FATTURA ELETTRONICA e regimi fiscali 2019: primi chiarimenti per gli PSICOLOGI

Questo è un primo aggiornamento su fattura elettronica e regimi fiscali 2019, a distanza di 5 giorni dall’entrata in vigore della Legge 145/2018 – Legge di Bilancio.

È una semplice introduzione, con i primi ragguagli operativi per orientarsi. Ma non si può essere esaustivi in questa fase. Il quadro completo si avrà solo dopo che ministeri, authority e consulenti avranno definito meglio i vari punti oscuri.

Prima di entrare negli aspetti tecnici, mi si permetterà una piccata osservazione: questo modo di trattare il lavoro dei professionisti è demenziale.

Un professionista che svolgesse sia attività sanitaria che non sanitaria, sia a privati che a Pubbliche Amministrazioni, potrebbe ritrovarsi a gestire tre diversi metodi di fatturazione, con relativi diversi sistemi di conservazione e forse di numerazione.

Pare che il Legislatore non abbia idea di cosa significhi esercitare una professione oggi in Italia. E il termine ‘semplificazione’ usato per titolare commi che invece introducono complicanze lo conferma.

Premesso questo, vediamo quali sono i primi passi concreti per orientarsi.

COSA FARE PRIMA DI TUTTO? SCEGLIERE IL REGIME FISCALE

La prima scelta da adottare, che poi definisce anche il metodo di fatturazione, riguarda il regime fiscale.

Con l’articolo 1 comma 9 della Legge 145/2018 (Legge di Bilancio) è variata la soglia per avvalersi del regime forfetario: dal 2019 si può accedervi se nell’anno precedente (il 2018) non si sono percepiti compensi superiori a 65.000 euro.

Il regime forfetario può essere vantaggioso. Tuttavia sono previste una serie di esclusioni. Inoltre, influisce in senso peggiorativo sulla possibilità di fruire di deduzioni e detrazioni. Per cui il passaggio va attentamente valutato insieme al proprio consulente commercialista e caso per caso.

In specie se:
> ci si avvale di detrazioni per ristrutturazioni e interventi di efficienza energetica degli edifici;
> si possiedono quote di società o associazioni, condizione che in alcuni casi rende inaccessibile il regime forfetario;
> si hanno altri redditi oltre a quello di psicologo libero professionista.

Il regime forfetario è esente dalla fatturazione elettronica: si continuerà a fatturare in modo tradizionale.

FATTURAZIONE ELETTRONICA A PRIVATI

Scegliendo il regime fiscale ordinario semplificato, la fatturazione elettronica diventa necessaria. Non è quindi una scelta, ma la conseguenza dell’inclusione nel regime ordinario semplificato.

Può comunque rappresentare una scelta anche per chi è in regime forfetario. Al momento forse masochistica, date le incertezze di cui ho parlato sopra.

Esiste però un caso di divieto di emissione della fattura elettronica. Al comma 53 dell’articolo 1 è stabilito che:

“(…) Per il periodo d’imposta 2019, i soggetti tenuti all’invio dei dati al Sistema tessera sanitaria (…) NON POSSONO emettere fatture elettroniche (…) con riferimento alle future i cui dati sono da inviare al Sistema tessera sanitaria.”

Tale formulazione non chiarisce il caso in cui il cliente si oppone all’invio della fattura al Sistema tessera sanitaria. A rigore, tali fatture non sarebbero da inviare al Sistema tessera sanitaria, e quindi dovrebbe essere emessa Fattura Elettronica.

Ma interpretando la norma nel senso di definirne come perimetro tutte le fatture che a monte sarebbero da inviare al Sistema tessera sanitaria – interpretazione più aderente al motivo per cui è stata prevista questa eccezione, e cioè il problema della riservatezza dei dati sanitari che secondo il Garante Privacy il sistema della Fattura Elettronica non tutela adeguatamente – anche le fatture oggetto di opposizione non potrebbero essere emesse come Fatture Elettroniche, ma dovrebbero essere emesse in formato tradizionale.

