L’alienazione è morta, viva l’alienazione

L’ICD-11, il sistema di classificazione nosografico dell’OMS ha confermato, nella release del settembre del 2020, una definitiva esclusione della sindrome di alienazione parentale, facendo seguito all’analoga presa di posizione del DSM-5.

Contemporaneamente, una parte della psicologia, quella che si occupa più da vicino di minori in situazioni di rischio, sembra insorgere: alcuni per lodare, come incassassero una vittoria, altri per lamentare una grave carenza. Cosa succede?


BREVE STORIA DELLA SINDROME DI ALIENAZIONE PARENTALE

Il concetto di “alienazione parentale” fu introdotto per la prima volta negli anni Ottanta dallo psichiatra forense statunitense Richard Gardner con il nome di Sindrome da Alienazione Parentale (PAS, dalla formula in inglese).
Secondo Gardner questa sindrome sarebbe costituita da una “programmazione” di uno dei due genitori (definito “genitore alienante”) che porterebbe i figli a dimostrare avversione e rifiuto verso l’altro genitore (“genitore alienato”).

Sono passati 35 anni. Il mondo è cambiato. Gardner ha avuto l’indiscutibile merito storico di sottolineare una particolare circostanza, rilevante sul piano sistemico e del rischio psicopatologico, riguardante minori in situazioni di separazione conflittuale.
Esistono minori, sembra dirci Gardner, che rifiutano, senza motivazioni condivisibili, un genitore.

Tuttavia, complice forse anche l’humus culturale della psichiatria statunitense degli anni ‘80, Gardner commette da subito due errori esiziali.

Uno. L’alienazione è un costrutto sistemico, che riguarda e coinvolge una triade formata da almeno un figlio e i suoi due genitori. E’ nel gioco relazionale delle parti che si iscrive la peculiarità di questa condizione, il che non permette di individuare un solo soggetto portatore della candidata nuova patologia.

Se è una malattia, chi ne è affetto?

Due. La PAS prevede la programmazione del bambino come induzione, ovvero come atto consapevole da parte del genitore alienante (quella che chiama la “campagna di denigrazione”), che esclude però paradossalmente il quadro che si riscontra invece più di frequente nella clinica attuale, in cui l’identificazione del minore con il genitore convivente è un atto inconsapevole. L’identificazione è un movimento inconscio in cui l’esclusione del genitore alienato può bene avvenire come un fatto sostanzialmente automatico, escludendo una dimensione diretta di colpa, legata a un’azione specifica e programmata.

LA STORIA SUCCESSIVA

Nei successivi 35 anni, ovvero fino a oggi, quegli aspetti problematici, considerati forse eccessivamente pragmatici, colpevolizzanti e poco scientifici, quando non chiaramente ideologici, fanno scaturire intorno alla PAS due veri e propri partiti, che potremmo sintetizzare come partito dei padri e partito delle madri, custodi di istanze chiaramente individuabili come ideologiche, ovvero orientate a sostenere una tesi ovvero un’altra.

I “partiti” sono oggi chiaramente individuabili in alcune “famiglie culturali” che sostengono due differenti posizioni che possiamo così riassumere, pur consapevoli di essere un po’ naif:

– le realtà a favore dei padri, in Italia tendenzialmente sostenute politicamente dei partiti più conservatori, sono a favore della PAS (ma si può essere “a favore” di una patologia?). Gli stessi gruppi tendono a vedere con scetticismo le denunce e le accuse di violenza intrafamiliare, ravvisandone una troppo frequente funzione strumentale. È una posizione fortemente rappresentata dalle associazioni dei padri separati, che da sempre si battono per una maggiore “uguaglianza” nelle decisioni sull’affidamento e il collocamento di minori, che incidono su decisioni economiche riguardanti gli assegni di mantenimento a favore dell’ex coniuge e dei figli;
– le realtà a favore delle madri, d’altro canto spesso negano l’esistenza stessa dei fenomeni di alienazione, che pure si riscontrano spesso nella clinica delle separazioni conflittuali, come fenomeno del tutto inesistente. Le realtà pro-madri sono sostenute naturalmente da realtà riconducibili culturalmente a nuove forme di femminismo, che trovano un loro rispecchiamento naturale nei centri antiviolenza, realtà pure importantissime nel contrastare i fenomeni di violenza intra familiare. Questo secondo partito si può considerare oggi prevalente, specie considerando le importanti innovazioni giuridiche che si sono succedute negli ultimi 10 anni a tutela delle donne.

