disperato: sono la sua ultima speranza, ma ormai è rassegnato a recuperare le 200 ore non ancora svolte nel prossimo anno. Però la scuola gli chiede che “almeno ne faccia un pochino quest’anno”.

In definitiva, la richiesta è che io firmi per certificare alcune ore di attività di psicoterapia svolte con il mio tutoraggio.

Analisi della domanda

Ecco, proviamo un po’ ad analizzare la domanda che mi viene rivolta, con tutti i suoi sottintesi:

La domanda è urgente, e non posso sottrarmi facilmente: proviene da un collega in difficoltà, ma anche dalla struttura in cui opero, inoltre i tempi sono stretti. Questo mi mette quantomeno nella condizione di non rifiutare subito.

Richiede tempo da dedicare al collega, e implica la mia responsabilità: mi è richiesto di seguirlo, e questo significa vederlo con una certa frequenza e svolgere attività con lui. Ma con circa tre ore settimanali di consulenza, la faccenda mi pare complicata. Se a questo si aggiunge che quanto farà il collega ricade sotto la mia responsabilità, è tutto ancora più delicato.

É una richiesta di psicoterapia: il collega è al primo anno, ma mi dice che dovrebbe svolgere attività di psicoterapia per 200 ore. Tralasciando che probabilmente questo aspetto è frainteso (la normativa in merito è interpretabile), la vita quotidiana ai tempi dello psicologo contemporaneo consta di attività fra le più varie, di cui la psicoterapia costituisce un sottoinsieme, spesso nemmeno troppo sviluppato, e spesso in setting spurio.

Più frequentemente, si tratta di attività di psicologia clinica: una miscellanea in cui è difficile distillare una quantità di psicoterapia pura sufficiente alla pratica del collega. Tanto più, in un centro diurno per disabili, in cui imperano valutazione funzionale, osservazione e monitoraggio dei sintomi psichiatrici, risoluzione dei problemi con metodi riabilitativi.

C’è un frenetico scaricabarile: la scuola scarica il problema del tirocinio sugli allievi, gli allievi chiedono alle strutture, le strutture rimandano il problema agli allievi, alla fine una struttura accetta ma passa il problema a me.

E io, che sono solito torturarmi con troppi dilemmi, che farò?

Ma la scuola? che fa la scuola?

Già: mentre io mi chiedo cosa fare, la scuola scarica il problema sugli allievi senza tanti complimenti. Riferisce il collega che la scuola chiede almeno un pochino, uno schizzetto di ore, una spumetta di tirocinio. Così, giusto per macchiare il libretto come si fa con il caffè.

La questione si fa complessa, per cui espongo chiaramente i miei dubbi al collega:

Dubbio 1: ma perché arrivi a Novembre senza aver fatto nemmeno un’ora di tirocinio?

Risposta 1: perché ho cercato dappertutto, senza trovare disponibilità di posti.

Dubbio 2: ma la tua scuola sa di questo problema?

Risposta 2: certo che lo sa, non sono il solo: la scuola ha alcuni accordi con sedi di tirocinio, ma non coprono tutto il fabbisogno degli allievi. Chi abita vicino riesce a entrare, io che vivo a 200 km dalla sede mi devo arrangiare.

Dubbio 3: ipotizziamo per un momento che io accetti di farti da tutor. In questo caso, non potrei vederti che tre ore la settimana, e certamente non per 200 ore. Tu non potrai fare psicoterapia, perché qui non si fa. Ma io dovrei certificare che tu hai svolto attività psicoterapica controllata da me, senza che questo sia avvenuto. Ti chiedo: ma la tua scuola non si preoccupa di controllare?

Risposta 3: che io sappia, alla scuola basta che uno psicoterapeuta metta le firme sul libretto, ma non applica altri controlli: se il tirocinante dichiara di avere un tutor, e il tutor firma, per la scuola va bene così.

Altro che dubbi… non avevo dubbi! L’ho detto prima, che tutto questo è un Déjà-vu… stesso copione di tutti gli anni: allievi di scuole mai sentite prima, che ti chiedono acrobazie impossibili con il tutoraggio, perché altrimenti restano senza certificazione di tirocinio. Immagino quanti psicologi, oggetto delle stesse spinose richieste, firmano senza tante storie per non sentirsi troppo in colpa, per fare un favore al collega, per mantenere buoni rapporti con la direzione dell’ente per cui lavorano…

Maestri Estinti

Il Maestro: una figura quasi archetipica. Il Maestro ti segue ed istruisce, ti parla e controlla che tu segua i suoi insegnamenti. Nella scuola universitaria di specializzazione in Psicologia Clinica, che ho frequentato a Padova, la versione contemporanea del Maestro era il tutor: un docente universitario con cui si lavorava fianco a fianco per quattro anni.

Non ti presentavi per un giorno? Lui lo sapeva, perché la mattina nell’ambulatorio lui c’era, tu no. Non ti presentavi a lezione? C’era il controllo della presenza. Qualcosa non andava nella tua attività di tirocinio? La direttrice ti convocava. Mancavi alle supervisioni? Alle riunioni d’equipe? Non seguivi pazienti? Non occorreva autodenunciarsi a Ottobre: già con i primi di Marzo ricevevi un richiamo alle armi.

