Carriere di successo al femminile: l’iniziativa ENPAP.

Perché molti colleghi non riescono a sfondare nella propria professione? Perché si trovano a fare i salti mortali anche solo per stare a galla, spesso affiancando all’attività da psicologo anche lavori differenti da quello per cui hanno studiato?

Una prima spiegazione sta, naturalmente, nel contesto in cui si situano. Ad oggi, gli psicologi attivi professionalmente sono più di 50.000, una realtà di grande competizione, quindi. Ad abbattersi su di loro come un cataclisma, ci si è messa pure la crisi economica. Soprattutto per i giovani, quelli che non hanno avviato l’attività in tempi migliori con pochi colleghi fra cui spartirsi la torta professionale e – addirittura – l’apertura dei posti pubblici agli psicologi…riuscire a galleggiare in un’epoca ben diversa da quella di trent’anni fa, è una grande impresa.

Eppure, la situazione difficile non spiega tutto. Pure in questo contesto, alcuni colleghi riescono bene, altri addirittura eccellono. Come mai?

Ci sono altri elementi fondamentali da considerare. In ENPAP abbiamo voluto capire meglio cosa fa la differenza. Con uno sguardo particolare rivolto all’impresa al femminile, che nella nostra categoria rappresenta più dell’80% della professione.

Psicologhe: che impresa!

Si è concluso venerdì, con un convegno a Roma, il lungo percorso sull’imprenditoria femminile organizzato da ENPAP – a governo AltraPsicologia – attraverso la commissione Politiche Femminili.
Il convegno ha avuto grande eco sulla stampa. State Of Mind lo ha definito – fra le altre cose – “brillantemente strutturato” e con “ospiti d’eccezione”. E molti altri feedback positivi sono arrivati dalla stampa nazionale e specialistica: la rassegna completa è in fondo a questo articolo.

Perché ci è interessato premiare colleghe che avessero realizzato un’impresa di successo? Perché diffonderne le storie e, addirittura, insistere sul tema realizzando un convegno chiamando anche imprenditrici di altri settori e docenti del Sole24ore a raccontarci le agevolazioni possibili? Ma soprattutto: cosa c’entrano i liberi professionisti con l’imprenditoria?!?

Come ho spiegato durante il convegno – sulla pagina Facebook di Enpap potrete trovare il mio intervento su questo tema e quello di diversi altri relatori – l’imprenditoria non coincide necessariamente con la creazione di una società, ma è prima di tutto una forma mentis con cui ci si situa nel panorama professionale. Anche se si è liberi professionisti.

La differenza non sta tanto nella forma con cui si realizza il proprio progetto, ma nell’avere strutturato un progetto. Che si tratti di avviare uno studio di psicoterapia o creare un’impresa nel sociale con settanta collaboratori. O qualsiasi altra cosa.
Naturalmente, gli strumenti, il tempo, la progettazione vanno calibrati sulla base dell’idea che ho in mente ma, alla base, ci sono dei fattori comuni che possono fare la differenza fra un professionista che sopravvive malamente e uno psicologo realizzato e di successo.

Quali sono i comuni fattori del successo imprenditoriale che abbiamo scoperto?

immobilismo-450x234Prima di tutto, rendersi conto ed accettare che il mondo è cambiato. Molti colleghi rimangono attaccati ad un’idea di professione antiquata che, piaccia o no, non è più quella con cui si confrontano. E prima lo accetteranno, prima potranno apportare le modifiche giuste per realizzarsi pur in un ambiente difficile.

La buona formazione, le ottime competenze e una targhetta fuori dallo studio/ufficio non sono più elementi sufficienti per emergere. Il fatto di avere speso tanti anni e soldi nel costruirci conoscenze approfondite non ci garantisce l’arrivo dei clienti. E, per quanto l’idea non ci piaccia, avere tanti utenti che vengono da noi perché siamo bravi non è un nostro diritto. E’ solo la base.

Le persone, oggi, si muovono con le nuove tecnologie, vogliono “conoscere” il professionista prima di incontrarlo, vogliono sapere chi è e cosa fa. Ma la maggior parte dei colleghi non ha neanche un sito web, figuriamoci la presenza sui social o la scrittura di articoli personalizzati. Per non parlare di progetti elaborati e ritagliati sulle esigenze di una specifica popolazione target.