L’esistenza di queste due posizioni, sostanzialmente entrambe ugualmente ideologiche, costituisce un evidente impedimento a un’analisi scientifica, seria e imparziale, del fenomeno dell’alienazione parentale inteso come immotivato rifiuto di un genitore da parte di un minore. 
È purtroppo anche troppo frequente che i consulenti tecnici d’ufficio svolgano le proprie funzioni sulla base di convincimenti ideologici, che conferiscono allora al lavoro un’impronta sostanzialmente pregiudiziale ideologica, ovvero in grado di orientare la percezione e le conclusioni in una o nell’altra direzione.

Ne avevamo parlato già qui (https://www.altrapsicologia.it/articoli/verificazionismo-ovvero-il-virus-della-psicologia-giuridica/).

UN’ESCLUSIONE MOTIVATA?
La giurisprudenza di merito, spesso riflesso della cultura di una società, vive l’ambivalenza della comunità scientifica sul fenomeno del rifiuto immotivato di un genitore in situazioni di separazione conflittuale con preoccupato imbarazzo e un senso di crescente scetticismo sull’effettiva affidabilità dei propri consulenti e in generale dello strumento delle consulenze e delle perizie.
Ne derivano sentenze che, nell’essere talora difformi, riflettono questo imbarazzo nei confronti della scienza, che sembra essere stata di poco aiuto.

Chi scrive saluta l’esclusione della PAS dall’ICD 11 con ambivalenza.

Da un lato è un fatto naturale e dovuto ai vizi di forma che contraddistinguevano il costrutto fin dal momento della sua prima creazione.
L’aspetto positivo della faccenda è l’avere sedato per sempre l’idea odiosa che la PAS possa diventare uno strumento nelle mani di gruppi ideologizzati, magari pericolosi negazionisti delle frequenti forme di violenza intra familiare. L’imposizione coatta di convivenza anche laddove sia evidente un vissuto di violenza, ovvero l’eventuale coartazione, presentata come una forma di terapia di minori che rifiutano un genitore e a cui viene imposto di frequentarlo per forza, minacciando magari il collocamento in comunità, ovvero considerare che il rifiuto di un genitore sia sempre motivato, sono forme di miopia e di violenza istituzionale, figlie di una o dell’altra ideologia.

Rimane tuttavia la realtà di bambini anche piccoli e di adolescenti che rifiutano anche solo di incontrare il proprio padre o, più raramente, la madre.
Ne ricordo uno, adolescente, che motivava la sua scelta di non vedere più il padre perché gli incontri di quest’ultimo con la nuova compagna lo rendevano “sporco” ai suoi occhi. Un altro aveva giustificato la scelta di chiudere per sempre i rapporti con il proprio genitore perché era stato sgridato per avere fatto cadere una lattina di coca cola.

Non conosco tecnici del settore che si sognerebbero di negare la realtà del rifiuto immotivato di un genitore come fenomeno psicologico, clinico: è una realtà che si incontra spesso nelle consulenze tecniche riguardanti i figli di separazioni conflittuali.
Mi sono formato l’idea, negli anni, che un rifiuto immotivato di incontrare un genitore sia spesso inconsapevolmente motivato dall’identificazione con l’altro genitore, spesso una madre, amata e magari percepita come fragile o maltrattata.

Una realtà che oggi rischia di rimanere al di fuori, e ingiustamente, di qualsiasi ricerca e dibattito scientifico, bollata per sempre come “questione politica”, mera ideologia.




Verificazionismo, ovvero il virus della psicologia giuridica

Bibbiano è un amaro e lontano ricordo, eppure non vi è dubbio che quei fatti abbiano contribuito a stendere una densa aura di discredito sulla professione di psicologo, professione che di questo non aveva certo bisogno.

I più colpiti da questa ondata di scetticismo inevitabilmente motivato sono psicologi giuridici e periti, ossia gli appartenenti di quel mondo, di cui anch’io faccio parte, che si compone, nella stragrande maggioranza, di persone serie e competenti, di tecnici ed esperti cui vengono affidati compiti complicati e delicatissimi, come quello di esprimersi circa la capacità a testimoniare di una presunta vittima di violenza, o quello di relazionare circa le capacità genitoriali di qualcuno.

