La tutela dei minori è un dovere per gli psicologi.

Il peggiore dei traffici: quello di bambini. Le cronache di questi giorni di Luglio 2019 ci raccontano che in diversi comuni dell’Emilia Romagna potrebbe essersi consumato un mercato di bambini, attraverso l’allontanamento dalle famiglie per abusi e maltrattamenti falsi.

Un traffico che sembrerebbe organizzato in modo sistematico attraverso l’uso distorto dei provvedimenti che prevedono l’allontanamento di minori dalle loro famiglie di origine e il loro collocamento o affido presso comunità, strutture di accoglienza o famiglie affidatarie.

Nessun fatto è al momento confermato, siamo alle indagini. Vero è che ci sono diversi arresti, fra cui un sindaco e vari operatori sia pubblici che privati. Compresi psicologi. Per cui vale la pena parlarne, anche più in generale.

Dalle prime fonti giornalistiche, si tratterebbe di una sorta di macchina organizzativa fondata sulla sistematica falsificazione delle valutazioni sulle famiglie, con lo scopo di allontanare i minori anche quando non ce ne fossero stati i presupposti.

Il movente materiale attribuito a tutta questa vicenda sarebbe il denaro generato quando un minore viene allontanato dalla famiglia e deve trovare collocazione. In questo caso, gli enti pubblici preposti (in genere i Comuni, a volte le ASL o altri) corrispondono contributi economici e rette. Che vanno alle famiglie affidatarie oppure alle comunità di accoglienza.

Le descrizioni giornalistiche – lo sappiamo per esperienza – sono narrazioni che si modificano nel tempo. Non sono una base affidabile per qualunque valutazione dei fatti.

Ma cercando di trarre qualche considerazione sulla vicenda, le cronache sembrano parlarci di un’organizzazione basata su registri antisociali.

Che non fonda il suo business su droga, appalti, migranti, furti, rapine o prostituzione, ma sui minori. Infiltrandosi nel sistema pubblico-privato in modo non dissimile da quello che avviene per il traffico dei rifiuti, degli appalti, per il riciclaggio del denaro e per tutti gli altri traffici a cui la peggiore Italia ci ha abituati. Ma è lo stesso: l’Altro ridotto a oggetto, a mezzo e non a fine.

È evidente che un’organizzazione antisociale per definizione non è la norma. Che il sistema della tutela dei minori non funziona così in tutti gli altri Comuni d’Italia. Per cui qualunque generalizzazione è indebita. Eppure quando emergono queste vicende, qualche riflessione di sistema va fatta.

Il sistema di tutela dei minori in Italia presenta ancora oggettive fragilità. Su cui negli ultimi anni si è tentato di porre rimedio, ma la strada è ancora lunga.

(1) Intanto le comunità di accoglienza per minori. Sono strutture rette su forme associative o cooperative, servizi affidati attraverso bandi di appalto (quando va bene) che sono da decenni totalmente esposti al vento del mercato.

I minori, spesso con storie tremende alle spalle, sono affidati nella loro quotidianità ad operatori che in molti casi sono giovanissimi, precari e sottopagati, con turnazioni 7/7 e 24h.

Certo, esistono realtà ottime dal punto di vista organizzativo, ma non nascondiamoci dietro a un dito: un servizio di tale rilevanza sociale dovrebbe essere innanzitutto riparato da qualsiasi questione di conti, di rette giornaliere, e non dovrebbe nascere come alternativa più economica ad un servizio pubblico di accoglienza. Mentre questa, bene o male, è la storia di molte realtà.

(2) Nel tempo si è poi aggiunta una stortura ulteriore: l’affidamento anche di parti delle funzioni di valutazione a privati. Con il risultato che a valutare un caso familiare delicato non è più solo il Tribunale Minori, non è più solo il Servizio pubblico di territorio (che hanno vincoli di ruolo ben stringenti), ma anche privati che hanno vinto appalti temporanei. Ma che pur sempre privati restano.

(3) Qualche parola andrebbe spesa anche sul delicatissimo tema dei Giudici Onorari. Che svolgono anche nei Tribunali per i Minorenni funzioni giudicanti a tutti gli effetti. Sul loro ruolo e in particolare sulle loro incompatibilità solo dal 2015 è intervenuta una regolamentazione più stringente.

Il Consiglio Superiore della Magistratura con la Circolare n. P. 19415 del 26 ottobre 2015 ha sancito che il Giudici Onorari che operano nei Tribunali per i Minorenni non possano in alcun modo avere rapporti professionali con strutture di accoglienza.

