Le parole dell’analfabeta

Sulle parole del minorenne dello stupro di Palermo, la psicologia e i minori autori di reato

 “Cumpà l’ammazzammu, ti giuro a me matri, l’ammazzammu, ti giuro a me frati, sviniu… Sviniu chiossai di na vota… Ti giuro, ava muoriri, me frati… Na fic… sette, u vo capiri? Mi fici lassari u contatto, a chista mancu a canuscievo io, a pigghiaru l’amici mia e iemmu a fic…, minchia siette, mamà…! Non m’a firassi cu sette masculi, cumpà ficimu un macello, n’addivertemmu, ti giuro a me patri, troppi cianchi!” (Frasi scambiate via social dal coimputato diciassettenne dello stupro di Palermo la notte della violenza)

Sgombriamo il campo dagli equivoci. Quando sette ragazzi abusano in gruppo di una ragazza forse a tratti incosciente, almeno stando agli scambi social di quella notte tragica “Sviniu chiossai di na vota…”, “È svenuta più di una volta”, questa cosa non ha niente a che vedere non solo con l’amore, ma neppure con l’eros. Il piacere, nelle violenze sessuali, c’entra poco. C’entra il tempo che passa, c’entra il confronto sociale, c’entra la povertà simbolica di adolescenti in corto circuito nella gestione di compiti evolutivi rimasti bloccati da qualche parte. Ciò che viene di sicuro erotizzato, ce lo dice il nostro diciassettenne che pronuncia parole quasi a caso, nelle violenze di gruppo è il gruppo stesso, e infatti “le cose belle si fanno con gli amici”. Ed è erotizzata la dimensione di sopraffazione, di violenza, la negazione assoluta della possibilità dell’esistenza dell’Altro: “l’ammazzammu… ava muoriri…”.

Quel delicato processo in cui ci si mette in gioco nei primi tentativi di seduzione, in cui la risposta può essere un sì come un no, è un rito di passaggio che la violenza surroga, simula, nega. Quel diciassettenne continua a fare lo stesso gioco, rifugiarsi nel rassicurante territorio in cui sette uomini con anche troppa facilità possono sopraffare con la forza un’unica ragazza e trovare la cosa divertente “troppi cianchi…”. Quel ragazzo non ha fatto ancora i conti con la propria impotenza, con la propria fragilità, con le proprie incapacità. Glielo ricorderanno i detenuti del carcere che lo aspetta, i quali, attraverso l’applicazione di un’etica semplicistica ma precisa, sanno bene che tutta quell’esibizione di aggressività smaccata e un po’ troppo esibita nasconde un’impotenza strutturale profonda. Stai scappando dalla paura della tua piccolezza, e lo fai mescolandoti a quelli che sono “veri” trasgressori. Questo “millantato credito” viene sanzionato gravemente dai compagni di istituto penale, che tipicamente attendono gli stupratori, come i rapinatori di anziani, come chi fa male ai bambini, con identica attitudine all’applicazione di sanzioni semplici quanto dure.

Loro, i ragazzi degli IPM, lo sanno. Sanno che quell’incompetente relazionale, quell’impotente affettivo, quell’analfabeta simbolico, con le sue parole che dichiarano guerra all’etica condivisa, che provocano, dimostra solo la pervicace fragilità di un “nudda ammischiato cu nente”. Del quale ci sarà – comunque – molto da domandarsi per i periti che se ne occuperanno. Maturo o immaturo, capace di intendere o no, destinato ad un futuro di detenzione o di cure psichiatriche, certo non siamo di fronte a nulla che abbia a che fare con la forza. 

Quando i crimini sono commessi da persone di età inferiore ai 18 anni, i casi sono molto spesso così, dilemmatici, complessi, spingono naturalmente a interrogazioni profonde. Quali famiglie hanno prodotto questa uscita dal solco dell’aratro, questo “de-lirio”, quale dimensione culturale e sociale del gruppo dei pari, quali luoghi, quali istituzioni.

Alla fine, ed è giusto, tocca estendere il campo fino a interrogarci anche su di noi. Cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo mancato di fare perché succedesse questo, cosa dovremmo fare perché non ci sia più un ragazzo che si diverte a stuprare, in sette, una ragazzina. 