Fare questo, significa essere entrati dentro la “cultura imprenditoriale”, avere compreso che qualunque progetto, piccolo o grande che sia, richiede un’analisi del contesto in cui vogliamo situarci e proporre i nostri servizi (analisi dei competitor, popolazione target a cui ci rivolgiamo e loro esigenze specifiche, associazioni o enti con cui sia possibile collaborare, ecc.).

IMG_donne_rete-850x562E poi una progettazione specifica coerente con le normative relative alla nostra tematica, una promozione studiata, mirata e diversificata, una timeline del percorso che comprenda anche le varie tappe intermedie da raggiungere e i tempi entro cui farlo e, infine, una valutazione degli esiti, in modo da potere mano a mano “aggiustare il tiro” e comprendere cosa va valorizzato, cosa cambiato e cosa eliminato.

Se, poi, dal progetto semplice si passa ad aspetti più complessi o a vere e proprie imprese, allora sarà necessario sviluppare anche un business plan completo e approfondito.

Il tutto, facendo rete con colleghi e altre figure professionali coinvolte, creando contatti e rinunciando ad una visione professionale solipsistica.

Di tutto questo si è parlato al convegno, così come delle agevolazioni previste per chi si vuole muovere in questa direzione e di tante storie di imprese di successo. Partite da una singola persona, come me, come voi, che si era messa in testa di realizzare un’impresa. In tutti i sensi.

Henry Ford diceva: “che tu creda di farcela o di non farcela, hai comunque ragione”. Sta a noi scegliere da che parte della ragione vogliamo stare.

 

RASSEGNA STAMPA:

http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/tag/enpap/ANSA

http://www.ansa.it/professioni/notizie/legislazione/2016/04/15/psicologi82-donna-ma-gap-reddito-40_f4573288-6d48-4408-b19b-154569d1c54b.html

http://www.adnkronos.com/lavoro/professionisti/2016/04/15/psicologi-premiate-proposte-imprenditoriali-femminile_xDG4Ha5U0CphZ2vKrgShfP.html

http://test3.blogghy.com/note/688948/sanit%C4%81-enpap-molte-donne-psicologo-ma.html

http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=38708

http://www.olbianotizie.it/24ore-articolo-365031-psicologi_premiate_5_proposte_imprenditoriali_al_femminile.aspx

http://padovanews.it/speciali/lavoro/404223-psicologi-premiate-5-proposte-imprenditoriali-al-femminile.html?print=1&download=0

http://www.sassarinotizie.com/24ore-articolo-365031-psicologi_premiate_5_proposte_imprenditoriali_al_femminile.aspx

http://www.newsrss24.com/italia/2016/04/15/professioni-psicologi-premiate-5-proposte-imprenditoriali-al-femminile/

http://www.iltempo.it/adn-kronos/2016/04/15/psicologi-premiate-5-proposte-imprenditoriali-al-femminile-1.1529737

http://www.focus.it/scienza/salute/sanita-enpap-molte-donne-psicologo-ma-poco-interesse-a-fare-impresa

http://www.oggitreviso.it/sanit%C3%A0-enpap-molte-donne-psicologo-ma-poco-interesse-fare-impresa-133322

http://www.panorama.it/scienza/salute/sanita-enpap-molte-donne-psicologo-ma-poco-interesse-a-fare-impresa/

http://www.liberoquotidiano.it/news/professionisti/11898998/Psicologi–premiate-5-proposte-imprenditoriali.html

Psicologi, premiate 5 proposte imprenditoriali al femminile

http://247.libero.it/rfocus/25816398/1/sanit-enpap-molte-donne-psicologo-ma-poco-interesse-a-fare-impresa/

http://gossip.libero.it/focus/35453662/sanit%C3%A0-enpap-molte-donne-psicologo-ma-poco-interesse-a-fare-impresa/enpap-sanit%C3%A0/?type=

Libera professione e imprenditoria femminile “Psicologhe: che impresa!” – Report dal Convegno ENPAP




STORICA SENTENZA COUNSELOR: I PUNTI INTERESSANTI

ALTRA PSICOLOGIA LO DICE DA SEMPRE:
IL COUNSELING È UN’ATTIVITÀ DELLO PSICOLOGO!