Specifico, come considerazione personale fondata su esperienza diretta, che fino al 2015 e in parte anche successivamente erano presenti nei Tribunali per i Minorenni dei Giudici Onorari con ruoli importanti nelle strutture di accoglienza per i minori.

E per quanto non potessero ovviamente seguire in modo diretto come Giudici casi che poi erano accolti nelle loro strutture, comunque vi era una promiscuità inaccettabile che minava, sostanzialmente o potenzialmente, l’imparzialità e la terzietà dei Tribunali.

Molte di queste e altre storture del sistema della tutela dei minori non del tutto superate, ma si cerca di rimediare.

Questi temi devono comunque restare oggetto di riflessione nazionale fra tutte le istituzioni coinvolte: la magistratura, lo Stato e gli Enti Locali, il SSN, le istituzioni delle professioni coinvolte.

(4) Per parte degli psicologi, e tralasciando le condotte delinquenziali che comunque devono seguire la via giudiziaria e del procedimento deontologico, abbiamo una responsabilità e un impegno da assumere.

La responsabilità è quella di esserci ancora troppo divisi in approcci al limite del settario, generando ruscelli teorici laddove, per presentarci affidabili all’opinione pubblica, dovremmo invece cercare di unire le forze e le acquisizioni in un unico fiume di prassi certe, scientificamente solide e uniformi a livello nazionale.

E l’impegno dovrebbe essere convergere verso organizzatori identitari diversi, che non siano più [solo] centrati sulle scuole teoriche, ma anche e soprattutto sui problemi da risolvere che la società ci presenta, e su un metodo di sviluppo della conoscenza – quello scientifico – che è il solo a portare soluzioni ai problemi e non appartenenze religiose.

(5) Infine, la cura dei minori abusati e maltrattati. Come ben evidenzia Luigi Cancrini nell’intervista che ci ha concesso in questi giorni, all’apparato della tutela dei minori manca un pezzo fondamentale, che è la cura degli esiti psicologici e comportamentali. Questi bambini e ragazzi, futuri adulti, non hanno bisogno solo di un posto sicuro dove stare. Hanno bisogno anche di cura psicoterapica, di esperienze terapeutiche che sappiano riparare ai danni che purtroppo hanno subito e che non passano da soli.

A tutti gli psicologi, l’invito di Altrapsicologia a dibattere questi temi non solo in tempo di guerra, quando la professione cade sotto i riflettori per le condotte discutibili dei singoli, ma con costanza. In modo da raggiungere prassi consolidate e comuni.

 




Psicologo di base: la reincarnazione?

In questi giorni qualcuno ha riesumato il sempreverde ‘psicologo di base’. E come per ogni leggenda metropolitana che si rispetti, si condisce una piccola base di verità con una buona dose di invenzioni verosimili.

COSA C’È DI VERO?

Partiamo dal Decreto Calabria, convertito in legge pochi giorni fa. Nella versione convertita in legge, contiene le parole “…e dello psicologo” riferite alle figure professionali presenti negli studi dei Medici di Medicina Generale.

Grazie ad un emendamento inserito durante l’iter di approvazione parlamentare, da oggi effettivamente la figura dello psicologo è dunque prevista per legge fra i principi su cui modellare le convenzioni fra SSN e Medici di Medicina Generale.

SI TRATTA DELLO ‘PSICOLOGO DI BASE’?

No, nessuna nuova miracolosa rinascita. Il Decreto Calabria non istituisce Psicologo di Base, Psicologo delle Cure Primarie e tutto quanto il corredo di figure mitologiche che rispunta ad ogni tornata elettorale per gli Ordini.

E ALLORA DI COSA SI TRATTA?

Il Decreto offre possibilità in più ai MMG. Quando organizzati per equipe multiprofessionali in cui siano presenti infermieri e psicologi, gli permette di ottenere un “incremento del numero di assistiti” o e negoziare specifiche “dotazioni strutturale, strumentali e di servizi”.

Come psicologi non ne avremo quindi un vantaggio immediato. Avremo un’opportunità. Ma dovremo inserirci in un sistema già organizzato, con una propria storia. E quindi sarà necessario tempo e lavoro per incorporare la nostra figura in termini vantaggiosi per tutti gli attori.

Non abbiamo costruito una casa. Abbiamo solo picchettato il terreno.

