Il duello. Ma anche no.

Se si guarda alla grammatica televisiva e della resa complessiva, la puntata di Servizio Pubblico andata in onda ieri sera è stata senza dubbio spettacolare. L’Auditel, sono sicuro, renderà giustizia agli interpreti. Se si guarda, invece, alla funzione informativa è andato drammaticamente in onda il coma profondo del giornalismo d’informazione politica.

Le metafore scomodate per inquadrare la puntata si sono sprecate: il duello – Leone? Tarantino? Forse più Bud Spencer e Terence Hill – ma anche quella del match (di pugilato, presumibilmente), forse la più presente nei post di Twitter, dove più di mezz’ora prima stormi di opinion leader digitali scaldavano i polpastrelli creando l’attesa. Nel sermone iniziale, Santoro introduce quella della corrida, un po’ all’amatriciana, con la colonna sonora di Granada secondo Claudio Villa. In realtà ciò che andrà in scena sarà la drammaturgia della simbiosi malata di berlusconisti e antiberlusconisti che lungo gli ultimi vent’anni ha depauperizzato il mondo dell’informazione italiana (che per la verità non è mai stato un fulmine di guerra) fino a consumarlo.

Si dice sempre che l’informazione “vera” è soffocata dall’abbraccio mortale del potere, che offre privilegi ai giornalisti in cambio di contiguità e condizionamento. Resto convinto che nell’Italia del dopoguerra questo sia stato il male minore, se è vero – come è vero – che in qualche modo la Prima Repubblica un equilibrio accettabile tra i due poteri l’aveva trovato. Questo equilibrio, magari precario e non pienamente soddisfacente, s’è spezzato con la “discesa in campo” di Berlusconi. In risposta all’introduzione della variabile B nel sistema dell’informazione, la stampa ha teso, a sua volta, a “scendere in campo”, diventando giocatore attivo della partita politica, con corredo di vilipendio a quel po’ di autonomia che in qualche modo aveva conservato; la politica, da parte sua, ha preteso – quasi sempre riuscendoci – di sostituire l’informazione con la comunicazione propagandistica, delegittimando la prima per legittimare la seconda. Illuminante quel passaggio altamente simbolico della trasmissione nel quale Berlusconi guadagna la scrivania di Travaglio (che gliela cede senza colpo ferire, su invito di Santoro): politici e giornalisti si mostrano dunque perfettamente interscambiabili.

Santoro e Berlusconi, ieri sera finalmente sposi, sono la rappresentazione più esplicativa di questa degenerazione aberrante.

Chi ha vinto, chi ha perso? Domanda facile, risposta complessa. Berlusconi ha ricavato il massimo dalla partecipazione a Servizio Pubblico, facendo bene le cose che sa fare bene (si accredita come uomo della Provvidenza nonostante tutto e tutti, come vittima, come combattente valoroso). Soprattutto è riuscito, almeno in quel frangente, ad imporre se stesso come tema centrale di campagna elettorale. E’ questa la strategia che gli ha fruttato il successo in passato, e che oggi è conditio sine qua non per la riaggregazione del consenso perduto. Santoro, fine conoscitore di questo meccanismo, che porta acqua al mulino del “nemico”, realizza le condizioni affinché la resurrezione di Lazzaro possa compiersi ancora. Perché? Audience? Incapacità di resistere al peccato di un confronto personale troppo a lungo rimandato? Boh, tant’è: lo show si fa e gli esiti sono quelli facilmente preventivati. Com’era quel tweet? Vado a memoria: “domani Il Giornale esce con il dvd della puntata”.