Ora, Amici Miei, la “supercazzola con scappellamento a destra come fosse antani” utilizzata negli anni dai vari counselors per cercare di sostenere che si tratti di qualcosa di differente e non sovrapponibile al nostro lavoro sono solo tentativi di esercitare un’attività che attiene alla nostra professione senza avere i titoli e, soprattutto, la formazione adeguata.

Un po’, sempre per disturbare il compianto Monicelli, come se si tentasse di convincere un gruppo di turisti che la Torre di Pisa si può raddrizzare tirando a mano qualche corda…

E invece, ci vuole ben altro: competenze specifiche che possiedono solo i professionisti che hanno svolto un adeguato percorso: psicologi e psicoterapeuti, a seconda delle competenze da attivare.

OGGI LA SENTENZA DEL TAR DEL LAZIO LO AFFERMA IN MODO CHIARO E INEQUIVOCABILE.

Qui la sentenza completa

I FATTI

Con la Legge 4/2013 sulle professioni non regolamentate i counselors trovano un nuovo varco in cui cercare di infilarsi per accreditarsi come professione.

Tuttavia, all’art. 2 della Legge viene definito cosa sia una professione non regolamentata e quali attività debbano essere escluse: “si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attivita’ e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

Mentre, all’art. 6, comma 2, viene ulteriormente ribadito che “ai professionisti di cui all’art. 1, comma 2, anche se iscritti alle associazioni di cui al presente articolo, non è consentito l’esercizio delle attività professionali riservate dalla legge a specifiche categorie di soggetti, salvo il caso in cui dimostrino il possesso dei requisiti previsti dalla legge e l’iscrizione al relativo albo professionale”.

Chiaro, no? Per qualcuno…non ancora.

Infatti il problema, lo sappiamo bene, è che i counselor da sempre sostengono che loro non si occupano delle patologie, ma dello sviluppo delle potenzialità, di forme di disagio lieve, di migliorare la relazione con gli altri, rinforzare le capacità di scelta e dare uno spazio di ascolto. E molti altri “antani”.
Tutte attività che noi, da sempre, sappiamo essere caratteristiche della nostra professione, ma pare che loro non se ne siano accorti.

Il 10 settembre 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico inserisce Assocounseling nell’Elenco delle associazioni professionali non regolamentate e delle loro forme aggregative (come previsto sempre dalla richiamata Legge).

Due mesi dopo, il CNOP si oppone a tale provvedimento e ai vari pareri dei Ministeri che ne avevano permesso l’inserimento, sostenendo proprio come le definizioni date dall’associazione in merito alle attività svolte dai counselor si sovrappongano a quelle dello psicologo.

Ad oggi, finalmente, la sentenza del TAR, inequivocabile.

Ricordiamo, per dovere di cronaca, che questa non è la chiusura definitiva del caso.
Assocounseling può ancora opporsi e, allora, si attenderà il responso del Consiglio di Stato. Ma è certamente, una prima grande vittoria della categoria su una criticità che Altra Psicologia per prima, e da sempre, ha sottolineato e combattuto.

Gli estratti più interessanti della sentenza:

“L’AssoCounseling ha definito l’attività dei propri associati, il counselling, come “attività il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente, sostenendo i suoi punti di forza e le sue capacità di autodeterminazione. Il counseling offre uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, fasi di transizione e stati di crisi e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento. E’ un intervento che utilizza varie metodologie mutuate da diversi orientamenti teorici. Si rivolge al singolo, alle famiglie, a gruppi e istituzioni. Il Counseling può essere erogato in vari ambiti quali privato, sociale, scolastico, sanitario, aziendale.”
Premesso che tale descrizione dell’attività dell’AssoCounseling non è contenuta nello Statuto, ma è stata fornita in un allegato alla dichiarazione trasmessa con la domanda di inserimento, essa è anche talmente generica da potere comprendere una vasta gamma di interventi sulla persona, sfuggendo ad una precisa identificazione dell’ambito in cui la stessa viene a sovrapporsi all’attività dello psicologo”.