Il Decreto prevede la classica formula “senza ulteriori oneri a carico dello Stato”. Il che significa che non è da questa norma che si individueranno i finanziamenti. Andranno cercati successivamente e altrove.

Ma non bastano i soldi. Serve un pensiero su come articolare concretamente, nell’organizzazione dei servizi, quella frase: ‘…e dello psicologo’. Quindi tutto è da costruire.

È UNA BUONA NOTIZIA?

In generale lo è. Per la prima volta, la presenza dello psicologo è prevista da una legge nella medicina del territorio. È stata creata una cornice normativa in cui inquadrare il ruolo dello psicologo negli studi dei MMG.

La creazione di uno spazio normativo non va però confusa o spacciata per creazione immediata di spazi di lavoro. È solo il primo passo di un lungo lavoro che dovrà coinvolgere le istituzioni degli psicologi e gli psicologi stessi. Con serietà, senza improvvisare e senza promettere un milione di posti di lavoro.

CURIOSITÀ SUL DECRETO CALABRIA

Qualcuno si domanderà il motivo per cui questo decreto si chiama ‘Calabria’. È a causa del suo contenuto. Di fatto si tratta di un mostro bicefalo. Criticità che è stata peraltro sollevata nei giorni scorsi, nel corso del dibattito parlamentare che ho ascoltato su Radio Radicale.

Una delle due teste del Decreto, quella che gli conferisce il nome, commissaria completamente la sanità della Regione Calabria, una sorta di resa incondizionata alla realtà: la sanità in questa Regione è insanabile con mezzi ordinari, va dichiarato lo stato di guerra.

L’altra contiene un riordino generale di alcune questioni aperte in sanità, dalla disciplina della medicina territoriale all’apertura di contratti a tempo determinato nelle ASL ai medici specializzandi per supplire alla cronica carenza di medici. E dentro, affondato nel mucchio, c’è pure il nostro emendamento.

RIFERIMENTI NORMATIVI

Articolo 8 comma b-quinquies) del Decreto Legislativo 30 Dicembre 1992 n° 502

Articolo 12 del Decreto-legge 30 aprile 2019, n. 35, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 101 del 2 maggio 2019 e convertito in Legge con modifiche il 19 Giugno 2019.




Elezioni degli Ordini e voto elettronico.

Entro la fine del 2019 dovrebbero aver luogo le elezioni per il rinnovo dei consigli degli Ordini Regionali degli Psicologi. Prima che tutto scivoli – e confido che non avvenga in modo inutilmente conflittuale – nella bagarre elettorale, vorrei fare un appello a tutti coloro che oggi sono impegnati nel ruolo di consiglieri e Presidenti di Ordini.

Questo mio editoriale vuole essere un chiaro e fermo invito a procedere con le elezioni, giacché due anni di proroga e le voci di tentativi di ulteriori proroghe stanno trasformando gli Ordini in un impero in decadenza.

Ma la questione è aperta anche sul METODO con cui votare. La definizione di tale metodo è in corso in questo periodo nel CNOP. E siccome tutto si sta svolgendo con la consueta mancanza di trasparenza, non ho altro modo di far sentire la voce di Altrapsicologia se non con questo pubblico appello.

Altrapsicologia auspica senza compromessi il voto elettronico da casa.

La legge Lorenzin  (3/2018) prevede fra l’altro “la possibilità per gli Ordini delle professioni sanitarie di stabilire che le votazioni abbiano luogo con modalità telematiche“. Alcuni Ordini regionali stanno già procedendo con pareri legali a supporto dell’applicabilità di questa possibilità anche agli Ordini degli Psicologi.

Il voto elettronico da casa è la soluzione migliore per diverse ragioni: per favorire la partecipazione, per agevolare enormemente gli iscritti, per garantire una maggiore sicurezza, e per conseguire un risparmio anche dell’80% rispetto al voto tradizionale al seggio e per corrispondenza.

Il voto telematico non è una novità nelle pubbliche amministrazioni italiane. Istituzioni pubbliche lo hanno già utilizzato per importanti occasioni elettorali, come la nomina dei componenti le Commissioni di valutazione universitaria mediante il sistema CINECA.

E non è una novità nemmeno per gli psicologi. Le ultime elezioni ENPAP del 2017 si sono svolte interamente con voto telematico.

Vorrei in particolare soffermarmi sulle elezioni ENPAP.