Peraltro, la formulazione “con riferimento alle fatture i cui dati sono da inviare al STS” è una modificazione del DL 119 (Decreto Legge Fiscale), che più precisamente recitava “con riferimento alle fatture i cui dati sono inviati al STS”, e stabiliva così una chiara indicazione. Che nella versione finale, in vigore, lo è meno.

In attesa di chiarimenti su questo e altri punti, occorre tener presente che nei primi mesi del 2019 non sono previste sanzioni per chi omette di utilizzare la Fattura Elettronica per fatturare. Quindi è possibile – almeno in linea teorica – emettere fatture in formato tradizionale senza rischio di sanzioni, evitando così il rischio di violazione della riservatezza dei dati sanitari evidenziato dal Garante Privacy. Anche questa valutazione deve essere compiuta con il proprio consulente commercialista.

FATTURA ELETTRONICA PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

Nulla sembra cambiato, rispetto alla fatturazione elettronica alle Pubbliche Amministrazioni, che non prevede esoneri di alcun tipo in base al regime fiscale o alla natura sanitaria delle prestazioni.

FATTURE PASSIVE

Si tratta delle fatture che vengono ricevute da fornitori di beni e servizi. Ad esempio, il ristorante in cui si pranza o la libreria da cui si acquistano testi professionali o il commercialista.

Per questo tipo di fatture si è soggetti riceventi. E prevedibilmente si riceveranno sia fatture tradizionali che Fatture Elettroniche, in qualità di privati cittadini o di esercenti attività professionale.

Non è ancora del tutto chiaro se la ricezione e conservazione di tali fatture richiederà particolari modalità per gli esercenti attività professionale, oltre a quelli previsti per qualunque cittadino. L’Agenzia delle Entrate offre uno spazio apposito per la ricezione delle Fatture Elettroniche a tutti i cittadini. Ma non è detto che sia la soluzione migliore per i professionisti.

Anche in questo caso, lo sfortunato professionista in regime ordinario semplificato (ma forse anche forfetario) potrebbe doversi dotare di un sistema per ricevere e conservare le Fatture Elettroniche, e di un diverso sistema per le fatture tradizionali.

Chi, come il sottoscritto, ha già sperimentato la ricezione di fatture su PEC, ha anche già capito che non è semplice come dovrebbe essere. La PEC che si riceve non contiene la fattura, ma una codifica che serve per accedere al proprio spazio messo a disposizione dall’Agenzia Entrate, dove si trova la fattura.

Praticamente una caccia al tesoro: si deve accedere ogni volta a due diversi siti web per scaricare un documento. Verosimilmente sarà più comodo acquistare un gestionale apposito, che prelevi le Fatture Elettroniche e le metta a disposizione per la gestione contabile.

CONCLUSIONI

Al termine di questo primo articolo di informazione, non mi resta che augurare a tutti un buon 2019. L’anno non è partito nel migliore dei modi, ma confidiamo che la situazione si normalizzi e chiarisca al più presto.




Il solito, noioso editoriale di Natale | 2018

Ecco il consueto, noioso editoriale natalizio.

INIZIAMO CON LE SODDISFAZIONI. A casa tutti bene, l’Associazione sta crescendo e si sta diffondendo in molte regioni, specialmente al sud, con forza ed entusiasmo. Il ricambio di persone, l’arrivo di nuovi e validi colleghi e l’esperienza nelle istituzioni ci stanno rigenerando.

Altrapsicologia è entrata da tempo in una fase nuova, di maturità e di maggiore apertura.

QUALCUNO CI VUOLE SPORCHI, BRUTTI E CATTIVI. Ma abbiamo altro da fare. Oltre all’impegno associativo per i diritti civili e per la corretta informazione, in specie su temi a noi cari, c’è anche il nostro impegno negli Ordini e in ENPAP. Che viene premiato dalla soddisfazione dei nostri colleghi iscritti, il miglior riscontro che possiamo desiderare.

CI ASPETTA UN ANNO DENSO. Salvo ulteriori proroghe (si, sembra che qualcuno ci stia lavorando!) a fine 2019 gli psicologi potranno eleggere democraticamente i propri rappresentanti negli Ordini dopo un biennio di proroga che ha sottratto gradi di libertà alla democrazia.