“Certamente, poi, è evidenziabile una interferenza con il settore di intervento degli psicologi cd. Junior”

“La promozione dello sviluppo delle potenzialità di crescita individuale, di integrazione sociale, la facilitazione dei processi di comunicazione, il miglioramento della gestione dello stress e della qualità di vita, tanto per limitarci ad uno dei sottosettori di intervento dello psicologo junior, appaiono perfette duplicazioni dell’attività del counselor descritto dalla Assocounseling”.

“Non può non convenirsi con i ricorrenti che la gradazione del disagio psichico presuppone una competenza diagnostica pacificamente non riconosciuta ai counselors e che il disagio psichico, anche fuori da contesti clinici, rientra nelle competenze della professione sanitaria dello psicologo”

“L’art. 1 della legge 18 febbraio 1989 n. 56, nel definire la professione di psicologo, recita: (…) In tale definizione, tutt’ora vigente, è certamente ricompresa ogni forma di disagio psichico ed in qualsivoglia contesto”.

“Ne consegue che l’avere ritagliato, come ha fatto il Consiglio Superiore di Sanità, da tale ambito di intervento, un’area di intervento, oggi certamente riservata allo psicologo junior (…), quando non allo psicologo “senior” con specializzazione in valutazione psicologica e consulenza, si pone in palese violazione della legge 56/1989”.

“Ciò a cui deve guardarsi è l’ambito di attività del professionista iscritto all’ordine professionale e, nel caso di specie, tale ambito viene in parte a sovrapporsi a quello del counselor, come definito nell’impugnato parere del Consiglio Superiore di Sanità”

“La circostanza che il legislatore, nel definire la professione di psicologo nella legge n. 56 del 1989, abbia usato il termine “comprende”, anziché la locuzione “riserva”, non esclude che si tratti di attività per la quale è competente lo psicologo ed equivale ad una riserva, nei limiti in cui la definizione di tale ambito sia idonea ad identificare l’oggetto della attività professionale”.

“E’ certamente il caso dell’attività psicoterapeutica (…) e del counseling, per quanto può ricavarsi dal Decreto MIUR del 24 luglio 2006, di Riassetto delle scuole di specializzazione di area psicologica, nel quale “la valutazione ed il counseling” identifica una delle quattro tipologie di scuole di specializzazione di area psicologica.

“La definizione dell’attività non regolamentata del counselor, contenuta nel parere del Consiglio superiore di Sanità e recepita dal Mise, non consente a questi operatori di non sconfinare nel campo proprio degli psicologi (…), senza considerare che l’attività di counseling è anche materia di scuole di specializzazione riservate a psicologi”.




Psicologhe di successo? Yes, we can!

Psicologhe: che impresa!

ENPAP LANCIA UN’INIZIATIVA CHE PREMIA LE PSICOLOGHE IMPRENDITRICI

Essere donne in carriera è complesso, lo sappiamo; In Italia in particolar modo.
Eppure abbiamo intelligenza, motivazione, creatività, ottima predisposizione alla gestione delle relazioni, capacità di svolgere molti compiti contemporaneamente. Tutte doti fondamentali per avere successo nel lavoro.
Non a caso, le analisi dicono che un aumento dell’occupazione femminile determinerebbe un incremento del PIL di ben 7 punti!

PERCHÉ, ALLORA, NON DOVREMMO LANCIARCI NELLA LIBERA IMPRESA?

Come AltraPsicologia, riconosciamo l’intraprendenza delle colleghe e sosteniamo il loro spirito imprenditoriale. Per questo abbiamo realizzato in Enpap, con la Commissione Politiche Femminili (non a caso composta tutta da donne 😉 ), un’iniziativa che riguarda le iscritte che abbiano avviato un’impresa (e tutte coloro che da queste vogliono imparare).

Hai creato un’attività imprenditoriale o un progetto con caratteristiche imprenditoriali (vedi qui tutti i criteri per partecipare)?

