Un anno dopo Barbara Capovani. Cos’è cambiato?

Un anno fa moriva la Dott.ssa Barbara Capovani, psichiatra del reparto di Psichiatria dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa, uccisa da un suo ex paziente.

In quei giorni, comprensibilmente, l’evento ebbe un forte impatto mediatico.

C’era una donna, un’operatrice sanitaria, che moriva uscendo dal luogo di lavoro, un marito e tre figli che perdevano un punto di riferimento.

C’erano i colleghi e le colleghe sconvolti e spaventati.
Una intera comunità cittadina sotto shock.

C’era l’autore dell’omicidio, un uomo con conclamati problemi di salute mentale, che in passato era stato paziente della dottoressa Capovani.

Oggi, come un anno fa, c’è ancora un sistema – quello della salute mentale – che lavora costantemente in terre di confine, terre lasciate a metà, a picco sul vuoto, dalla stessa politica che avrebbe dovuto pensarle e organizzarle.

Solo nel triennio 2020-2022 i casi di violenza nella sanità e assistenza sociale sono stati circa seimila, con un’incidenza del 41% rispetto a tutti quelli registrati nello stesso periodo tra i lavoratori dell’Industria e dei servizi.
I sanitari aggrediti operano in maggioranza in strutture ospedaliera o in Rsa, prevalentemente in ambito psichiatrico o dell’emergenza/urgenza.

Nell’immediatezza dei fatti, sull’onda emotiva, il Ministro Schillaci annunciò l’avvio del Tavolo tecnico per la salute mentale per il miglioramento della qualità dei percorsi di prevenzione, trattamento e riabilitazione a favore delle persone con disagio psichico (link).

A un anno di distanza, come i più cinici avevano già immaginato, nulla di sostanziale è cambiato.

Quelli ancora più cinici di quelli che pensano che l’istituzione di un tavolo è il perfetto piano diabolico per prendersi un tempo infinito su una questione dalla difficile quadratura, diranno che almeno ci siamo scampati la messa in discussione della Legge Basaglia, giusto nel centenario della nascita dello psichiatra veneto.

Un eventuale ritorno ai manicomi, magari travestiti sotto mentite spoglie più rassicuranti, – soluzione pure paventata da qualche forza di governo – o agli OPG è e sarà sempre un passo indietro in termini sia di diritto alla salute delle persone sia di civiltà.

Ma contemporaneamente la pretesa che sia solo il servizio sanitario a gestire, con i suoi operatori sempre più pressati, con le sue risorse sempre più impoverite – soprattutto nel comparto della salute mentale – persone gravemente malate e con comportamenti aggressivi e antisociali è fantascienza.

E’ colpevole indecisionismo, un irresponsabile atteggiamento omissivo, è essere consapevoli che si mandano le persone a lavorare in condizioni di grave rischio anche della propria vita.

Non lo sappiamo da oggi, non l’abbiamo nemmeno scoperto all’improvviso un anno fa quando è stata uccisa la Dott.ssa Barbara Capovani.

Lo sappiamo da anni.

Ma un operatore della salute mentale non è né un salvatore di anime né un promesso martire.
E’ un lavoratore che ha bisogno, tra le altre cose, dei suoi presidi di sicurezza.

Così come chi commette un crimine e ha un disturbo mentale, è un autore di reato, ma anche una persona con una malattia che richiede un’assistenza sanitaria, per quanto questo sia fastidioso e disturbante ricordarlo.

Gli strumenti, però, devono essere di sistema, devono coinvolgere sia il sistema giuridico sia il sistema sanitario, nella sua organizzazione complessiva, sia negli investimenti.

Occorre mettere insieme sicurezza delle persone (lavoratori e pazienti) e cure appropriate per tutte quelle persone che hanno manifestazioni aggressive incoercibili e/o sono autori di reato.

Da 46 anni raccontiamo della rivoluzione della Legge Basaglia, ma da altrettanti anni lo spirito di quella rivoluzione è caricato tutto sulle spalle degli operatori della salute mentale che in condizioni spesso risicate fanno continuamente lo sforzo di tenere la persona al centro, oltre l’etichetta di una diagnosi.

“Indietro non si torna” aveva scritto su Twitter il 13 Maggio dell’anno scorso lo psichiatra Massimo Cozza, componente del tavolo di lavoro ministeriale.

Avanti, però, quando inizieremo ad andare?