(1) Il voto elettronico è stato adottato su autorizzazione ministeriale, mediante un Regolamento Elettorale approvato dal Ministero del Lavoro di concerto con il Ministero dell’Economia e Finanze.

(2) I 50.000 iscritti ENPAP hanno potuto votare comodamente dalla propria casa o studio attraverso un qualunque computer o smartphone connesso ad internet.

(3) La procedura è stata gestita in totale trasparenza da una società specializzata, selezionata mediante le procedure previste dal Codice degli Appalti.

(4) Le credenziali inviate tramite PEC hanno garantito la personalità del voto.

(5) Il sistema crittografico ne ha garantito la segretezza, impedendo qualunque possibilità di collegare l’identità del votante con la preferenza espressa.

(6) Le procedure si sono svolte correttamente, efficacemente e velocemente. Hanno visto un incremento sostanziale della partecipazione, e una grande soddisfazione espressa da tutti gli iscritti per la comodità e la rapidità della procedura di voto.

(7) Non ci sono stati contenziosi o ricorsi: segno che la procedura adottata è stato considerata affidabile e sicura anche dai candidati non eletti.

Con le ultime elezioni ENPAP ci si è allontanati molto dall’epoca delle diligenze postali.

Ricordo il voto per corrispondenza come fosse un’altra epoca, dal sapore antico. Per votare occorreva recarsi fisicamente in un capoluogo della regione di residenza, oppure intavolare complicati quanto antiquati scambi epistolari di plichi cartacei con tanto di autentica della firma, della durata di settimane. Con schede votate che viaggiavano in giro per l’Italia, affidate a sconosciuti corrieri.

Ma quel che più conta, il voto elettronico ha consentito un enorme risparmio.

Dal Bilancio Consuntivo ENPAP 2018: “per le elezioni del 2017 si sono complessivamente sostenuti oneri per 175mila Euro rispetto al milione e 118mila Euro per le elezioni del 2013, con una riduzione dell’84,38%. Risparmio che è possibile impiegare per altre finalità in favore degli Iscritti.”

Un risparmio di quasi 1 milione di euro: da 175 mila euro a fronte di 1 milione e 118 mila euro. In cambio di una procedura molto più comoda, sicura e veloce. Un risultato impressionante.

Sono a conoscenza che alcuni Ordini Regionali hanno già raccolto preventivi per il voto elettronico. Da queste preliminari indagini di mercato emerge una prospettiva di risparmio analoga a quella realizzata da ENPAP.

Un possibile danno erariale?

Avere a disposizione una tale possibilità di risparmio e non adottarla porrebbe inevitabilmente profili di danno erariale. Perché l’economicità è un principio cardine per l’azione delle Pubbliche Amministrazioni. Come potrebbe un amministratore di denaro pubblico, avendo a disposizione un modo per svolgere le elezioni risparmiando fino a 6-8 volte e con risultato analogo se non migliore, non adottarlo?

Un modo per liberare risorse per la comunità professionale.

Credo però che, al di là della condotta del buon amministratore, l’argomento più importante per adottare il voto elettronico sia questo: permetterebbe di liberare risorse economiche a favore degli iscritti e della professione.

Confidando che questo mio appello venga positivamente accolto dagli Ordini Regionali e dal Consiglio Nazionale, attendiamo con pazienza gli sviluppi della vicenda.




UNI risponde sui Counselor: sono Consolatori, come Dio.

In questi giorni, molti degli psicologi che hanno risposto all’inchiesta pubblica sulla figura del Counselor, stanno ricevendo risposte da UNI.

Un pensiero gentile, da parte dell’ente di normazione italiano. Ma questa iniziativa desta diversi dubbi e finisce per confermare un processo che a noi appare piuttosto disordinato.

Il primo fatto strano sono le risposte personalizzate in base ai contenuti della posizione espressa nel questionario. I colleghi stanno ricevendo mail con allegati numerati da R0 a R6. Ma l’invio di risposte clusterizzate è probabilmente frutto di un’operazione di clusterizzazione delle persone, verosimilmente in base alle opinioni espresse. Cosa che il GDPR sulla tutela dei dati permette, ma solo a patto che la persona esprima un consenso esplicito. Ma il modulo da compilare per rispondere all’inchiesta pubblica preliminare non conteneva richieste di consenso a trattare le risposte in questo modo.