Ebbene, in questo mondo è diffusa una verità parzialmente nascosta ai più, ma certamente nota a tutti gli addetti ai lavori, un’evidenza secondo cui esiste una nicchia minoritaria, ma non proprio numericamente indifferente, di colleghi che agisce sulla base di quelli che potremmo chiamare “pregiudizi tecnici”. Ora, che dei tecnici cui lo Stato affida un bene prezioso possano collaborare al fine di alimentare un sistema con uno scopo preciso e preordinato, come ad esempio l’allontanamento di bambini dalle famiglie d’origine o la condanna di un sospettato senza prove sufficienti, è chiaramente un’idea odiosa, socialmente pericolosa e anche professionalmente svalutante. L’immagine stessa del tecnico che fonda la sua condotta sul pregiudizio è ossimorica in essenza e in esistenza, essa stride, infatti, nella teoria e nell’atto, con la peculiare aspettativa di “neutralità” scientifica che giustamente il cittadino sottoposto a giudizio civile o penale si aspetta nel momento in cui si affida ad un esperto. Non si tratta di illudersi sul tema della neutralità della scienza, infatti difficilmente il pensiero umano riesce a produrre dei contenuti appartenenti alla verità oggettiva e questo ce lo diceva già Feuerbach: «La questione se al pensiero umano appartenga la verità oggettiva non è una questione teorica ma pratica. La disputa sulla realtà o non realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica». Dunque, la scienza non è neutrale, e pace.

Tuttavia, quando lo psicologo consulente presta giuramento, secondo l’art. 193 del codice di procedura civile, giura di bene e fedelmente adempiere al proprio compito al solo e unico scopo di fare conoscere al giudice la verità, accettando de facto una tensione ideale rivolta a quella verità, che egli dovrebbe accogliere in modo neutrale. Ma come si fa, come si cerca la verità? Ecco che, in questo caso, può essere utile riprendere Popper e il suo “principio di falsificabilità”, ovvero l’assunto secondo cui è necessario il controllo di ogni propria convinzione attraverso il tentativo sistematico di provare a confutare ogni punto cui si giunge nel corso del proprio lavoro. Tale principio, nell’ambito delle scienze umane, è il solo che consente di appellare il proprio lavoro come “scientifico”.

Eppure esistono due modalità di esecuzione di un compito tecnico di valutazione e se la prima è scientifica e poggia su un imperativo antico, di matrice socratica, che consiste nell’imporsi di tenere a mente il proprio “non sapere” e di procedere tentando sistematicamente di falsificare le proprie convinzioni interrogandole criticamente e verificandole giustapponendo ad esse soluzioni alternative; la seconda, al contrario, è aprioristica e confermativa di una posizione già data. Qui si tratta, dunque, di una questione etica, di prassi, di una tensione ideale nell’esercizio del proprio compito.

Ora diamo un’occhiata dentro questo vaso di Pandora che già ci appare a dir poco e correttamente inquietante.

Può succedere, infatti, di incontrare due differenti tipi di psicologi che vanno alla verifica di fatti di cui sono fermamente convinti ancor prima di iniziare una perizia o una consulenza.

Chiameremo negazionisti coloro che negano sistematicamente la violenza e abusologi quelli che mirano alla dimostrazione della colpevolezza di autori di reati, tipicamente di abuso sessuale su minori.

Segnalo, per par condicio, che nel corso degli ultimi nove anni in cui ho affiancato il ruolo di psicologo giuridico a quello di consigliere dell’ordine degli psicologi, ho segnalato alla Commissione Etica dell’Ordine due soli colleghi, l’uno appartenente alla prima categoria, l’altro alla seconda. Entrambi i casi mi sono sembrati, e tuttora mi sembrano, di gravità non inferiore rispetto a quelli che sono balzati ai discutibili onori della cronaca nei casi mediatici sul collocamento di minori. Uno di questi due casi, che ha interessato anche “Striscia la Notizia”, ha a che fare con un abuso, “confermato” da una perizia, che è la summa di tutto ciò che non si dovrebbe fare in un accertamento, manuale del Fornari alla mano. L’altro caso riguarda, invece, una situazione di violenza intrafamiliare che è stata del tutto “cancellata” da una collega in area bresciana e che ha ad oggi di fronte a sé una storia che ancora deve essere scritta.

Il profiling del negazionista

Lo psicologo negazionista si riconosce quando una c.t.u. riguardante l’affidamento e il collocamento di minori incrocia una dimensione di dichiarata violenza intrafamiliare.

In questo caso il negazionista, entusiasta delle proprie convinzioni, farà di tutto per evitare i racconti riguardanti sia la violenza subìta dalla vittima che quella cui hanno assistito i minori. A nulla servirà ricordare che la Convenzione di Istanbul prescrive chiaramente che al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, vengano presi in considerazione gli episodi di violenza1 né che le linee guida pubblicate dal CSM nel maggio del 2018 sostengono che può accadere che in sede civile i consulenti incaricati di verificare le capacità e idoneità genitoriali ignorino la realtà familiare che emerge dalle indagini disposte in sede penale, con effetti di vittimizzazione processuale sul coniuge o sui minori vittime2”. Nel peggiore dei casi il negazionista più pervicace arriverà perfino a deviare e a snaturare i colloqui clinici, proprio al fine di evitare il tema cruciale della violenza.

