La posizione dell’Ordine Lombardia sul counseling psicologico

Nella passata consigliatura dell’Ordine Lombardia (OPL) è stato avviato un sistema di accreditamento in base al quale:

  • una struttura formativa può accreditare i suoi percorsi formativi, secondo alcuni criteri stabiliti dall’OPL;
  • uno psicologo può iscriversi in “elenchi di esperti” seguendo i percorsi formativi accreditati dall’Ordine e dimostrando di possedere determinati altri requisiti

L’OPL ha quindi stabilito circa 25 “aree psicologiche di riferimento” in cui farsi riconoscere il corso e/o in cui divenire esperti: psicologia dello sport, neurologia, psicologia scolastica, ecc…
In questo articolo ci focalizzeremo sull’area counseling psicologico

Se andiamo sul sito dell’OPL, troveremo l’elenco [visita] di alcuni percorsi formativi accreditati nell’area psicologica di riferimento del “counseling psicologico”.  Prendiamoci adesso la briga di visitarne due a caso:

Counseling Sistemico e Costruzionista della Cooperativa Sociale Viamuratori (http://www.viamuratori.it/scuola_di_counselling.htm). Se diamo un’occhiata ai destinatari troviamo “chi intende intraprendere una professione in campo sociale” Unico requisito: almeno un diploma universitario triennale. Praticamente tutti!
Stando agli obiettivi didattici che parlano anche di “interventi sulla famiglia”, significa che – in potenza – possono uscire ventenni che pensano di potersi prendere in carico un sistema familiare.

Master in counseling clinico e di comunità del Centro Studi Panta Rei (http://www.pantarei2000.it/attivita/counselling05.html). Vediamo a chi è rivolto: “Psicologi, psicoterapeuti, laureati in psicologia; scienze dell’educazione e della formazione, sociologia, filosofia, ecc.” Praticamente tutti!

Purtroppo la situazione è pressoché la medesima anche nelle altre proposte segnalate. A questo punto, tuttavia, qualcosa non torna.

Se inseriamo i percorsi in un’area psicologica di riferimento denominata counseling psicologico, mi aspetto di trovare proposte riservate a psicologi, così come previsto dall’Art.1 della 56/89. Se poi è un Ordine Regionale, formalmente deputato alla tutela della professione di psicologo, a pubblicare ciò, le mie perplessità aumentano ulteriormente.

Per curiosità, vado allora a scaricare il modulo di accreditamento [download] attraverso cui le strutture possono richiedere all’OPL di accreditare un loro percorso formativo. Lo leggo ed in particolare mi colpisce una piccola postilla in chiusura:

Per i corsi accreditati in “Counseling” e in “mediazione in ambito famigliare/culturale” il corso verrà accreditato se il 50% dei posti disponibili sarà riservato a Psicologi; in questo caso il titolo di esperto d’area verrà riconosciuto solo agli allievi Psicologi)
Perché sul sito web si scrive “Counseling psicologico” mentre nel modulo di richiesta solo “Counseling”?!?
La stessa APA (American Psychological Association) esorta energicamente autori, professionisti ed istituzioni ad utilizzare la sempre ed in modo adeguato la parola “Psicologia”, “Psicologico” e “Psicologo” per evitare appunto che la nostra professione venga indiscriminatamente accomunata a quei servizi di ignota efficacia e limitrofi alla Psicologia.

Perché quindi l’OPL convive con quest’ambiguità comunicativa, interna al suo principale organo di diffusione, il sito web?

Ed ancora, che significa che “il corso verrà accreditato se il 50% dei posti disponibili sarà riservato a Psicologi”?
Anche qui l’OPL deve prendere una decisione chiara ed etica, perché:

  • se nel sito web, VERAMENTE, propone corsi di counseling psicologico, allora devono poter essere seguiti SOLO da psicologi. E molti corsi segnalati scomparirebbero.
  • se, invece, i corsi segnalati sono per counselor (ovvero professione non regolamentata, con tutto ciò che ne consegue), allora l’OPL ci deve chiarire il perché li promuove sulle sue pagine web.

Da ultimo, a chi conviene ed a chi nuove che rimangano queste zone d’ombra e di ambiguità?

Vi lascio con questa domanda e con la promessa che presto torneremo a parlare di questa situazione, cercando di fornire ulteriori informazioni.
Al momento, vi segnalo un articolo che scrissi lo scorso anno e che, in qualche modo, è collegato a questo: “Counseling: e se gran parte della responsabilità fosse delle Scuole di Psicoterapia?

Come AltraPsicologia, invieremo anche una richiesta formale di spiegazioni alla nuova consigliatura OPL, insiedata quest’anno ed all’interno della quale stanno anche 3 consiglieri di AP.