AFFRONTEREMO LE ELEZIONI COME SEMPRE. Per noi sono un’occasione di dialogo e confronto con la comunità professionale sui problemi e sulle soluzioni possibili. Un dialogo che peraltro non abbiamo mai interrotto dal 2005, e che teniamo vivo 365 giorni all’anno.

Potrei stendere un lungo elenco di argomenti da affrontare. Ma alcuni hanno la priorità.

PRIMA DI TUTTO IL LAVORO DEGLI PSICOLOGI. Sappiamo dai dati ENPAP che i liberi professionisti sono quasi 60.000, che 1/3 di loro guadagna meno di 5.000 euro. Sappiamo dal CNOP che gli iscritti agli albi sono quasi 120.000 ed è complicato capire cosa facciano. Sappiamo dal Ministero della Salute che gli psicologi dipendenti del SSN sono meno di 5.000, di cui molti prossimi al pensionamento.

ESISTE UN PROBLEMA DI NUMERI. Che tutti denunciano da vent’anni. Eppure nel frattempo non si è trovato un accordo di categoria per limitare la proliferazione delle sedi universitarie in cui è possibile laurearsi (ne abbiamo contate 60). I numeri programmati vengono vanificati dai ricorsi degli stessi studenti che 6 anni dopo lamenteranno di essere in troppi. Molte delle oltre 300 scuole di psicoterapia privata stentano a sopravvivere ma al contempo polarizzano la formazione post-laurea verso la psicoterapia e frammentano la professione in micro-correnti teoriche. L’Esame di Stato è vanificato dalla moltitudine di prassi di valutazione e dai conseguenti fenomeni migratori. Non c’è alcuna chiarezza sul sistema della formazione continua.

MA LA SOVRAPPOPOLAZIONE NON È LA CAUSA ULTIMA DEI PROBLEMI OCCUPAZIONALI. È un fattore fra tanti. È molto facile fare proclami sulla sovrappopolazione, ma stanno a zero: siamo capaci tutti di farne. I nostri problemi occupazionali non si esauriranno con logiche semplicistiche, idrauliche. Una professione non è una cisterna d’acqua, ma un attore economico elastico che interagisce in un mercato elastico. Va praticata con passione, ma anche con un certo rigore metodologico e con risultati concreti per i clienti.

Il RUOLO SANITARIO È ESSENZIALE. Non tanto per le sue limitate potenzialità numeriche di assorbimento occupazionale, quanto per il posizionamento strategico che riveste anche nella produzione e realizzazione delle politiche sanitarie.

Ma senza il superamento di alcuni problemi strutturali della governance delle istituzioni di categoria – in specie Ordini e sindacato – e di posizioni pregiudiziali che creano attriti e divisioni insanabili, sarà difficile affrontare il ruolo dello psicologo nella sanità pubblica e i bisogni di salute dei cittadini con logiche nuove. Su questo settore anche la nostra Associazione deve iniziare a ragionare in modo diverso.

MA LA PROFESSIONE NON È SOLO CLINICA E SANITARIA. Pur essendo transitati alla vigilanza del Ministero della Salute, abbiamo colleghi che esercitano nei settori più vari. I dati ENPAP mostrano che ci sono settori nettamente spopolati, ma con un livello di riscontro economico molto maggiore del tradizionale e iconografico psicologo che opera nel proprio studio privato.

LA PROFESSIONE È UNA, ED È QUELLA DI PSICOLOGO. Non facciamo e non abbiamo mai fatto distinzioni fra psicologi e psicoterapeuti. La psicoterapia per la Legge 56/89 è un’attività riservata, non una professione autonoma. Sarebbe ora di superare anche queste divisioni pregiudiziali. Eventualmente attraverso una migliore definizione dei campi di attività, ma ritengo che al di là delle questioni di tecnica professionale, il problema di base sia culturale: siamo PSICOLOGI, e dovremmo avere l’orgoglio di appartenere ad una professione regolamentata, che fa della TUTELA del cittadino un valore.