Il secondo punto critico è che il fattore comune di tutte le risposte è uno solo: si tenta di convincere, spiegare, giustificare a chi ha risposto negativamente sull’opportunità di normare la figura del Counselor, che in fondo la sua risposta non andava proprio tanto bene. Una specie di invito a riconsiderare le proprie opinioni disinformate

Esemplare è la piega pedagogico-informativa contenuta nell’allegato R4:

In sostanza, l’UNI non prende semplicemente atto delle risposte fornite da chi ha espresso parere negativo sull’opportunità di normare la figura del Counselor, ma ribatte con fare educativo. Perché sai mai che qualcuno si sia confuso, nel rispondere negativamente.

Peccato che abbiano risposto negativamente oltre 26.000 persone, contro le 14.000 che hanno risposto positivamente. Questo per l’Istituto di normazione dovrebbe già rappresentare un punto di riflessione.

Entrando poi nel merito dei contenuti delle risposte, emergono dei punti perfino esilaranti. Ad esempio, che counseling nascerebbe etimologicamente dal latino ‘consolo’, nell’accezione di consolare e confortare. Ed effettivamente è ricorrente in latino l’espressione ‘Consolatore’, ma nella Bibbia, per indicare la figura di Dio. Ecco, nemmeno noi psicologi ci siamo mai spinti a tanto.

Del resto neanche il Merriam-Webster sembra confortare l’ardita ipotesi etimologica sostenuta dagli italiani dell’UNI:

Ma alla fine, quale sia la [poco] controversa radice etimologica del Counseling, un fatto è certo: la figura si sovrappone a quella dello psicologo. Con la differenza che quest’ultimo agisce in base ad una Legge dello Stato, che nasce per tutelare i cittadini in un campo come quello della salute psicologica.

Il passaggio della risposta R4 sul DSM-5 è ingenuamente autodefinitoria: il counselor è un tizio che può fare diagnosi differenziale, decidendo se vi sia o meno una patologia, per poi inviare allo specialista sanitario più competente.

Una specie di Consolatore di Psicopatologia Generale, insomma. Un misto fra un emissario di Dio che consola le anime, e un fine discriminatore di psicopatologia che le smista a bisogno al professionista più vicino.

E che si tratti di una figura che si sovrappone allo psicologo è chiaro dalle definizioni delle principali associazioni di counseling di USA e UK, dove è figura riconosciuta. Per gli inglesi della British Association for Counselling and Psychotherapy è una figura sostanzialmente sovrapponibile a quella dello psicoterapeuta, e per gli americani dell’American Counseling Association è una figura di empowerment che si occupa di mental health:

Ci dobbiamo interrogare su tutta questa furia dell’UNI di convincerci della bontà della figura del Counselor. E sull’ostinazione di affermare la sua distinzione da quella dello Psicologo. Non vorremmo derivasse da un posizionamento preconcetto dell’Istituto di normazione, perché questo non deporrebbe a favore di un processo sereno di analisi oggettiva della situazione al fine – in questa fase – di  stabilire se sia una norma da fare o meno.

Nel dubbio, chiediamo a tutti coloro che stanno ricevendo in questi giorni la mail dall’UNI, di rispondere ribadendo la propria posizione negativa. E chiedendo di poter partecipare al tavolo di normazione UNI.




Concorso psicologi a Vercelli: l’epilogo.

Il Concorso per Psicologi a Vercelli è ripartito. L’ANAC (autorità anticorruzione) ha appurato che è tutto regolare. Per cui ora mi divertirò a raccontare questa singolare storia.

Tutto inizia con un normalissimo bando di Concorso, a Maggio 2017. Due posti da dirigente psicologo. [2017 05 18 Bando]

Il Concorso procede regolarmente: ammissione dei candidati, costituzione della commissione, svolgimento della prima prova scritta. Il 20 dicembre 2017 vengono pubblicati gli esiti della prima prova. [>>LEGGI: Elenco ammessi prova pratica]

Poi qualcosa si rompe. All’inizio di febbraio 2018 il concorso viene improvvisamente sospeso dall’ASL, senza troppe spiegazioni. [>>LEGGI: 2018 02 08 sospensione]

PERCHÈ IL CONCORSO È STATO SOSPESO?

È successo che qualche strambo personaggio – ancora oggi sconosciuto – ha inviato varie mail anonime lamentando la partecipazione del Presidente dell’Ordine Piemonte al Concorso. Ha scritto alla stampa locale, poi all’Ordine Psicologi e all’ASL Vercelli.