ALLORA INVIA LA TUA STORIA E PARTECIPA ALL’INIZIATIVA!

 L’obiettivo non è legato solo al raggiungimento di un premio finale – una formazione specifica di prestigio – ma anche

  • alla promozione del proprio lavoro, portato a conoscenza dei colleghi,
  • alla creazione di un senso di community attraverso la partecipazione e la condivisione di storie,
  • alla condivisione di best practice,
  • allo stimolo per le iscritte ad intraprendere nuove strade e a riconoscere che è possibile farcela.

Vogliamo avere una comunità che condivide, sostiene, sollecita e – perché no? – fa da tutor alle psicologhe che vogliono “buttarsi” nell’impresa.
Ci piace pensare che siano le donne, fra le prime, a percorrere questa strada.

METTITI IN MOSTRA!

imprenditoria-femminileNoi donne abbiamo la tendenza, nell’ambito lavorativo, a non vantarci dei nostri successi, a fare senza rivendicare, a trovare sconveniente metterci troppo in evidenza.

Io vi chiedo esattamente il contrario: fate sapere a tutta la comunità di colleghi quello che siete state capaci di realizzare con le vostre sole forze e risorse interiori!

Farete bene a voi stesse e farete bene a loro, che potranno conoscere e imparare.
Mostriamo l’altro lato del nostro lavoro; non solo psicologhe comprensive e accuditive nel lavoro clinico, ma anche donne intraprendenti, creative, tenaci, sicure di sé e delle proprie capacità, pronte a mettersi in gioco.
L’invito, non solo dell’Enpap, ma di tutta AltraPsicologia, è di partecipare alla Call.

I FONDI PER NOI

Con l’equiparazione dei liberi professionisti alla piccola e media impresa da parte della Comunità Europea, si è aperta la possibilità per noi di accedere a finanziamenti prima preclusi, anche se ad oggi l’estensione di questa opportunità rimane un po’ a macchia di leopardo, con alcune regioni che hanno già aderito al cambiamento e altre che ancora non danno questa possibilità e che ci stanno mettendo più tempo del previsto per adeguarsi.
In attesa del pieno recepimento di questa apertura, ricordo che esiste anche la Legge 215/92, che prevede specifiche facilitazioni dedicate all’imprenditoria femminile.

I mezzi per muoversi in questo ambito, quindi, ci sono; le potenzialità le abbiamo: cosa aspettiamo? 




IL POTERE DELLA RETE

IL POTERE DELLA RETE

Perché collaborare e unirsi è utile alla nostra professione

Come psicologi, dovrebbe esserci ben noto il vantaggio di avere relazioni sociali, di stare in un gruppo, di avere una rete di supporto. Serve alla salute, serve all’umore e, incredibile a dirsi, serve anche al lavoro.

E’ curioso quanti colleghi si lamentino delle difficoltà della professione, ma poi non facciano un primo ed essenziale passo a favore di un cambiamento: stare insieme, confrontarsi, collaborare.

Se vogliamo crescere, non possiamo farlo da soli, ma dobbiamo farlo insieme.

Conosciamo i paradossi del nostro tempo, dove siamo sempre apparentemente connessi, eppure siamo, sostanzialmente, anche sempre più soli. Magari abbiamo 1000 “amici” su facebook, ma qualcuno che ci dia una mano quando stiamo veramente male, è una rarità. Non voglio comunque parlare di questo, su cui ci sarebbe da scrivere un trattato, ma rivolgere un attimo lo sguardo ad una situazione paragonabile in campo professionale.

Come psicologi abbiamo spesso un sito, scriviamo articoli, abbiamo una pagina facebook, una linkedin e, qualcuno, anche un profilo twitter.

Collezioniamo migliaia di “amici” in ciascun social network per pubblicizzarci al meglio, ma poi ci ritroviamo con pochissime connessioni professionali online e nel reale al fine di confrontarci e collaborare concretamente.

Ci disinteressiamo a ciò che capita alla professione intesa come unità, pensando al nostro piccolo orticello, come se le due cose non fossero connesse.