ESSERE UNA PROFESSIONE REGOLAMENTATA È UN VALORE. Gli Ordini non possono essere una difesa corporativa per la categoria, ma l’interfaccia fra professione, società e cittadini. Gli Ordini dovrebbero essere una salvaguardia, un vettore di chiarezza e uno strumento di diffusione della Psicologia.

PER AVERE QUESTE FUNZIONI, DEVONO ESSERE BEN GOVERNATI. Le logiche di occupazione più o meno casuale di ruoli di consigliere, da parte di soggetti impreparati, improvvisati e disinteressati fino al giorno prima delle sorti della propria comunità professionale vanno aspramente combattute. Per questo, AltraPsicologia orienterà il proprio progetto per gli Ordini ad una selezione attenta sia delle persone che delle alleanze. Anche sul piano dei valori e della preparazione.

Non transigeremo su alcune basi programmatiche.

A PARTIRE DALLA TRASPARENZA E DALLA BUONA AMMINISTRAZIONE. Che per noi significano anche un netto senso del limite fra pubblico e privato. Una chiara idea di cosa sia una Pubblica Amministrazione.

PASSANDO PER IL RIORDINO DELLA DEONTOLOGIA. Che è un punto focale che ci differenzia dalle professioni fake della Legge 4/2013, perché garantisce ai cittadini una disciplina interna pubblicistica e vincolante sulle condotte inappropriate. La prima cosa non è rivedere il Codice, ma la sua applicazione concreta. Poi semmai il Codice, mantenendone però inalterati i valori di base. Va poi strutturata una procedura deontologica nazionale a cui gli Ordini regionali debbano ancorarsi, perché negli ultimi anni abbiamo assistito a situazioni francamente ridicole, anche rispetto all’uso politico delle segnalazioni deontologiche. Fenomeni che sono il frutto di incapacità dei singoli collegi giudicanti, ma anche della mancanza di regole procedurali chiare.

E DALLA TUTELA. Che ha bisogno anch’essa di regole chiare di gestione e applicazione, ma soprattutto di un chiaro posizionamento contro l’abusivismo professionale a tutela della salute pubblica. Chi non è d’accordo oppure ha posizioni sfumate sull’abusivismo, non dovrebbe fare il consigliere negli Ordini. Perché una delle funzioni istituzionali è la tutela.

Mi auguro che con il 2019 si arrivi a superare la logica puerile del conflitto a fuoco, e quella complementare delle sensibilità personali al limite della permalosità. Non siamo nelle istituzioni per tirarci addosso a vicenda con la cerbottana, ma per migliorare insieme la condizione degli psicologi.




Psicologi nel SSN: un cantiere sempre aperto.

Assisto all’intervista di Fulvio Giardina, Presidente del CNOP, sulle magnifiche sorti e progressive degli Psicologi. Afferma che in Italia ci sarebbero 5000 psicologi dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale e 15.000 psicologi convenzionati.

15.000 psicologi convenzionati è un numero di fantasia. Gli psicologi convenzionati sono circa 1100. Posso affermarlo con certezza perché sono tutti iscritti ENPAP in una loro speciale gestione, per cui li possiamo contare uno a uno.

Devo ricorrere ad altre fonti per capire cosa potesse intendere. Dopo qualche confronto con colleghi attivi nel SSN, posso tradurre il presidenziale ‘psicologi convenzionati’: forse parla di una vasta galassia di contratti, collaborazioni, borse di studio e chissà che altro per arrivare a qualche migliaio di colleghi che gravitano attorno alla sanità pubblica.

Parto da queste prime “incertezze” numeriche per prendere atto che la presenza degli psicologi nella sanità pubblica è un cantiere aperto. Da decenni.

Rispetto a cui assistiamo alle ricette più strambe. Tipo lo Psicologo di Base. Ne parlavamo cinque anni fa come di una chimera (QUESTO ARTICOLO DEL 2013). Resto francamente stupefatto che ancora ne parli come di un’opportunità. Che molti colleghi pensino che un giorno esisterà davvero.