Presumibilmente egli adotterà fumose giustificazioni per isolare la dimensione della violenza e ricollocarla nell’area penale, estromettendola così, di fatto, da qualunque valutazione che lo riguardi; non esprimerà una parola su cosa ha significato essere stati genitori o figli in un contesto evidentemente reso difficile dalla violenza e non si pronuncerà circa le difese che il genitore violento adotta o sull’eziologia della sua perdita di controllo degli impulsi. Eppure, l’esercizio della violenza non può essere del tutto irrilevante nell’ambito di una valutazione della genitorialità, questo perlomeno secondo le tre più diffuse linee guida per la valutazione delle competenze genitoriali: quella sulle dodici funzioni genitoriali individuate da Gian Luigi Visentin3 attraverso la sua nota meta-analisi della letteratura, quelle pubblicate recentemente da Camerini, Volpini e Lopez4 e quelle del Cismai. Il risultato grottesco del negazionista è, dunque, quello di parzializzare drammaticamente e a senso unico la propria valutazione, ingiungendosi di dedurre le dinamiche familiari e la personalità dei genitori da fatti altri, da fatti minori, al puro scopo di negare la dimensione di violenza in cui la famiglia è vissuta, pur avendo riscontri manifesti nei vissuti degli attori della vicenda. Anzi, proprio perché il consulente civile è libero dall’obbligo di esprimersi sulla rilevanza penale di quanto riscontra, egli può decidere di limitarsi, come fa su tutto il resto della vita dei propri periziandi, a registrare il vissuto delle parti e a formare su questa base viziata la propria opinione clinica e tecnica.

Oltretutto, il negazionista spesso sbandiera e impone un’idea di bigenitorialità completamente sbagliata, forzosa e semplificata all’estremo, in virtù della quale i genitori dovrebbero in qualche modo relazionarsi anche successivamente alla propria separazione, questo quasi a trasformare la c.t.u. in una sorta di parodia di una mediazione. Se ne ha la possibilità, nel caso in cui i bambini fatichino a incontrare il genitore abusante o violento, il consulente negazionista facilmente utilizzerà l’arma spuntata dell’alienazione, accusando di PAS il genitore che protegge il figlio dall’incontro con il padre abusante o di ledere il diritto di accesso dei figli a entrambi i genitori.

Nei casi peggiori, il negazionista può essere addirittura un esperto di falsi ricordi e sembrare convinto che la maggior parte delle dichiarazioni di violenza siano false e artefatte.

Generalmente, nel testo della consulenza si ritroveranno contenuti che ribaltano la realtà, svalutando o, peggio, colpevolizzando la vittima sulla base del fatto che le dichiarazioni di violenza subìta o assistita vengano interpretate come un effettivo ostacolo alla possibilità per il genitore violento di frequentare i bambini, i quali spesso chiedono solo di essere protetti. La tesi del negazionista è di frequente la stessa: se la madre ha sopportato una situazione di violenza, essa ha avuto la colpa di non proteggere per tempo i bambini; se li ha portati via, è un genitore alienante. In questo modo, per il negazionista, una vittima di violenza sarà sempre colpevole.

È evidente che nei casi peggiori lo psicologo negazionista produce un effetto iatrogeno e un’acuta sofferenza, sotto forma di vittimizzazione secondaria, nelle vittime che hanno la sfortuna di essere ascoltate, magari dopo anni di violenza, da questo tipo di colleghi.

Il profiling dell’abusologo colpevolista

È indispensabile una premessa sull’incontro con l’abusologo. Egli è spesso preannunciato da un quesito peritale sbagliato, tra quelli indicati da Fornari nel Trattato di Psichiatria Forense: In questi ultimi anni si è assistito a un incremento sensibile di (…) richieste di accertamenti sull’idoneità mentale di bambini e di minori in genere a rendere testimonianza attraverso la formulazione di quesiti peritali che non sempre tengono conto della differenza fondamentale tra verità processuale e verità clinica. Infatti possono venire proposti al perito quesiti errati del tipo: “verifichi il consulente o il perito se AB manifesti anomalie o disturbi della sfera della sessualità o dell’affettività che possono trovare origine spiegazione nella presunta violenza”; “dica se esiste compatibilità tra il profilo di personalità di AB e le dichiarazioni rese”.