Salvo poi lamentarci quando gli effetti di questo individualismo emergono; e non ci rendiamo conto che siamo noi e il nostro scarso investimento nella colleganza ad indebolirci.

Perché fare gruppo è fondamentale nel nostro percorso lavorativo? Perché ci mette in contatto con altri colleghi ad un livello che sia un po’ più sostanzioso di un “like” o di una risposta ad una richiesta di contatto. Ci fa scambiare informazioni importanti, che potrebbero influire sulla nostra professione, ci permette di formarci in maniera formale ed informale, crea una rete professionale anche di possibili invii. Soprattutto, cosa tenuta in ultimo piano da tutti (per non dire non considerata) ci può far sentire il senso di comunità che, chiusi fra le quattro mura dei nostri studi, scuole o aziende in cui lavoriamo, è difficile percepire.

Il senso di comunità non è un’immagine romantica e anacronistica, di nessuna utilità. E’ una percezione fondamentale, non solo per non sentirsi soli, ma anche per darci spinta nel portare avanti battaglie importanti per noi, oltre che per la comunità (considerato che siamo una professione che ha come mission il benessere delle persone, ciò che limita e impoverisce la professione, conseguentemente limita e impoverisce gli utenti). Ed è essenziale per crearci un senso d’identità professionale forte, quella che, tanto per intenderci, i medici hanno. Questo senso di orgoglio di appartenenza non è solo qualcosa che ci fortifica all’interno, ma un’energia che sarebbe percepibile anche all’esterno, dando un’importanza e uno spessore maggiore alla percezione del nostro lavoro da parte della società.

Il rafforzamento di questo senso d’identità, tuttavia, non può che passare da un sostegno reciproco, pur nelle differenze del nostro lavoro, da un confronto che origini da una base di reciproca stima e apertura verso ambiti di applicazione diversi dai nostri o teorie e tecniche differenti.

Nella nostra comunità, invece, siamo di solito più occupati a sostenere quale ramo della psicoterapia sia più efficace, quale test più utile, quale tecnica lavorativa più cool dell’altra, in qualsiasi settore di applicazione. Questo non solo ci indebolisce internamente (tutto ciò che non permette di arricchirci e di ampliare il nostro orizzonte, finisce per essere una risorsa sprecata e non messa a frutto), ma anche esteriormente, agli occhi della società tutta, che vede una comunità divisa la quale pare sminuire l’apporto degli altri colleghi, quando non coincidenti col proprio.

AltraPsicologia è, per il nostro gruppo emiliano romagnolo così come gli altri sparsi per l’Italia, un’occasione per confrontarci, sostenere noi e la professione, aprire la mente ad ambiti differenti da cui ciascuno di noi può apprendere qualcosa anche per il proprio stesso lavoro, sentire di partecipare ad una stessa comunità e, quando necessario, combattere per gli stessi principi.

Per quanto mi riguarda, sicuramente mi ha dato molto personalmente e professionalmente, facendomi anche applicare in ambiti di lavoro differenti, scambiando idee da prospettive nuove, creative e trasferibili, in parte, anche sul mio lavoro individuale. Mi ha tenuta sempre informata, prima di tutti, sui cambiamenti nella mia professione, in modo da potermi preparare prima o lottare contro, quando necessario. Mi fa sentire che non sono sola, che quando ho un dubbio o un’idea, ho un gruppo ed un’intera comunità con cui condivido aspetti essenziali, con cui confrontarmi.

E non è solo una connessione “ideale”, è una collaborazione pratica, che portiamo avanti da dieci anni, nei campi più disparati e in modi sempre diversi ed innovativi.

Un esempio? L’ultima attività è una rete di psicologia del lavoro avviata dal 22 gennaio, costituita principalmente da colleghi che si sono formati od operano nel settore del lavoro e delle organizzazioni dove ci si confronta, ci si mette in gioco, si propongono idee e si collabora in modo attivo per la condivisione e la creazione di nuove opportunità di lavoro.

Vuoi entrare a fare parte della rete di psicologia del lavoro? Contatta Michele Piattella all’indirizzo michele.piattella@gmail.com , sarà felice di darti tutte le informazioni sul progetto.