Credo si debba restare con i piedi per terra. La sanità pubblica è un contesto sufficientemente ampio, strutturato e complesso da non richiedere la creazione di altre fantasiose figure che albergano soltanto nella fantasia degli psicologi.

Come ben scrive Giuseppe Fucilli in QUESTO ARTICOLO che parte dalla sua esperienza di 25 anni con psicologo nell’ASL di Bari, sarebbe già sufficiente rispondere ai bisogni esistenti.

Salute mentale (comprendendovi anche lo strano e separato destino delle tossicodipendenze), la psicologia ospedaliera (dalle cure palliative alle patologie croniche), fino alla disabilità (che beneficerebbe di un percorso di continuità dall’infanzia all’età adulta) e a tutta l’area dell’età evolutiva e della famiglia. Tutti settori che scontano una cronica carenza di risorse, non solo di psicologi.

C’è molto da fare senza doversi inventare nulla, in sanità. Basterebbe rispondere con appropriatezza di mezzi, risorse e tipologie di intervento ai bisogni che già esistono.

Ma si combatte in un mondo di ristrettezze, prima di tutto economiche, che mettono seriamente in dubbio l’universalità della sanità a cui siamo abituati. E che forse diamo troppo per scontata, quando anche come categoria quando interpretiamo la sanità pubblica come una soluzione per noi e non per i cittadini.

E si combatte la drammatica difficoltà della professione di psicologo nel pubblico. A parte i 5000 dipendenti e i 1100 convenzionati, esiste una galassia inqualificabile di psicologi con i contratti più vari: dalle collaborazioni libero professionali alle collaborazioni, dai contratti tramite cooperativa alle borse di studio. La LETTERA DI UNA PSICOLOGA IN AUTO-ROTTAMAZIONE DALL’AUSL ci racconta la terribile realtà del precariato psicologico.

Per non parlare del problema delle graduatorie dei concorsi, utilizzate nei modi più bizantini e variegati nelle diverse Aziende Sanitarie, con il risultato di mantenere nel limbo per anni psicologi valutati idonei nei Concorsi Pubblici. Che non hanno praticamente alcuna tutela e che subiscono l’intrecciarsi di norme regionali e nazionali, sentenze e pronunce.

Le borse di studio sono l’estrema frontiera delle distorsioni in sanità: psicologi (e altri professionisti) che svolgono attività professionale – quindi non di ricerca o studio – attraverso borse di studio. Con enormi problemi aperti sul piano assicurativo, di responsabilità professionale e previdenziale.

No, non servono psicologi di base e altre mitologiche invenzioni. Ci basta quello che c’è, e che sarebbe da aggiustare attraverso un’azione di categoria unitaria, chiara e concorde almeno su alcune grandi direttrici.

 

 




Articolo 31 del Codice Deontologico: una modifica assurda?

In CNOP si sta discutendo una modifica dell’articolo 31 del Codice Deontologico. Che ci pare assurda: si vorrebbe permettere allo Psicologo di compiere prestazioni sui minori senza il consenso di tutti i titolari della Responsabilità Genitoriale.

Non tutte le prestazioni, ma solol’osservazione breve, della durata di un incontro (…) tesa a verificare le condizioni di vita” rilasciando al termine “una certificazione sintetica sulla sola eventuale sussistenza di necessità di approfondimento”.

Ora, figuriamoci questa situazione:

Ore 16.30, all’uscita di scuola.
– Vieni Pierino, ti porto dallo Psicologo di nascosto da mamma/papà, casomai ti fosse saltata qualche rotella a stare con quella/o!
– Ma papà/mamma, che stai dicendo? Non voglio!
– Su, muoviti che facciamo presto, ho bisogno di un certificatino da portare in tribunale.
(….)
– Buongiorno Signor Dottore, mi guarda il Pierino se ha tutte le rotelle a posto?
– Certo. Lei è?
– Io sono il genitore, ma non ho la responsabilità genitoriale: in tribunale hanno pensato che non fossi adatto.
– Ma davvero? Non si preoccupi, per fortuna il nostro Codice Deontologico ci permette di affrontare agilmente anche queste situazioni. Allora Pierino, vieni qui e sta’ fermo un attimo… ecco… fermo ancora… bene, ti ho osservato nelle tue condizioni di vita. Ora scriviamo due righe di certificato per dire che hai bisogno di approfondimenti.