In questi casi, l’equivoco sul proprio ruolo diventa il prodotto di una responsabilità condivisa. Dal momento in cui lo psicologo accetta il mandato di dichiarare qualcosa che non è scientificamente possibile dimostrare, ovvero di produrre una prova dell’abuso commesso, il perito sarà indotto dal quesito stesso o dalle proprie personalissime convinzioni a lavorare in una direzione data. E poiché la perizia in sede penale ha valore di prova, si può ben comprendere quali possano essere le conseguenze di un atto tecnico condotto sulla base di queste premesse. Gli strumenti che il tecnico verificazionista utilizzerà, dai colloqui ai test, saranno piegati, modificati, deformati allo scopo di dimostrare un nesso tra personalità e reato. Non di rado il tecnico tenderà ad andare anche oltre i confini del quesito che gli è stato posto; alle volte perfino ometterà gli obblighi di verbalizzazione e di video registrazione dell’audizione dei minori o della somministrazione dei test. Non citerò la possibilità che parti dell’accertamento possano essere inventate di sana pianta, per quanto questa possibilità di fatto esista e sia drammaticamente ingenuo negarlo. Tuttavia, la colpa primaria dell’abusologo, il peccato originale insito in questo approccio è sempre e comunque lo stesso, è uno ed è preciso: consiste, senza ombra di dubbio, nella suggestione cui sottopone i minori coinvolti, un’arte che l’abusologo ha maturato nel tempo, un’abilità specifica e un’attitudine indiscussa. Per questo l’abusologo tendenzialmente respinge la Carta di Noto, perché la suggestione dei bambini è di fatto il suo strumento principale di lavoro. In questo modo, dopo aver ricavato da un colloquio o da un test proiettivo conclusioni arbitrarie su un abuso subìto o commesso, la perizia viene così consegnata. Le conseguenze sono immediate e di solito gravissime. Perché lo fa? Mi sono convinto che gli abusologi siano dei missionari, convinti di vedere violenza ovunque e persuasi del fatto che sia un loro compito dimostrarla o aiutare a produrre delle prove.

Conclusioni amare

È difficile comprendere come consulenti e periti di questo tipo continuino a lavorare, poiché essi sono ben noti a chi vi opera insieme. È difficile non pensare che vi siano precise reti di interessi, o, in buona fede, gruppi di veri e propri individui votati a cause ideali, che hanno perso il senso del limite e che si muovono in ottica meramente verificazionista. E’ difficile accettare che a questi colleghi vengano consegnate responsabilità con la veste di pubblici ufficiali, a meno che si voglia ottenere proprio quel particolare esito dalla consulenza affidata.

Più scolastica e astratta è la domanda sull’origine dei negazionisti come degli abusologi; ovvero da dove provenga il pregiudizio che vogliono verificare. Di fatto in entrambe le ipotesi, il dolo o una buona dose di tronfia ignoranza, magari nutrita da posizioni ideologiche che affondano le radici in tempi antichi, costituiscono comunque un gravissimo vulnus per la nostra professione, che sarebbe compito delle commissioni etiche degli ordini professionali prevenire ma soprattutto reprimere con sanzioni che impediscano a questi colleghi di nuocere ulteriormente.

Tabella fake

1 Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, articolo 31, comma 1, 2011.

2 CSM, Risoluzione sulle linee guida in tema di organizzazione e buone prassi per la trattazione dei procedimenti relativi a reati di violenza di genere e domestica, 9/5/2018.

3 Visentin, Le funzioni della genitorialità, 2011, sito www.genitorialita.it

4 Camerini, Vopini, Lopez, Manuale di valutazione delle capacità genitoriali, 2011




Il congresso nazionale dei COUNSELOR…e l’ospite d’onore!

Fa sempre uno strano effetto, come se trovassimo Leonida lo spartano a spasso per le strade dell’antica Atene. O se Bill Gates presentasse il nuovo iPhone. O anche un po’ come se il cardinale Tettamanzi si presentasse all’opening party del Pacha di Ibiza. 

Diciamo che è l’uomo che non ti aspetti. 

Fulvio Giardina, presidente degli psicologi italiani, nonostante le polemiche dello scorso anno da parte di centinaia di colleghi, è nuovamente al centro della tavola dei relatori del convegno Nazionale Assocounseling del 15/4/2018. 

Cosa fa nella sede del più importante evento annuale dei counselor il Dott. Giardina?

Chi l’ha visto entrare avrà notato subito che è stato accolto non come una “controparte” ma come un notabile.

Fulvio Giardina è il presidente CNOP più amato dai counselor.

E’ del resto Giardina l’uomo che nel 2016 che per la prima volta ha apostrofato i counselor con un “cari colleghi”. 