Sì, sono “intrappolata nella rete”. E ne sono felice.

E tu, cosa pensi di fare?




I TAR-TASSATI. Cronaca di una vessazione annunciata

Sarà vero che i libero professionisti sono una casta, come ormai da anni sembrano pensare i governi che si sono succeduti. In realtà, sembrerebbero più una cesta, cioè un sacco da cui attingere a piene mani non appena si sente il bisogno di soldi.
Credo che sia difficile trovare una categoria che sia stata altrettanto tartassata negli ultimi anni come quella a cui mi fregio di appartenere, soprattutto se le vessazioni continue si collegano ad un reddito medio sempre più in calo (che, nel caso degli psicologi, partiva da livelli già sufficientemente imbarazzanti) oltre che a nulle garanzie, come capita nella libera professione.

Sei malato? O non guadagni o vai a lavorare anche con 40 di febbre.
Sei incinta? Il massimo a cui puoi aspirare è l’80% dei 5/12 del reddito di due anni precedenti. Niente permessi, allattamento, bonus vari. E possibilmente, vedi di tornare a lavorare entro massimo un paio di mesi, che i clienti mica stanno aspettando te.
Vuoi farti una vacanza? Bene, sappi che è a tue doppie spese: ai costi di vitto e alloggio, devi aggiungere i mancati incassi.

Insomma, l’idea della casta deve essere venuta a qualcuno con discreta propensione logica, perché nessuna persona razionale si spiegherebbe quale sia il ritorno di un’attività in cui non hai vantaggi e guadagni poco. Ergo, certamente hai poche sicurezze e rischi molto, ma in cambio guadagni valanghe di Euro.

E INVECE NO. Perlomeno, se è successo, non ce ne siamo accorti. E’ che noi psicologi c’abbiamo l’animo romantico. Pensiamo che sia bello lavorare con una passione e degli ideali, che i soldi non siano tutto. Cioè, ci piacerebbero, ma se non arrivano, ce ne facciamo una ragione, perché noi facciamo uno dei mestieri più belli del mondo. E più poveri.
D’altra parte, ci occupiamo spesso di disagio. E ci piace usare il metodo Stanislavskij: immedesimazione totale.

In pratica: molto lavoro, pochi soldi, nessuna garanzia. Ma tanta passione. Direi che sarebbe potuto bastare. Il nostro masochismo sarebbe stato sufficientemente accontentato.
Ma alcuni a cui lo Stanislavskij piace assai (quando lo usano gli altri), hanno deciso di incrementare la dose. Perché siamo una casta.

 LA MANNAIA

 

Avete presente la storia di “Cronaca di una morte annunciata”? I due fratelli che devono vendicare la sorella uccidendo l’uomo che le ha tolto l’onore; loro ci provano in tutti i modi ad evitare l’assassinio, provano a dirlo a tutti che uccideranno Santiago Nasar ma nessuno – con loro infinito dispiacere –li ferma. E loro sono costretti ad ammazzarlo.
Sembra la storia dei nostri politici, sempre tanto preoccupati di non mettere le mani in tasca ai cittadini, di evitare l’aumento della pressione fiscale, di non fare sperequazioni…insomma, loro ci provano a non commettere il crimine, ma siccome nessuno li ferma, che devono fare?

Un esempio? Basta vedere cos’è successo in quest’ultimo anno e fare una rapida carrellata su tutte le imposizioni che sono calate, come una mannaia, sui liberi professionisti:

Dal 6 giugno 2014 è diventato obbligatorio, per i fornitori di servizi alle pubbliche amministrazioni (quindi anche i liberi professionisti che con esse lavorano) emettere fatture elettroniche con procedure, formati, nonché metodologie di conservazione specifici. La misura riguarda, inizialmente, il rapporto con i ministeri, le agenzie fiscali e gli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale; dal 31 marzo 2015, si estenderà anche alle altre amministrazioni centrali incluse nell’elenco Istat e alle amministrazioni locali.
In pratica, chi lavora con le scuole, con i tribunali e così via, dovrà aggiungere anche questo costo. Perché, naturalmente, il tutto si può fare solo attraverso software o siti che, per tale servizio, si fanno pagare.