E l’informazione? Il “servizio pubblico”? Cosa esattamente distingueva ieri sera il Servizio dal Servizietto? L’informazione è stata sacrificata sull’altare degli obiettivi convergenti dei due protagonisti. Per carità, non che sia una novità. Stavolta però il sacrificio è manifesto: lo si vede dalle domande, che sono quelle di sempre, quelle che non possono mancare nell’economia di qualsiasi dispositivo antiberlusconiano, le quali finiscono col “chiamare” le solite risposte stereotipate; lo si vede dall’insistenza sui monologhi: c’è la gara a chi fa il monologo più accattivante per il pubblico (in studio? a casa?) come ad una gara di freestyle. Tradito dall’ansia di prestazione Marco Travaglio stampa il rigore sul palo; lo si vede dalle maldestre impennate del conduttore, il quale anziché incalzare l’ospite con domande intelligenti lo rimprovera, lo sgrida, lo cazzia, lo castiga (“no, la mano non gliela do”), si adira. L’indisciplinato scolaretto pestifero non acchiapperà voti degli elettori di sinistra ma intanto incassa dosi insperate di simpatia catodica e perfino qualche ecumenico applauso a scena aperta: l’effetto Pokemon lo rende più forte. Lo si vede, infine, dal prevalere dell’istrionismo dei protagonisti sui contenuti del programma. Mattatori? Guitti? Nell’arte scenica la linea che distingue la commedia dalla farsa è davvero molto sottile. Dato atto che nell’arena televisiva Berlusconi è ancora un fuoriclasse, sorprende come invece preferisca al confronto la figuraccia nei salottini addomesticati.

Dunque, al di là dello show riuscito, quale elemento informativo in più l’elettore ricava in vista di una più consapevole scelta elettorale? Mentre riflettevo su questa domanda, ieri sera, su Rai1, Pierluigi Bersani ospite di Bruno Vespa alla vituperata Terza Camera dello Stato, parlava di politica.




“Son tornati a cento e a mille” i politici in Tv

Silvio Berlusconi ospite di Barbara d’Urso a “Pomeriggio Live” su Canale5

Non eravamo rimasti che la comunicazione dei politici italiani aveva svoltato? Non si era detto che le disfunzioni informative e comunicative della Seconda Repubblica erano finalmente superate? Le campagne 2.0 di Obama sembravano aver indicato la strada anche alle nostre. Certo, non ci eravamo illusi che lo sarebbero state a livello di quelle di Barack, tuttavia gli exploit di Pisapia e De Magistris alle Amministrative 2011 più il successo dei comitati per il “no” ai referendum sui beni pubblici, al successo dei quali la Rete aveva contribuito, avevano destato nell’opinione pubblica aspettative alte in fatto di rinnovamento e di qualità della comunicazione politica. Più di recente, le Primarie del centrosinistra hanno rinfocolato quelle aspettative. Il format all’americana apparecchiato da Sky negli studi di X-Factor per il “faccia-a-faccia” tra gli aspiranti del centrosinistra alla premiership, con florilegio di fact checking e di trollata promozionale sul sito del PD – lo dico: sarà per la mia passione per tutto ciò che è pop, ma a me l’idea dei Fantastici Cinque è piaciuta subito – hanno spinto gli espertoni, nell’imminenza dell’evento, a sentenze tanto inappellabili, quanto, evidentemente, precipitose e, perciò, incaute. Le principali: “il talk-show di informazione politica è morto”, i dispositivi di comunicazione elettorale “non saranno mai più quelli di prima”, “il confronto politico tornerà inevitabilmente ad incentrarsi sui problemi reali”.

Un mese e qualche giorno più tardi, la nostra personalissima DeLorean targata Silvio Berlusconi ha riattivato i “circuiti temporali” del Paese. Ho ancora vivido addosso il senso di straniamento provato domenica 16 dicembre alla vista di Silvio Berlusconi ospite di Barbara D’Urso a Pomeriggio Live. Un’ora di monologo senza contraddittorio, fino alla domanda fatale: «Ma Presidente, mi si è fidanzato?». In quel momento ho avuto un’illuminazione: Flaiano, che già nel ’59 lamentava lo “Stato radiotelevisivo”, cioè lo Stato che attraverso l’intrattenimento televisivo «regola l’ozio della Nazione, dopo essersi invano provato a regolarne il lavoro, sul quale si fondava».