E la didattica, come si svolgeva? 400 ore di lezione frontale, 12 esami l’anno, 400 ore di attività clinica certificata: con pazienti in carico che pagavano il ticket sulle tue prestazioni, appuntamenti presi dalle infermiere, frequenza in reparto ospedaliero, supervisioni, riunioni d’equipe.

Insomma: una formazione intensiva, che richiedeva sacrifici, che occupava dai due ai tre giorni la settimana, in orario di lavoro, con molteplici meccanismi di controllo.

Un controllo su tutti: il rapporto con i Maestri. Che invece mi è sembrato mancare, nella storia di questo collega: in vagabondaggio da mesi, apparentemente senza assistenza, ma soprattutto senza alcun controllo: se decidessi di fargli da tutor, non vedrei mai il direttore della scuola, un docente, la segretaria. Non presenzierei alla tesi di specializzazione.

E soprattutto, nessuno gli chiederebbe nulla del suo tirocinio: solo vedere le firme.

É davvero questa la prassi didattica di una parte delle scuole di psicoterapia? una didattica di Maestri Estinti che abdicano al loro compito educativo?

Un altro collega in formazione mi raccontò della didattica nella sua scuola: 200 ore di lezione, 100 di tirocinio esterno, 40 ore di stesura di tesina su un caso clinico simulato (leggi: inventato di sana pianta sulla base degli assunti del modello teorico). Nessun esame: a fine anno la presentazione di un caso e un esame orale su argomenti concordati. La tesina alla fine dei quattro anni, non necessariamente in forma scritta: andavano alla grande filmati, slides e presentazioni multimediali. Le ore di tirocino? certificate da un tutor esterno che mai verrà contattato dalla scuola per avere un giudizio, per sapere se tutto è andato liscio, se il baldo allievo si è almeno presentato al lavoro.

La nostra professione, la nostra formazione

Sembra banale dirlo: partire con il piede sbagliato, scegliere una scuola poco attenta o male organizzata, non è solo uno spreco di denaro: incide sulla carriera professionale e sulla categoria intera.

Sulla carriera del singolo professionista, perché non gli offre il percorso formativo adatto ad acquisire le abilità professionali necessarie a lavorare, e non lo introduce nella rete di relazioni professionali che, insieme ad una solida competenza, sono il terreno di coltura della carriera professionale.

Sulla categoria, perché un sistema formativo poco attento, che potenzialmente abilita colleghi di cui non si è certi dell’effettiva abilità professionale, abilita anche professionisti che produrranno errori, comportamenti non adatti, danneggiando l’immagine della categoria.

Ma c’è anche in problema più generale, di mancanza di programmazione: la professione è sana e cresce il volume d’affari annuo, ma aumenta la disoccupazione. Questo perché gli psicologi e gli psicoterapeuti crescono numericamente più del loro volume d’affari. E crescono per le distorsioni di un sistema formativo che ha i difetti esemplificati nella storia di questo collega, che forse non rappresenta la norma statistica, ma sicuramente un esempio di quel che avviene in alcune scuole.

Quante? Non sappiamo, ma varrebbe la pena correggere una filiera formativa che produce così tanti psicoterapeuti,  in alcuni casi con una qualità formativa non garantita.

Diagnosi Strutturale

In tutto questo, dobbiamo andare all’origine: la struttura della nostra professione. Una professione che cresce in volume d’affari, ma con un tasso di disoccupazione e sotto-occupazione da apocalisse: oltre il 50% degli iscritti all’ordine non apre alcuna attività psicologica, e del 50% che apre una Partita Iva, poco più del 10-20% ha un reddito professionale superiore ai 20-25mila euro lordi.

Tradotto nelle cifre della Crisi Economica: il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti ha raggiunto lo storico record del 10,2%. Quello degli psicologi, fra disoccupasione e sotto-occupazione, l’ordinario e crescente tasso del 80-90%.

Inoltre, c’è un problema di distribuzione nei settori di mercato: la prassi dell’attività dello psicologo comprende le attività più varie. Ma c’è un’ipertrofia del settore sanitario, e ancor più della specializzazione in psicoterapia, attività estremamente specifica in cui si riversano migliaia di colleghi ogni anno.

Colleghi che devono svolgere 200 ore di psicoterapia. Per 300 scuole a 20 allievi per anno fanno 80 allievi in tutto, ciascuno con le sue 200 ore da fare. Fanno 16.000 ore di attività. Per 300 scuole, fanno 4.800.000 ore di attività clinica all’anno. Milioni di ore/anno di attività clinica obbligatoria da smaltire. In prospettiva, milioni di ore di prestazioni per cui la domanda cresce, ma non agli stessi ritmi dell’offerta.

Un dato che può riguardare tutti, oppure nessuno: dipende dall’ampiezza del nostro orizzonte degli eventi.