
La voce della psicologia nel Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025–2030
31 Luglio 2025
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1 Agosto 2025La proposta italiana presente nel PANSM sulla salute mentale perinatale, offre una base clinica per affrontare la depressione e l’ansia perinatale, ma resta troppo focalizzata sul disagio mentale/psichiatrico individuale, iperconcentrata sul ruolo materno che viene dipinto come unico attore del benessere infantile, senza considerare la relazione lavoro‑famiglia, il supporto alla coppia e il contesto sociale.
Inoltre è troppo incentrata solo sugli aspetti di patologie psichiatriche e sui primi anni di vita (primi 1000 giorni), quando il ciclo intensivo della genitorialità dovrebbe includere quantomeno la fascia 0-6 anni dei figli.
I modelli internazionali suggeriscono un approccio olistico, integrato e comunitario che coinvolge politiche pubbliche, modelli lavorativi, servizi domiciliari, continuità di cura, reti locali e inclusione dei partner.
I genitori infatti non sono monadi, ma sono inseriti in un contesto socio economico preciso, quello italiano, del tutto inadeguato nel bilanciamento lavoro-famiglia e nelle politiche per la famiglia.
1. Mancanza di attenzione agli aspetti sociali e lavorativi
Il PANSM ignora fattori come la precarietà lavorativa, le politiche sul congedo parentale, l’impatto della nascita di un figlio sulla carriera lavorativa materna, le difficoltà di accesso al part-time, l’equilibrio lavoro-famiglia. I dati ISTAT parlano chiaramente di un forte gap per le madri nel mondo del lavoro (fonte CNEL).
Pensare che la salute mentale sia svincolata da elementi pratici, economici e lavorativi è assolutamente limitante.
Un piano per la salute mentale deve poter incidere e richiedere risorse reali e concrete per migliorare le condizioni economiche e lavorative dei genitori.
2. Mancanza di riferimenti alla necessità di implementare le reti di servizi nella fascia 0-6 anni
Asili nido e servizi di baby sitting sono fondamentali nella prima età evolutiva, sia per permettere ai genitori di lavorare, sia perché costituiscono una rete di protezione ed educazione importante per la crescita delle nuove generazioni.
In Italia gli asili nido sono presenti in modo molto diverso nelle regioni e i costi sono prevalentemente a carico delle famiglie. Questo crea forti disparità nazionali.
Tasso di copertura nazionale dei nidi: circa 30 posti ogni 100 bambini di 0-2 anni (pubblico + privato). Significa che 70 bambini su 100 restano fuori dai servizi di asili nido. Inoltre è presente un forte divario tra nord e sud:
- Nord-est: 37,5 posti su 100 bambini
- Nord-ovest: 35
- Centro: 38,8
- Sud: 17,3
- Isole: 17,8
La spesa media italiana annuale per i costi di asilo nido è di 2000€, con divario nord/sud. Gli asili nido privati coprono il 51,1% dei posti, quindi superano i servizi pubblici per accoglienza di bambini. (Fonte: ISTAT)
In aggiunta a questa carenza strutturale del sistema, i servizi scolastici in generale in molte regioni italiane non hanno attivo il tempo pieno e i servizi mensa. A partire dalla scuola dell’infanzia le scuole non sono attive nei mesi estivi, creando ulteriori disparità educative e sociali. Solo nelle famiglie che hanno i nonni disponibili possono lavorare entrambi i genitori, oppure solo chi ha disponibilità economica può permettersi centri estivi, baby sitting, camp educativi. In alternativa un genitore è costretto a non lavorare, solitamente la madre. La scelta obbligata di non lavorare può avere importanti ricadute sul benessere economico e sulla salute mentale. Questo dato non può essere omesso o sottovalutato in un documento che tratta di salute mentale genitoriale.
Affrontare la salute perinatale significa considerare questi aspetti pratici, quotidiani e premere perché le politiche attive aumentino in quantità e qualità i servizi per l’infanzia.
3. Assenza di supporto al ruolo paterno e rete famigliare
Il PANSM non considera in modo strutturale i padri/partner, né l’importanza della rete sociale, nonostante siano riconosciuti nei modelli internazionali come componenti fondamentali.
L’idea che la salute e il benessere mentale sia centrato unicamente sullo stato di salute mentale della madre, è assolutamente sbilanciato e inadeguato.
La visione maternocentrica è sorpassata in molti modelli internazionali, a favore della costruzione di reti di supporto che includono partner, nonni, peer supporter, attività sociali, specialisti.
Il documento sposa pienamente quella pericolosa visione, superata e colpevolizzante, della madre come fulcro unico e solitario del buon attaccamento e della salute dei bambini.
Questa visione infatti è alla base di un approccio performante, perfezionistico e stressogeno della genitorialità. Approccio che porta a due strade: da un lato sempre più madri vivono il burn-out genitoriale, nella fatica di tenere assieme tutte le richieste domestiche, organizzative, educative, lavorative.
L’altro effetto di questo approccio è spesso la resa, chi sente di non farcela o non ha le risorse culturali ed economiche si arrende e abdica al ruolo educativo e normativo, lasciando i figli nella trascuratezza. Con i padri che invece dovrebbero essere figure che vanno accompagnate al supporto concreto della vita familiare.
4. Mancanza di riferimenti specifici sul supporto concreto alla genitorialità nei primi 1000 giorni di vita
Supporto pratico, professionisti a domicilio.
Non sono dettagliate nello specifico le attività più efficaci per il riconoscimento delle situazioni a rischio: ovvero il potenziamento dei consultori familiari, le visite domiciliari di professioni sanitarie ed educative, per neogenitori, con particolare attenzione alle situazioni a basso reddito.
In questi anni nei consultori si è sponsorizzato prevalentemente il modello legato alla promozione dell’allattamento al seno, tralasciando fondamentali aspetti pedagogici e educativi a 360 gradi.
Un buon investimento sui consultori, la costruzione di linee guida e best practice, e soprattutto la domiciliarità sono il modo più concreto per intercettare attraverso screening e osservazione diretta le situazioni a rischio (violenza, uso di sostanze, trascuratezza), ed è anche il modo più rapido per intercettare il disagio mentale.
L’obiettivo primario in teoria dovrebbe essere però di tipo formativo e di empowerment: dare supporto pratico alle competenze genitoriali nel contesto casalingo, incoraggiare buone pratiche di organizzazione domestica, offrire strumenti di tipo pedagogico e psicologico evidence based. Questo nel concreto porta a un miglioramento degli esiti psico‑sociali ed economici per tutti i membri.
5. Prevenzione/educazione insufficiente
I corsi preparatori e home visiting sono menzionati, ma senza un’integrazione sistemica con politiche pubbliche di welfare (ad es. congedi parentali retribuiti, servizi comunitari).
6. Limitata inclusione di determinanti strutturali
Nel documento non si valutano le discriminazioni sociali, le disparità tra regioni o contesto socioeconomico, che incidono su accesso ai servizi e stigma.
Relegare la salute mentale perinatale ad un tema di pura salute mentale materna nel pre/post partum, restituisce una visione estremamente medicalizzata, parziale, lacunosa e limitata del benessere genitoriale e infantile.
Inoltre nel modello presentato nel PANSM ci sono gravi lacune su quella che è, e deve essere, una visione socio-economico-sanitaria complessiva che riguarda le nuove nascite.

