Referendum: il nuovo codice ha la coperta corta

Questo referendum sul codice deontologico fa vibrare in me lo stesso disturbo nella Forza che mi aveva inquietato durante il referendum di Renzi nel 2016.

Anche allora ero combattuta tra il pragmatismo di alcune cose che sarebbero utilmente cambiate votando sì e altre questioni più generali e di processo che mi spingevano invece verso il no.

UNA REVISIONE DALLA COPERTA CORTA
Allo stato attuale, il codice deontologico presenta alcune lacune e/o contraddizioni con norme di rango superiore.
In particolare in merito all’obbligo di testimonianza e referto, alla presa in carico di minori e al consenso informato: questioni che con grande frequenza portano i colleghi e le colleghe in commissione disciplinare.

Vengono quindi proposte modifiche inerenti vari articoli, per allineare il testo del codice ai cambiamenti normativi degli ultimi anni (trovi degli approfondimenti dettagliati sul nostro sito).

Mentre si tira la coperta da un lato, però, ci si ritrova con i piedi scoperti dall’altro.

C’è un incomprensibile indebolimento dell’art.21, un articolo centrale per il contrasto alla svendita delle competenze professionali a pseudoprofessionisti, già oggetto di una profonda revisione nell’ultimo referendum sul codice del 2013, all’interno del quale scompare letteralmente il cuore, ovvero cosa è vietato insegnare a chi non è psicologo.
Nella nuova formulazione, infatti, viene totalmente eliminata questa parte:

“Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti e le tecniche conoscitive e di intervento relative a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull’applicazione di principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici.”

L’articolo 4, poi, passa dal riprendere la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Umani dell’attuale formulazione

“Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità”

al proporre un più generico e annacquato

“[Gli psicologi] Riconoscono le differenze individuali, di genere e culturali, promuovono inclusività, rispettano opinioni e credenze e si astengono dall’imporre il proprio sistema di valori”.

Non si capisce da dove nasca l’esigenza di andare a modificare così radicalmente un articolo – il 21 – che la comunità professionale stessa aveva approvato 10 anni fa con l’85% dei votanti al referendum del 2013 e per quale ragione andare a mescolare le carte intorno all’art.4, cuore della cornice etica della nostra professione.

In merito mi pare insufficiente il rimando alla premessa etica che viene aggiunta al nuovo codice, anche per ragioni meramente pratiche: nel procedimento disciplinare si applica il codice, nei suoi articoli, non le premesse generiche.
Di fatto il risultato è un indebolimento della difesa dei diritti all’autodeterminazione e alla tutela degli individui.

TUTTO QUELLO CHE NON C’E’
Poi c’è tutto quello che NON c’è in questo nuovo codice.
Ad esempio resta il macroscopico vuoto di un qualsiasi rimando sull’impatto dell’uso dei social e degli strumenti di telecomunicazione non solo per svolgere la professione, ma anche per promuoverla.
Così come resta inevaso il problema di come considerare, ad esempio, esternazioni pubbliche sui profili social personali di professionisti (riconosciuti come tali all’interno delle proprie cerchie di contatti) e che potrebbero essere in palese violazione del codice.

Per tacere poi del fatto che grazie alla proroga – presumibilmente – arriveremo alla fine della consigliatura di questo CNOP nel 2024 e ci arriveremo senza alcun orientamento circa i criteri – che non siano i sentimenti dei consiglieri – con cui comminare le sanzioni.
Pertanto, resteremo ancora per anni con la grave iniquità di procedimenti disciplinari che possono finire con un avvertimento in una regione e una sospensione in un’altra.

PER ME E’ NO.
In conclusione: per me è no.

E’ no, perché questa revisione nasce zoppa, con la necessità di definire alcune urgenze, ma con l’intrinseca consapevolezza che occorrerà intervenire di nuovo in tempi brevi.
Un’assurdità, anche in termini pratici: il rischio è che in 3-4 anni ci ritroviamo a dover maneggiare nelle commissioni deontologiche tre codici deontologici diversi, il vecchio, il nuovo e il nuovissimo che verrà.

E’ no, perché non sono disposta ad avallare un processo che in termini di rapporto costi/risultati è carente.

E’ no, perché la deontologia è una cosa troppo seria, e chi in una determinata fase politica ha la responsabilità di gestire processi e cambiamenti, ha pure la responsabilità di saper scegliere chi coinvolgere in quei processi per raggiungere il migliore risultato possibile.
L’esclusione, per mere ragioni di “lottizzazione politica”, di persone dall’indubbia esperienza sulla materia, per quanto mi riguarda rende il lavoro insufficiente di per sé.
Non puoi andare ai Mondiali e lasciare a casa Messi e Di Maria.

E’ no, perché l’adeguamento normativo non può trascinarsi dietro l’indebolimento dei principi di tutela della professione e dei diritti delle persone, senza alcuna ragione per me comprensibile.

Siamo sopravvissuti finora con questo codice, a questo punto preferisco aspettare un altro anno e sperare in una nuova consigliatura che sia in grado di prendersi l’incarico di fare un lavoro completo, che restituisca ai consigli degli Ordini strumenti pratici e concreti per svolgere una delle loro funzioni più importanti, ai colleghi e alle colleghe un articolato comprensibile e di qualità in grado di sostenerli nel lavoro, e alla collettività uno strumento di tutela e rispetto dei propri diritti.