image_pdfimage_print

“Le piattaforme online squalificano il lavoro degli psicologi perché pagano troppo poco. Inoltre quella online non è vera terapia, è la proposta di un rifugio collusivo per chi non vuole impegnarsi davvero in un percorso e vuole restare seduto sul divano di casa sua.”

Non c’è incontro – formale o informale – tra colleghi in cui, negli ultimi due anni, non siano emerse osservazioni di questo tipo, con l’indice ben puntato sulle piattaforme, causa di una moltitudine di guai, alcuni reali, alcuni presunti.

Queste osservazioni possono essere più o meno puntuali, ma temo che spesso si confonda il sintomo con la malattia.

L’EMERGENZA SANITARIA E IL BOOM DELLE TERAPIE ONLINE
L’emergenza sanitaria del 2020 ha legittimato tutti ad utilizzare lo strumento online, ma lo ha fatto bypassando svariate problematiche senza affrontarle: così arriviamo al giorno d’oggi dove la convinzione prevalente è che fare terapia online corrisponda grosso modo alla terapia in setting classico, al massimo con qualche limite.
Niente di più sbagliato.

L’ESPLOSIONE DELLE PIATTAFORME ONLINE
Se il singolo professionista deve puntare ad un target di clientela in grado di pareggiare un rischio di impresa tutto sulle spalle dello psicologo, una piattaforma online per la sua sostenibilità deve innanzitutto puntare sulla quantità.

Questo consente di stabilire barriere di accesso al servizio più bassi (primi colloqui gratuiti, prezzi leggermente più bassi rispetto alla media del professionista singolo), algoritmi di accoppiamento paziente-terapeuta che sgravano il paziente dal processo di selezione che tipicamente dovrebbe attivare se invece dovesse cercare un terapeuta per conto suo.

È possibile che si tratti di un target di clientela che, in assenza delle piattaforme, difficilmente, se non a fronte di un serio aggravamento della situazione, si sarebbe rivolta a uno psicologo.

QUESTO E’ UN BENE?
Che la terapia diventi più accessibile è sicuramente positivo.
D’altra parte furono proprio questioni di accessibilità che spinsero i primi terapeuti statunitensi negli anni ’60 a proporre sedute telefoniche ai pazienti che per via delle grandi distanze geografiche non avevano possibilità di recarsi fisicamente da un terapeuta.
Temo però che gli aspetti positivi finiscano qui.

QUESTIONI CLINICHE E INGERENZE DI MERCATO
L’atteggiamento poco scientifico e molto ideologico con cui negli ultimi quindici anni come comunità professionale abbiamo colpevolmente frenato il dibattito sulla terapia online non ha impedito né che la domanda si palesasse né che delle aziende la intercettassero.

In generale non ci sarebbe nulla di male in una società basata sul libero mercato, ma qui non si vendono scarpe, parliamo di prestazioni sanitarie.
E l’insipienza e l’evitamento con cui abbiamo affrontato l’impatto delle nuove tecnologie e i cambiamenti nei bisogni e nella domanda di terapia ha lasciato campo libero affinché non ci fossero sufficienti anticorpi culturali e scientifici dentro la categoria per fare in modo che alcune criticità strutturali del modello di business delle piattaforme online non attecchissero.

LA TERAPIA ONLINE NON E’ UN TIPO SPECIALE DI TERAPIA
Come tutti i tipi di terapia, presuppone un’analisi della domanda, una valutazione dell’adeguatezza delle condizioni di setting al paziente, la possibilità di poter rimodulare alcune di queste condizioni in base all’evoluzione della terapia e/o a situazioni contingenti.

Come per tutte le terapie dovrebbe presupporre che siano le condizioni e le esigenze del paziente – e non quella del terapeuta o dell’azienda per cui lavora il terapeuta – a determinare se quel tipo di lavoro è adatto o meno al paziente.

Esistono pazienti per i quali il setting online è controindicato oppure momenti della terapia in cui sarebbe opportuno potersi avvalere anche della possibilità di incontri in presenza.