Una vignetta estrema? Non troppo. Situazioni del genere esistono, e non sono rare.

Ma noi, che siamo professionisti, dovremmo saperlo e avere chiaro un principio: come psicologi abbiamo il dovere di proteggere i minori e le loro famiglie, di non esporli a situazioni ambigue e a conflitti.

Permettere posizioni NON EQUIDISTANTI e NON PARITARIE, o prestazioni basate su un PATTO DI ESCLUSIONE di un genitore non è certamente protettivo per i minori e per le famiglie.


IL PIANO DEONTOLOGICO.

L’articolo 3 del Codice Deontologico ci dice che “Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza (…)

L’articolo 31 ci dice che la famiglia è un sistema interconnesso e lo psicologo deve tenerne conto. Escludere a priori uno dei genitori significa non considerare la natura dell’oggetto su cui si interviene.

Nel suo complesso, il Codice Deontologico ci impone PRUDENZA.

Nel caso di un minore con due genitori, i quali esercitano ENTRAMBI la responsabilità genitoriale, essere PRUDENTI significa approcciare in modo paritario ed equidistante a tutto il sistema, perché non so cosa troverò.

In concreto, due casi più frequenti:

  • COPPIA UNITA, un genitore porta il figlio dallo Psicologo: perché non dovrebbe essere informato pure l’altro? serenamente, per telefono, per mail, ma perché prevedere che non si debba fare?
  • COPPIA CONFLITTUALE, un genitore porta il figlio dallo Psicologo perché mandare il messaggio che l’altro genitore, con cui si è in conflitto, può anche non avere voce in capitolo? e perché lanciare questo messaggio al figlio minore, che sta in mezzo, senza che sappiamo nulla della situazione?

IL PIANO CIVILISTICO

L’articolo 316 del Codice Civile stabilisce un precetto cristallino: decidono INSIEME i titolari della Responsabilità Genitoriale. È netto, non fa sconti. Non si può introdurre una formulazione del Codice Deontologico che sia – anche in astratto – in contraddizione con una norma di rango superiore. Significherebbe esporre i colleghi e i cittadini ad un rischio.

Nel DOCUMENTO DI PRESENTAZIONE DELLA MODIFICA, l’articolo 316 del Codice viene letto in modo abbastanza fantasioso: il dovere di vigilanza del genitore NON titolare di responsabilità genitoriale diventa possibilità di decidere all’insaputa del genitore che HA la Responsabilità Genitoriale.

Per quanto ci si possa sforzare, questa interpretazione della norma non è condivisibile. E peraltro non è un’interpretazione condivisa nemmeno in ambito giuridico.


MA PERCHÈ IL CNOP STA DISCUTENDO QUESTA MODIFICA DELL’ARTICOLO 31?

Francamente non si sa. Il DOCUMENTO DI PRESENTAZIONE di cui disponiamo non reca il nome degli estensori, non ne è descritta la genesi, ed è firmato dalla Direttrice. Le sue radici si perdono nella nebbia del tempo.

Devi sforzare la fantasia per capirci qualcosa.

L’articolo 31 è frequentemente oggetto di procedimenti. D’accordo. Ma non a caso: interviene a regolare uno degli ambiti più complessi e delicati in cui opera lo psicologo. Renderlo più lasco e complesso non servirà a ridurre il contenzioso, anzi: aumenterà l’incertezza.


CONCLUSIONI

Questa modifica dell’articolo 31 è inaccettabile sul piano tecnico e valoriale.
Il testo dell’articolo, reso complesso da casi e sottocasi, diventa un guazzabuglio.

Il nostro CD deve passare dei VALORI CHIARI. La presenza dei genitori quando cerchiamo di aiutare un figlio minore è un VALORE.

Il nostro Codice Deontologico merita una revisione, ma deve essere sistematica e nazionale.
Sulle piccole e sulle grandi cose.