Ora, lasciamo stare la stupidità delle mail anonime. Prima di tutto sono da sfigati. E poi nessuna mail è davvero anonima. Quando una mail viaggia verso il destinatario raccoglie frammenti di informazione dai luoghi dove passa. Un po’ come quando fai una passeggiata e ti si attacca alle scarpe il chewing-gum in Via del Fascista o il sassolino in Parco del Cazzaro.

Il vero tema è la tesi contenuta in queste mail: un presunto conflitto di interessi fra un candidato al Concorso e uno dei commissari, per il solo fatto che il primo è Presidente dell’Ordine e il secondo fa parte della consulta sanitaria dell’Ordine stesso.

Il 31 gennaio 2018, la mail anonima raggiunge l’ASL. Il Concorso viene sospeso e si inizia a vociferare che sia stato richiesto il parere dell’ANAC. Una prudenza perfino eccessiva da parte dell’ASL, che evidentemente non ha voluto lasciare ombre sulla procedura.

Pochi giorni prima, il 24 gennaio 2018, una piccola testata locale – Lo Spiffero – si era interessata alla vicenda. Con un acume degno di Geronimo Stilton, l’articolista era riuscito a sostenere la tesi aberrante che il candidato avrebbe dovuto inibirsi la partecipazione al Concorso. Così scriveva il giornale: “In mancanza di maggiore rigore da parte dell’interessato, sarebbe bastato anche l’escamotage dell’autosospensione (…) per placare le ire dei colleghi”[>>LEGGI: The sPiffero – Un Minimo di Psicologia]

Purtroppo alcuni colleghi riprendono l’articolo e l’argomento sui social. Lo fanno malamente. Innescano deliranti discussioni fondate su un completo travisamento della disciplina sui Concorsi pubblici. Diventa la sagra delle opinioni. Quel che è peggio, il partecipante interessato (Alessandro Lombardo, Presidente dell’Ordine Piemonte), viene messo impunemente alla berlina come fosse colpevole della sospensione del Concorso.

NELLA TERRA DI MEZZO

Passa più di un anno. Il Concorso resta sospeso. Ma non le polemiche.

Un ristretto gruppo di colleghi tenta più volte di ravvivare la brace. È evidente che non vogliono approfondire davvero la questione, perché il tema viene ripreso sui social senza prendere minimamente in considerazione la disciplina sui Concorsi pubblici. Sembra una sorta di accanimento personale nei confronti del Presidente dell’Ordine.

Il 21 febbraio 2019, Lo sPiffero rigurgita un nuovo articolo. Che racconta anche l’espulsione di Igor Graziato da Altrapsicologia e ne riporta bel virgolettato: “Ho pagato personalmente la mia autonomia, la mia coerenza e la mia fedeltà a certi valori. Continuo a ritenere che sia inusuale per il presidente di un ordine professionale candidarsi a un concorso pubblico”. Caro Igor, vai a ritenerlo all’ANAC.

Questo l’articolo del Piffero: [>>LEGGI: The sPiffero – Nervi Tesi fra gli Psicologi]

IL PARERE DELL’ANAC E LA RIATTIVAZIONE DEL CONCORSO.

A marzo 2019 finalmente l’ASL di Vercelli riattiva il Concorso. Viene pubblicato il calendario della prova pratica. Nel frattempo alcuni commissari sono andati in pensione e anche la composizione della Commissione è cambiata.

L’ASL pubblica anche il parere dell’ANAC. Vi si afferma (1) che l’eventuale incompatibilità sarebbe stata comunque in capo al componente della Commissione e non al partecipante al concorso (2) che tale incompatibilità nel caso specifico non sussiste.

Anche l’ASL è molto chiara nel porre i termini della questione: “(…) non potendosi negare l’indiscusso diritto del candidato alla partecipazione alla procedura concorsuale (…)”

[>>LEGGI: QUESITO_ANAC]

[>>LEGGI: RISCONTRO_ANAC]

Il parere dell’ANAC è schiacciante. Appoggia una robusta pietra tombale sul mare di cazzate galattiche che sono state sparate su questa vicenda. Purtroppo, non rimedia al ritardo di un anno nel concludere il concorso. Non certo per colpa di chi vi è iscritto, semmai di quello sfigato autore di mail anonime che con il suo gesto idiota ha danneggiato i colleghi e la categoria.

Fine della storia. Ammissione del torto e relative scuse (fantascienza). Sipario.