Queste sono valutazioni che facciamo in ogni presa in carico, e dovrebbero essere valutazioni che abbiamo la possibilità di fare in ogni contesto lavorativo.

Nel caso delle piattaforme spesso l’algoritmo accoppia paziente e terapeuta tenendoli appositamente a una certa distanza geografica.
È vietato, anche attraverso meccanismi di penali a carico dello psicologo, proporre sedute in studio.
Se paziente e terapeuta concordano di fare sedute online fuori dalla piattaforma (eventualità prevista, ma lo psicologo può sganciarsi dalla piattaforma solo pagando una penale) la piattaforma comunque contatta il paziente proponendogli altri psicologi per trattenerlo all’interno della piattaforma.
Questi aspetti in che modo incidono sulla libertà di scelta terapeutica dello psicologo e sulla qualità della prestazione offerta?

I PROBLEMI NON SONO SOLO DELLE PIATTAFORME, MA ANCHE DEGLI PSICOLOGI
I dati ci dicono che ormai 3 psicologi su 4 usano più o meno abitualmente il setting online. Ma dove hanno acquisito le competenze necessarie, almeno quelle di base, se il tema è sostanzialmente ignorato all’università, durante la specializzazione e anche nei corsi di aggiornamento, a maggior ragione quelli con ECM?

Dove sono articoli, testi, convegni, discussioni su questo tipo di setting, che permettano di leggere, discutere, elaborare questi cambiamenti in modo critico?

Il problema non è circoscritto solo al terapeuta, ma anche ai supervisori: non sono pochi i colleghi che non sanno a chi rivolgersi perché il supervisore cui si rivolgono abitualmente non ha dimestichezza con l’online.

E L’ORDINE CHE FA?
L’atteggiamento istituzionale rigido e ideologico invece che scientifico tenuto dagli Ordini per molti anni ha contribuito a creare il terreno fertile che ha consentito lo sviluppo della situazione attuale.
Allo stato attuale è davvero difficile immaginare un ritorno all’epoca “pre-piattaforme”, sia per il volume di affari che generano, sia perché all’interno di un mercato globalizzato, la loro chiusura lascerebbe semplicemente spazio a qualche azienda operante all’estero che andrebbe a riempire lo spazio di mercato lasciato libero reclutando psicologi che parlino italiano ma operanti fuori dall’Italia.

A costo di suscitare scandalo, l’unica strada che resta per cercare di raddrizzare la barca è l’interlocuzione attiva con queste aziende, alle quali però dobbiamo portare argomentazioni in una logica win-win.

Innanzitutto dobbiamo avere il coraggio di dire con chiarezza che il tema va affrontato in modo critico e scientifico.
Dobbiamo perciò essere in grado di spiegare che la situazione attuale ha profili di rischio non trascurabili non solo sul piano clinico ed etico, relativo alla salute della collettività, ma anche sul profilo economico e legale per le aziende che rischiano danni di immagine ed economici sostanziali: sarà sufficiente il primo caso di suicidio che finisce alle Iene.

È necessario inoltre studiare inquadramenti contrattuali che siano più tutelanti per gli psicologi.

Se le questioni economiche dovrebbero a un certo punto trovare una cornice più definita con l’applicazione delle norme sull’equo compenso, troppo fragile appare la posizione degli psicologi in un contesto così magmatico, spinti al limite del codice deontologico (e forse anche oltre) e troppo esposti in caso di controversie, che allo stato attuale sembrano mettere l’azienda nella comoda posizione di scaricare ogni responsabilità sulle spalle dello psicologo.

NON DOBBIAMO CURARE SOLO I SINTOMI
Gli Ordini devono coinvolgere scuole, università e soprattutto Società scientifiche affinché tutti insieme ci si occupi anche della malattia.
E la malattia è la calcificazione della teoria e della tecnica della terapia, che per difendere se stessa, e soprattutto per difendere i suoi padri e le sue madri, diventa immobile e fossilizzata di fronte ai cambiamenti sociali, economici e tecnologici.
Che quanto successo finora ci serva almeno da lezione.