Giardina si vanta di fronte alle platee degli psicologi di battersi contro l’abusivismo e di essere in attesa della sentenza del Consiglio di Stato che sancirà con ogni probabilità la sovrapposizione del counseling con l’attività di sostegno psicologico ma al tempo stesso di fronte ai counselor parla di “nuova professione” e del suo riconoscimento come un evento ineluttabile, azzardando, come un novello Eraclito, l’immagine dell’acqua che scorre in un fiume per arrivare, si suppone, alla tranquilla foce del riconoscimento. 

Il merito di tanta stima è certo per la Consensus Conference sul Counseling, che appare in bella vista in mezzo al cartellone dell’evento. 

Eh già, chi l’avrebbe immaginato?

Mentre la psicologia dopo quasi trent’anni di vita come professione si vede finalmente riconoscere dai giudici italiani l’esistenza di atti tipici a sé riservati, il colloquio, la psicanalisi, con sentenze come la Zerbetto, la Conversano, la Righini, la Moccia… Ora che le nuove regole sull’esercizio abusivo di professione sanitaria stabilite dal DDL Lorenzin mettono i finti psicologi di fronte al rischio concreto della reclusione, ci sarebbero buone probabilità di dire la parola fine a una situazione di abusivismo che dura da troppi anni.

Ma proprio in questo momento così delicato…

…il CNOP, la nostra istituzione di riferimento, decide di usare le risorse economiche e professionali degli psicologi per vanificare ogni risultato raggiunto, riconoscendo, già fin dal primo momento implicitamente e poi forse anche nei risultati, il counseling come professione. 

Tra le ultime sentenze e l’aggravamento delle pene previsto dalla Lorenzin il problema counseling era, se non risolto, in via di soluzione. Invece, è arrivata la consensus, come uno degli atti potenzialmente più dannosi che si potessero concepire per la tutela della nostra professione. 

La consensus è uno sgambetto a tutti gli psicologi che vanifica completamente il vantaggio dell’essere professione sanitaria, perché erode il punto di confine, l’atto tipico per eccellenza, il colloquio psicologico al di fuori di un percorso psicoterapeutico. La porta di ingresso nella professione, il primo di tutti gli atti tipici, la riserva principale di chiunque si iscriva all’Ordine. 

Uno sgambetto che si potrebbe ripetere con l’appoggio informale che Giardina potrebbe dare anche in sede UNI. Altro luogo in cui è trattato come un vero notabile. Lì dove si decidono le regole delle nuove professioni lo chiamano tutti “professore” con sussiegoso rispetto, e sembrano fare a gara a compiacerlo, forse nella segreta speranza che, lui che potrebbe, non metta i bastoni tra le ruote alla normazione dei counselor come professione riconosciuta ai sensi della legge 4/13. 

Fulvio Giardina si è mai domandato se la comunità dei centomila colleghi italiani che lui dovrebbe rappresentare condivida la sua “vision” neoliberista?

A mia domanda specifica ha bollato un eventuale sondaggio interno come “demagogia”. 

Nessuno dalle parti della consensus Cnop sembra interessato a chiedersi se sul piano epistemologico vi sia effettiva differenza tra counseling e sostegno psicologico. E nessuno dice che in Italia abbiamo 1/3 degli psicologi europei, che davvero non si sentiva l’esigenza di una nuova figura nel già ampio panorama delle professioni di aiuto. 

Invece il mondo dei counselor in questo convegno 2018 rende onore e tante grazie al Prof. Giardina, le cui gesta vengono per la prima volta immortalate nello stesso cartellone del convegno, pubblicizzato come “un confronto su consensus conference, norma tecnica UNI e regolamentazione”.

E queste sono proprio le sue creature, consensus e UNI, situazioni in cui il ruolo di Giardina, del presidente CNOP è reale e centrale e consente ai counselor di procedere a grandi balzi, incuranti della posizione degli psicologi, quelli veri, verso il riconoscimento di una pratica che fino a ieri era considerata da molti semplice esercizio abusivo di una professione.

15/4/2018: l’ospite d’onore è Giardina, un uomo definitivamente consacrato dalla locandina del congresso assocounseling 2018 presidente onorario anche del mondo del counseling all’italiana. 

Il Presidente Fulvio Giardina applaude a scena aperta al convegno nazionale dei counselor non psicologi




Il presidente Giardina sul counseling: “Chiedere agli psicologi? E’ populismo”.

Un “Atto di Pacificazione”.
Questo è il significato della Consensus Conference sul counseling, che il CNOP ha annunciato di avviare ufficialmente.
Il presidente del CNOP Fulvio Giardina sembra proprio svelarci significato del tutto politico della Consensus Conference sul counseling durante una conferenza stampa, l’ultimo atto di una procedura che si conferma in ogni sua fase del tutto surreale.