Pronti-Via, per milioni di Michael J. Fox italiani è istantaneo ritorno al futuro. Il soliloquio, che sovente egli confonde con lo “spiegare agli elettori”, è il solo dispositivo tollerato dal Cavaliere: qualora si realizzi un’inattesa situazione di contraddittorio, Berlusconi denuncia platealmente l’imboscata e abbandona il confronto – come accadde a In Mezz’ora di Lucia Annunziata nel 2006 – o minaccia di farlo, come a L’Arena di Massimo Giletti del 23 dicembre 2012. Sei anni dopo, il copione è stancamente identico.

Contestualmente alla nota propensione al monologo, che peraltro il Cavaliere condivide con il Senatore Monti, rifanno cucù tutte le piaghe più dannose che hanno afflitto la comunicazione politica del ventennio berlusconiano (non solo per colpa sua, s’intende): l’asfissiante presenzialismo dei politici in Tv, che non di rado configurerebbe il reato di stalking, se non fosse che la fattispecie di stalking politico non è prevista dal codice penale. Presenza eccessiva, certo, ma spesso anche insensata, gratuita, ingiustificata. Lo tsunami dei politici in Tv – Mario Monti in testa, non molto preoccupato (anzi) dagli eccessi di visibilità che gli derivano dall’essere, contemporaneamente, Presidente del Consiglio e aspirante successore di se stesso – è ripreso come sempre, più di sempre: nei notiziari, nei programmi di approfondimento informativo, di infotainment e di intrattenimento puro, in tutte le fasce della programmazione quotidiana e su tutte le reti più importanti. Altra piaga è lo scadimento strutturale della qualità del dibattito: partigianeria cieca e sorda, radicalizzazione ottusa delle posizioni, sganciamento dalla realtà, autoreferenzialità, aggressività, volgarità: su tutto, però, mi impressiona sempre come i parlamentari professionisti non sappiano discutere, allorché il metodo della discussione prevedrebbe: (1) presentazione dei propri argomenti; (2) ascolto degli argomenti degli interlocutori; (3) disponibilità a rivedere le proprie posizioni qualora quelle altrui risultassero più convincenti delle proprie; (4) sintesi finale. Figurarsi. Che poi, anche se sapessero discutere, a cosa servirebbe, visti i temi oggi privilegiati nel dibattito? (Terza biblica piaga). Durante l’anno di interregno del governo tecnico sembrava che i temi concreti, legati al quotidiano delle persone, fossero tornati saldamente al centro dell’agenda politico-mediatica. Oggi il Risiko estenuante delle alleanze elettorali e delle candidature è tornato ad oscurare il resto, con prevedibile calo del desiderio informativo da parte degli elettori.

Ultima piaga annichilente, infine, la strategia retorica di riverginazione cui fanno ricorso coloro i quali (tanti) sembrano alieni da qualsiasi pregressa responsabilità di governo e di partecipazione alla decisione politica. Gli ex in Tv testimoniano le sofferenze degli italiani colpiti dalla crisi e sfiancati dalle tasse (agli italiani sgomenti che li stanno guardando e, presumibilmente, pensano: “ma come, tu lo racconti a me?”) e segnalano le urgenze occupazionali dei giovani (che perlomeno non li stanno guardando, perché sono online); rimproverano (chi?) per l’attuazione di politiche sbagliate, argomentano sulla difficoltà a comprendere le logiche distorte della finanza globalizzata (“ma non è il tuo lavoro?”), salvo che prima del governo tecnico erano deputati, senatori, presidenti di commissione, ministri. La società dell’applauso della quale siamo intrisi li risparmia malinconicamente tutti dal lancio del gatto morto sul palcoscenico come, invece, la migliore tradizione del peggiore avanspettacolo richiederebbe.

Alla fine, la prima benedizione del Pontefice via Twitter, il cinguettio di Natale con il quale Mario Monti ha confermato la sua “salita” in politica e poi ancora #MontiLive, il primo incontro di un politico con gli elettori via Twitter mi sembrano oggi il contorno sfizioso alla solita sbobba. Siamo ripiombati “indietro nel futuro” e, ho paura, ci resteremo a tempo interminato.