Non ci possiamo permettere che la prigione, nel caso di questo ragazzo sia effettivamente  per lui il “riposo del leone”, che forse leone non è ma un gattino aggressivo e pericoloso, il quale, appena uscito e per i prossimi quaranta o cinquant’anni farà avanti e indietro i luoghi di detenzione che lo Stato gli destinerà.

Tutta quella provocazione gridata sui social domanda già oggi un limite, è un appello alla Legge. Lui grida frasi estreme, eccessive, cerca disperatamente una legge che funzioni, che lo fermi, come non ha mai probabilmente vissuto prima di ora; nel caso di quel ragazzo l’incarnazione della Legge non ha mai funzionato come dispositivo simbolico, la legge non è stata applicata o è stata applicata malissimo, probabilmente fin dalla prima infanzia. 

Non c’è chiaramente alcuna giustificazione. Tutto il processo all’autore di reato è centrato sugli “accertamenti sulla personalità del minorenne” previsti dall’art.9 del DPR 448/88, che mettono al centro del processo un atto psicodiagnostico in senso lato. Quello che si deve comprendere è che cosa se ne fa quel ragazzino, così giovane, così in fondo relativamente poco distante dal momento della propria nascita, di un’azione così orrenda, così difficile da condividere, da pensare soltanto. Due principi della legge minorile italiana sono che la detenzione è residuale, e il sistema deve incidere in maniera minima sul loro percorso di vita. Tuttavia, fatti come quello di Palermo non possono, non devono ripetersi. 

Quello penale minorile è un sistema che esige risorse; bisogna sapersi fare le giuste domande e utilizzare i giusti strumenti per dare delle buone risposte ai giudici. Quasi tutte le risposte di cui hanno bisogno ruotano peraltro intorno alla stessa domanda: perché? Non siamo buonisti: comprendere non significa giustificare. Questo particolare ragazzo, ad esempio, sta gridando, al mondo dei social, il suo bisogno di confini, di limiti, di Legge. Oggi servono sbarre, e sbarre sono state, grazie alla buona decisione di un GIP di turno in un torrido Agosto; certo, oggi in termini di misura cautelare. Poi, si vedrà. Servirà capire qual è il delirio di onnipotenza in gioco, quale la fantasia di recupero maturativo che sta alla base di quell’atto con cui quel minore ha deciso di mettersi contro il senso comune, contro l’intera società civile, non limitandosi alla commissione di un atto orrendo. No: rilanciando attraverso i social una pervicace, instancabile provocazione al mondo, quasi volesse dichiarare la sua personale guerra a tutto. E torna la domanda (alla quale risponderanno i periti): perché? “Chi si mette contro di me si mette contro la morte”: già, amico mio, perchè tra queste parole poco pensate ce n’è una che torna: te la senti proprio dentro, la morte. Per questo quando “l’ammazzammu”, quando l’hai ammazzata, quello scricciolo di ragazza, ci hai fatto su tanti chianchi, ci hai riso su. Noi, non ridiamo, nel vedere quella foto in cui sette carnefici portano un’innocente verso un patibolo privato. 

Come ci è entrata, chi ce l’ha messa, che ci fai a giocare con la morte? Intorno a questo tema gli psicologi sono chiamati a esprimersi con le migliori parole che hanno a disposizione, saccheggiando gli strumentari più sofisticati, perché in fondo la sicurezza sociale, nel caso dei minori autori di reato, come raramente accade, è affidata alla bontà di una diagnosi lontana dal DSM e da una messa alla prova che deve ritagliare l’abito del futuro su misura di quel particolare minore. Possibilmente togliendo la morte da dentro di lui, e dal mondo di fuori in cui cammina. 

Mauro Grimoldi

Responsabile del Master triennale in Psicologia Giuridica IMPG; CTU e Perito per i Tribunali e la Corte d’Appello di Milano, Monza, Piacenza e Brescia. Già responsabile del servizio di valutazione dei minori autori di reato per il TM di Brescia dal 1997 al 2013. Autore di “Adolescenze Estreme” e (in fase di pubblicazione) “Dieci lezioni sul male”

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