Una conferenza stampa che fortunatamente è andata del tutto deserta, tranne che per la presenza del sottoscritto.
Non fosse bastato presentarsi davanti alla platea di Assocounseling e apostrofarli con un “Cari Colleghi”, Fulvio Giardina ha confermato definitivamente la sua simpatia nei confronti del mondo del counseling.

E’ infatti l’ora di finirla, ci dice Giardina, di vedere i counselor come nemici.

Ad ascoltarlo due segretarie, i membri del comitato promotore regolarmente convocati (immagino con gettone di presenza), e noi di Altrapsicologia.

Basta inimicizie con i counselor, quindi.

E pazienza per il problema gigantesco di esercizio abusivo della professione: facciano silenzio quei noiosi, come quelli di AltraPsicologia, che sostengono che il counseling sia solo un trucco per evitare la riserva di Legge nell’esercizio della professione psicologica.
Del resto, un presidente dell’Ordine degli Psicologi “normale” che ricevesse da una rete di soggetti formatori di counsellor la richiesta di sospendere le ostilità, e di smetterla di ostacolare i loro corsi aperti a non psicologi, normalmente cosa avrebbe risposto?
Giardina l’ha fatta facile: gli ha risposto di sì.
E a quel punto, la strada è stata in discesa.
È bastato radunare quella cinquantina di persone che sul counseling formano, dissertano, vivono, mentre ad oggi uno psicologo in Italia ha alle spalle sei anni di studio universitario e un anno di tirocinio per esercitare, e creare un dispositivo organizzativo (la Consensus Conference) che scimmiotta lontanamente qualcosa di scientifico, ma che scientifico non è.

Ci appare evidente dove si vuole arrivare.
Bisogna solo fare qualche passaggio ammantato da un consenso che sta solo nel nome, e farlo pure con i soldi degli psicologi.
Già, perché al danno si aggiunge pure la beffa: paghiamo tutto noi.
Quanto?
Ad oggi non ci è dato saperlo: nessuna delibera pubblica riporta l’impegno di spesa per questa iniziativa.

Il resto è facile.
Come Altrapsicologia abbiamo comunque voluto credere alla buona fede.
Abbiamo quindi fatto parte – finora – del Comitato Tecnico Scientifico.
E così abbiamo potuto vedere quali sono gli ingredienti che si usano per creare una Consensus Conference sui generis.

Eccoli qui:
(1) La domanda mai analizzata.
Si parte dall’errore che uno psicologo non dovrebbe mai fare, ovvero si accetta una domanda senza analizzarla.
Cosa chiedono i formatori di counsellor al CNOP, e perché? Siamo poi così sicuri che questo interesse sia coerente con la tutela dei cittadini dell’esercizio abusivo della professione psicologica? E agli psicologi che Giardina dovrebbe rappresentare, fa così piacere che i loro soldi vengano spesi per in questa iniziativa quantomeno dubbia sul piano della tutela professionale?
E’ evidente che c’era di che fermarsi su questa rosa di domande. Invece no.
Giardina aggiunge: abbiamo lasciato entrare quelli che hanno voluto.
Appunto. Chi ha voluto è esattamente chi aveva un interesse specifico, ovvero chi sul counseling – e sulla pelle dei colleghi e dei cittadini – ci guadagna.

(2) Lo strumento sbagliato.
Il tema del counseling in Italia riguarda la legittimità di una pratica professionale. Rispondere con una Consensus Conference, che è uno strumento scientifico nato per valutare le opzioni terapeutiche su cui vi è il più ampio consenso di tutti i portatori di interesse quando le risultanze scientifiche non sono ancora pienamente confermate, è semplicemente un’anomalia.
Si tratta di un utilizzo improprio di uno strumento che dovrebbe essere scientifico, piegandolo a una finalità – regolamentare le professioni – per cui non è fatto. Si è fatto in questo modo per lasciare il processo in mano ad alcuni membri?

(3) Un comitato tecnico non rappresentativo.
Il Comitato Tecnico è formato da venti soggetti, di cui due non sono mai venuti e quindici sono implicati nel counseling a livello professionale e personale: tipicamente sono formatori privati, docenti universitari e referenti di associazioni di counseling. Questa scelta produce a catena un importante condizionamento di tutto il processo della Consensus Conference, suggerendone di fatto le conclusioni fin da subito.