Ad esempio l’espressione ‘Potestà genitoriale‘, che andrebbe espunta ovunque sia perché sostituita dal legislatore con ‘Responsabilità Genitoriale‘, un concetto ben più appropriato per descrivere il rapporto fra genitori e figli.

Ma soprattutto sarebbe ora di avere un codice di procedura nazionale, e non 20 modi diversi di gestire la deontologia.

Va poi affrontato e represso il fenomeno delle segnalazioni che i consiglieri si sparano fra loro, dardeggiando come novelli Power Rangers per ciò che si sono scritti il giorno prima su Facebook. Non è una barzelletta: si avviano procedimenti deontologici in evidente conflitto di interesse, su queste basi. Da ridere se non fosse vero.

Per cui, in sintesi: Altrapsicologia è pronta ad affrontare complessivamente il nodo del Codice Deontologico e delle procedure, in ottica nazionale, collaborativa e ampiamente condivisa dalla comunità professionale.

 




Quando i migranti eravamo noi.

La nostra è una specie migratoria. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, perché lo affermano decenni di studi antropologici. Gli esseri umani si sono sempre spostati in cerca di nuove terre.

Noi stessi, in Italia, siamo il frutto di migrazioni provenienti dall’Africa e a nostra volta siamo stati migranti in modo così massiccio e in tempi così recenti che si sono ancora persone vive che possono raccontarlo. Ricordare quando eravamo migranti da un Paese povero dovrebbe aiutarci a capire che non c’è bisogno di una guerra per aspirare a salvare se stessi e i propri figli dalla miseria.

Oggi stiamo emigrando di nuovo: secondo l’ISTAT l’emigrazione di italiani verso altri paesi cresce costantemente: 300.000 IMMIGRATI, 157.000 EMIGRATI NEL 2016. Di certo non stiamo emigrando a causa di una guerra. (Report ISTAT | Migrazioni 2016)

Perché allora il bisogno di parlarne?

Perché come psicologi non possiamo restare inerti davanti allo spettacolo deprecabile che si sta consumando nel nostro paese. Ad un clima sempre più intollerante, che fa leva sui bias cognitivi delle persone per alimentare una cultura intollerante verso i migranti.

I colleghi psicologi che operano nelle strutture di accoglienza per migranti di tutto il territorio nazionale stanno segnalando situazioni assurde, in larga parte originate dalla recente entrata in vigore del Decreto Sicurezza.

Il Decreto ha abolito i permessi di soggiorno per motivi umanitari, senza prevedere alternative. Si trattava di una delle tipologie di permesso finora più utilizzata per dare statuto giuridico e possibilità di lavoro ai migranti presenti in Italia.

La sua abolizione ha avuto l’effetto di porre in posizione irregolare, dall’oggi al domani, migliaia di persone. Che hanno perso improvvisamente qualunque diritto all’assistenza umanitaria e all’accoglienza in una rete di servizi in cui operano centinaia di psicologi.

I colleghi stanno assistendo impotenti all’espulsione di persone da luoghi di accoglienza che sono finalizzati a facilitarne l’integrazione, e alla loro traduzione in strada. Fra loro anche genitori con bambini, che improvvisamente cadono nel limbo dell’irregolarità con scarse possibilità di ottenere un diverso permesso di soggiorno e l’incertezza per il futuro proprio e dei propri figli.

Nella Giornata Mondiale del Migrante, Altrapsicologia esprime la propria ferma contrarietà a queste scelte di politica sociale, frutto di una cultura che ha perso il valore della persona umana, dell’uguaglianza sociale, dei diritti civili.

La possibilità di permanenza, di lavoro e di abitazione nel nostro Paese diventa sempre più una corsa ad ostacoli, densa di incertezze e di periodi a termine, trascorsi i quali non vi è alcuna certezza di rinnovare le stesse opportunità. L’esistenza stessa diventa incerta.

Non vi può essere alcuna sicurezza se manca il patto sociale fra cittadini. Se lo Stato condanna all’incertezza e il problema principale è la sopravvivenza.

Lo psicologo non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Questo afferma il nostro Codice Deontologico e questo vogliamo riaffermare noi, in questa Giornata.