30 Giugno 2014: è iniziato l’obbligo di essere dotati di POS per permettere ai clienti di poter pagare anche tramite carta di debito, se richiesto, per parcelle superiori ai 30 Euro. Inutile dirlo: nessuno te lo regala. E se lo fa, è perché devi pagargli i costi di un conto corrente e/o una percentuale sulle transazioni.

Agosto 2014: Dopo vari rimandi, entra in vigore l’obbligo dell’assicurazione professionale per i liberi professionisti. Che si paga.

Pensate che basti? No, c’è di più fra le pieghe nascoste della politica. Perché il problema non sono solo i costi continui che vanno ad aggiungersi per chi cerca di fare libera professione, ma anche la continua esclusione dalle forme di aiuti economici.

IL PATTO…NON RISPETTATO

 

Da maggio 2014, infatti, arriva il famoso bonus degli 80 Euro per lavoratori che guadagnano fino a 26.000 Euro.
Quindi, dopo tante tassazioni, finalmente riceviamo qualcosa? NO.

Il bonus non è a favore delle partite iva le quali, però, con i loro versamenti, contribuiscono a regalarlo ai dipendenti.
Infatti, con la legge 103/96 è stato stretto una sorta di patto fra gli enti di Previdenza privati e lo Stato, il cui senso è più o meno questo: voi Casse della 103 non ci chiedete nulla, vi arrangiate da soli, lo Stato non deve pensare ad amministrare i vostri soldi né, tantomeno, ad erogare le vostre pensioni. E noi vi lasciamo libertà di agire, pur con alcune forme di controllo per essere certi che non sperperiate i soldi che serviranno a garantirvi il futuro.
Bene…ma hanno mantenuto il patto? NO.

Da un po’ di anni a questa parte, è una corsa continua a cercare di erodere il nostro patrimonio per riversarlo nelle casse dello Stato. Non solo siamo uno dei pochi paesi europei in cui gli enti di Previdenza privati hanno doppia tassazione (sulle rendite degli investimenti e poi, successivamente, anche sull’erogazione delle pensioni), ma questa è anche nettamente superiore a quella di tutti gli altri Paesi (la maggior parte degli altri Enti europei ha tassazione zero sulle rendite) e va continuamente aumentando, fino ad averla equiparata a quella a cui sono sottoposte le speculazioni finanziarie; come se non bastasse, ultimamente siamo stati soggetti anche alla spending review (come una qualsiasi amministrazione pubblica mentre noi, lo ricordiamo, siamo una fondazione di diritto privato!).

Ma di tutti questi soldi che vanno nelle tasche dello Stato, quanto spende lui per noi? Semplice: ZERO! In compenso, usa volentieri i nostri per finanziare alcune misure sociali, come quella degli 80 Euro. Di cui noi, però, non possiamo beneficiare.

E ORA?

 

Come ultimo regalo, arriva la scoperta che il prossimo anno la rivalutazione dei montanti sarà, in realtà, una svalutazione. Il metodo contributivo, cui noi siamo sottoposti, è stato ideato in anni in cui, evidentemente, nessuno pensava che il PIL potesse andare in negativo. Siccome la rivalutazione dei montanti (cioè i soldi che versiamo ogni anno per costruirci – da soli – la nostra pensione) si calcola, per legge, sulla media quinquennale del PIL, in periodi di recessione prolungata, il calcolo è presto fatto.

Quest’anno quella media ha il segno meno davanti.
Che vuol dire? Che se tu hai versato fino ad oggi, ad esempio, 10.000 Euro per la tua pensione, il prossimo anno, sulla cifra che hai messo da parte con tanta fatica, avrai qualche euro in meno, invece che in più.

Ora, in tutto questo ci chiediamo…ma almeno il bonus bebé sarà garantito anche a noi liberi professionisti oppure, come al solito, i soldi per gli altri verranno presi dalle nostre tasche?
Perché noi, per pagare le maternità delle nostre colleghe, in giusta ottica di solidarietà, saremo costretti ad aumentare il contributo che versiamo all’Enpap. Ma dallo Stato…cosa ci arriverà indietro?