(4) Conflitto di interessi gestito come nel far west.
Da sempre il problema del conflitto di interessi è uno di quelli più sentiti nelle Consensus Conference: il concetto è di regolare attentamente la partecipazione di chi ha interessi economici. Il regolamento di questa Consensus invece è abbastanza vago da consentire la partecipazione ai docenti e ai soggetti coinvolti sul piano economico nella formazione di counselor. Un regolamento inutile, che non selezionerà nessuno.

(5) La dimensione del silenzio.
Infine si è ben badato a fare in modo che in nessun punto di questa Consensus Conference si prevedesse la possibilità per gli psicologi italiani di esprimersi! Il che è singolare, fosse altro perché l’iniziativa è finanziata interamente da loro, tramite il CNOP.
Proprio questo è sembrato il punto su cui interrogare il presidente del Consiglio Nazionale, colui che ha deciso di finanziare la prima Consensus Conference sul counseling come strumento per arrivare ad una conclusione forse già scritta.
La risposta di Giardina, forse scontata, è la più chiara possibile.
Eppure è sconcertante sentirla: chiedere il parere dei colleghi, garantire la rappresentanza, proporre un sondaggio, fare una ricerca?

Populismo.

ci ha detto.




Counseling e sostegno psicologico: chi farà davvero chiarezza?

Cosa fa uno psicologo? Quali attività sono riservate? Quali sono i confini della professione, e cosa c’è oltre questi limiti?

E’ da oltre 20 anni che la comunità di psicologi e psicologhe si interroga sui temi fondanti della professione.

Finora, in quella zona grigia indeterminata in cui le funzioni e attività dello psicologo non sono pienamente esplicitate, altre figure non regolamentate hanno proliferato, counselor e coach in testa.

Oggi i tre ordini regionali governati da AltraPsicologia (Lazio, Piemonte e Marche) e l’ENPAP hanno deciso di fare chiarezza.

Con il primo Expert Meeting sul tema più “caldo” di questi anni, il confine tra semplice dialogo e sostegno psicologico.

Primi in Italia esprimeranno una posizione realmente rappresentativa della posizione degli psicologi italiani che dia sostanza a queste domande escatologiche e inserisca un importante tassello nell’interpretazione della legge che istituisce la professione di psicologo.

Come? Semplice.

I giuristi ci insegnano che la legge 56, quando all’art. 1 parla di “strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno” definisce una tipica norma “in bianco”, in cui gli atti riservati sono definiti da norme successive, dalla giurisprudenza e dalla consuetudine.

Ad esempio la legge definisce il campo del “sostegno” ma finché questo non è definito è perfino troppo facile glissare sul doveroso chiarimento e distinzione di questo da altre attività come quella del “counselor”.

E il tema non è solo puramente teorico, astratto: in questo contesto di confusione si sono combattute aspre battaglie legali, confronti e scontri anche all’interno della stessa comunità professionale tra chi forma counselor e chi vorrebbe invece che si rispettasse una volta per tutte l’esistenza di alcuni atti professionali tipici dello psicologo da tenere riservati.

Ovviamente occorrerà definire molto seriamente i passaggi già fatti nel nostro Paese su questo punto a livello sia scientifico che giurisprudenziale, e analizzare lo scenario delle professioni in Italia.

Lo si farà con uno studio e discussione approfonditi che coinvolge tre piani:

  • ll comitato promotore, composto da 5 colleghi tra cui i 3 presidenti degli ordini coinvolti.
  • Il comitato dei saggi composto da 4 colleghi senior con competenza e conoscenza della professione elevata e ben nota.
  • Il panel di esperti, quasi una trentina, che operano in settori diversi.

Gli step di questo Expert Meeting, dopo un’accurata progettazione e programmazione delle varie fasi, sono stati questi.

Il comitato promotore ha scelto il comitato dei saggi con un’accurata analisi dei profili proposti considerando anzianità, expertise nel proprio campo di intervento, visione della professione e capacità di valutarla a tutto tondo.

A sua volta il comitato dei saggi ha lavorato sulla definizione di alcune domande che saranno rivolte agli esperti e che permetteranno di delineare gli elementi trasversali della professione di psicologo nei vari contesti di appartenenza e lavoro che consentiranno, in una fase successiva, di operazionalizzare in modo più concreto di ora l’articolo 1 della legge istitutiva.

Per la prima volta un lavoro unico nel suo genere, di certo impegnativo e approfondito che ci permetterà – finalmente – di fare luce e dire una parola chiara sulle attività specifiche per psicologi e psicologhe sgombrando il campo da wannabepsicologo che ci circondano e si moltiplicano in tutte le salse, con grave danno per i pazienti che oggi sono -paradossalmente- meno tutelati che mai.

 

Paola Biondi
Mauro Grimoldi