Scoring online a pagamento: l’etica a rischio nella valutazione professionale

Il 2024 inizia con una diatriba scoppiettante dopo che alcune case editrici hanno attuato una politica commerciale per la quale professionisti e ricercatori sono costretti a usare strumenti diagnostici e le loro siglature senza avere accesso ai dati normativi, costringendoli così a basare le loro valutazioni su parametri del tutto ignoti.
Si procede solo ed esclusivamente con un servizio di scoring online… a pagamento ovviamente.

Molti i movimenti accademici e associativi nati per contrastare questa politica commerciale.
Molti gli aspetti etici, deontologici e universali coinvolti.

E non è un problema solo per il singolo collega che si trova in modo sporadico a fare diagnosi e che, in fondo, poco subisce da questa nuova politica commerciale.
Il tema qui è sui grandi numeri, per tutte quelle equipe, strutture, organizzazioni e realtà che si trovano a fare diagnosi quotidianamente per lavoro clinico, per screening o per ricerca.

E la ricerca, come la scienza, è di tutti: non dovrebbe subire processi chiusi e limiti di utilizzo e studio.

Ed è proprio il tema del bene comune e della trasparenza che eticamente vengono messi in dubbio da questa politica commerciale.
Come fa un professionista ad essere trasparente con il proprio paziente e con il proprio lavoro quando si trova a sostenere valutazioni e opinioni basate su un atto fiduciario e sconosciuto?
Desideriamo una scienza esatta per un principio di riconoscibilità esterna ma sappiamo bene che ogni soggetto è differente e ogni diagnosi ha una sua risultanza e un suo peso.
Per questo quando si fa diagnosi su larga scala si analizza il campione e si confronta il target di riferimento.
Appiattire tutto ad un semplice 2+2 fa 4 non riconosce la diversità dell’umano.
Non riconosce il valore della psicologia in quanto scienza che studia i processi.

La mancata disponibilità dei dati, necessari alla comprensione dello specifico funzionamento del test, aumenta la distanza tra una diagnosi basata sulla conoscenza scientifica e una diagnosi basata su un atto fiduciario e autocratico.
Tutto ciò rischia di non essere più “psicologia”.
E questo genera tra l’altro potenziali problemi deontologici che la comunità editoriale non può far finta di non vedere: se un professionista non conosce il campione, le percentuali, le differenze, i gruppi di controllo e quant’altro di ritenuto utile e necessario, come può da una parte verificare la validità e l’attendibilità delle sue conclusioni e valutazioni cliniche e diagnostiche, e dall’altra, sostenere una coerenza e plausibilità professionale?

Vengono a mancare i principi espressi dagli articoli 3 e 5 del nostro codice deontologico che ci impongono “responsabilità dei propri atti professionali” e “l’utilizzo di soli strumenti teorico – pratici per i quali si ha acquisito adeguata competenza (…) e metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti e riferimenti scientifici”.

Ma anche e soprattutto l’art. 7 per il quale lo psicologo deve necessariamente “valutare attentamente il grado di validità e di attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte”.

Universalmente oggi, sempre più, la scienza è tra i principali motori della nostra società e per questo dovrebbe essere accessibile a tutti.
Un bene comune che viene meno in questa operazione che nasconde i dati sia ai professionisti sia ai pazienti e alla comunità scientifica.

Una valutazione diagnostica in questa cornice diventa un processo inconoscibile, o al massimo conosciuto e controllato solo dall’operatore commerciale.

Ed è proprio la semantica commerciale che muove tale politica.

Basta leggere la posizione oligopolista della AIE – Associazione Italiana Editori – pubblicata il 22 febbraio 2022, nel quale emerge una sottolineatura sugli aspetti della sostenibilità economica del progetto open science.
“Se la scienza aperta è “the practice of science in such a way that others can collaborate and contribute”, il ruolo dell’editore risulta evidente, come mediatore tra ricercatore e il suo lettore non accademico. (…) Tutto ciò comporta investimenti e risorse e pone il tema della sostenibilità come elemento essenziale per la realizzazione delle scienze aperte (…)”.

Nessuno mette in dubbio l’esigenza di una sostenibilità economica per un operatore economico privato o la necessità di limitare l’uso scorretto di materiale fotocopiato, ma una mediazione in questa fase si potrebbe cercare evitando scontri paradossali tra associazioni di professionisti, mondo accademico e editori, dove la scienza è la prima ad uscirne sconfitta.

Perché, se da una parte si vuole limitare l’uso di materiale fotocopiato, dall’altra c’è il rischio che ci i professionisti continuino ad utilizzare le edizioni precedenti e non aggiornate dei test che hanno le norme in chiaro.
Una mediazione è necessaria, garantendo trasparenza e correttezza metodologica ai professionisti, sostenibilità economica alle case editrici e un servizio professionalmente adeguato e aggiornato ai nostri pazienti.

Perché così, eticamente e deontologicamente rischiamo di perderci tutti!