Lavoriamo per l’informazione e la trasparenze e ci aspettiamo informazione e trasparenza.

Nicola Piccinini




PSICOLOGI NEL TERZO SETTORE: giovani per sempre

Cinque anni di studi universitari, la laurea, il tirocinio post-laurea, probabilmente l’iscrizione ad un master o ad una scuola di specializzazione e poi l’aspirante Psicologo è persuaso di poter entrare nel mondo del lavoro dalla porta principale, avendo investito tempo, fatica e tanto denaro in una seria e impegnativa formazione professionale.

Lo scenario reale che si troverà ad affrontare, invece, sarà completamente diverso, ma ancora non lo sa: tante ore di tirocinio, durante la scuola di specializzazione, in cui imparerà a fare benissimo le fotocopie e ad “osservare” da lontano qualche paziente; dopo, un “bel” lavoro in qualche impresa del Privato Sociale, dove farà di tutto, a volte anche lo Psicologo. E, se farà il lavoro da Psicologo, lo farà di solito senza il dovuto riconoscimento professionale ed economico.

Il Privato Sociale, il cosiddetto Terzo Settore, avendo acquisito funzioni di Welfare che ormai lo Stato, in senso lato, non intende più garantire in proprio e che, di converso, sono ritenute ampiamente non remunerative per una gestione puramente privata e lucrativa, vive, solitamente, di sovvenzioni e stanziamenti erogati su una base di riduzione costante dei costi. Il settore è quindi sovra esposto alle dinamiche meno protezionistiche dell’attuale mercato del lavoro e costantemente alle prese con rette inadeguate, tagli dei finanziamenti, ampliamento dei bisogni e dell’utenza cui fornire servizi.

Il valore aggiunto apportato al lavoro nel nuovo Welfare dalla professionalità degli Psicologi è ampiamente riconosciuto dagli operatori e dagli utenti – cosa che porta ad una grande richiesta di Psicologi in questo settore – ma largamente disconosciuto dalle norme – per cui, di solito, non ne è esplicitamente prevista la presenza in organico, oppure è prevista per un monte ore assolutamente insufficiente.

L’assenza, negli ultimi 15 anni, di politiche atte ad orientare e rinforzare il mercato del lavoro degli Psicologi e a gestire i flussi universitari (si è arrivati ad avere 27 corsi di laurea in Psicologia in Italia; ad oggi 55.000 iscritti all’albo professionale e altrettanti studenti universitari in Psicologia; ben 15.000 matricole quest’anno) ha creato, specie nelle grandi città, un pletora straripante di giovani colleghi alla ricerca di un collocamento lavorativo che tenga conto delle loro competenze e motivazioni e che permetta loro, se non l’autonomia, almeno di potersi pagare le spese per la scuola di specializzazione.

Si crea, quindi, una strana situazione in cui il Terzo Settore assorbe un numero crescente di questi giovani Psicologi senza però fornire loro le garanzie di un rapporto di lavoro organico, vista anche l’ampia disponibilità nel mercato di questa professionalità (nel Lazio, per esempio, ci sono 12.000 psicologi per 5.000.000 di abitanti, con un rapporto all’incirca di uno ogni 400 abitanti) e la sostanziale mancanza di difese normative per questa fetta di pseudo-professionisti. La maggioranza dei colleghi impiegati nel Terzo Settore, infatti, in seguito anche alle recenti politiche di precarizzazione del lavoro, sono inquadrati con contratti atipici (a progetto o, tuttora, come co.co.co.) o come supposti liberi professionisti (per meglio dire “forzati della partita IVA”) senza alcuna tutela e in condizioni di precariato cronico. Entrambi gli inquadramenti non prevedono, infatti, le più elementari tutele del lavoratore, come la malattia, le ferie retribuite, l’indennità di rischio, la maternità, il trattamento di fine rapporto e, soprattutto, permettono di “congedare” il lavoratore in qualsiasi momento.

Questo stato di cose si è consolidato negli anni ed è stato precursore dell’attuale generalizzata precarizzazione del mercato del lavoro, ma si è esasperato nell’attuale delicato momento politico-economico, in cui la riforma del lavoro ha influenzato profondamente lo stile di vita e la progettualità di tutti i giovani adulti. Inoltre, è usanza comune presso le imprese del privato sociale, assumere Psicologi, perché se ne riconosce il valore aggiunto e la professionalità, ma retribuirli come educatori, assistenti domiciliari o – diciamolo – semplici badanti, in assenza di istituzioni in grado di tutelare la categoria e con l’aggravante dell’assenza di un Tariffario Professionale riconosciuto che rende improponibile qualsiasi tipo di contrattualità.

In questa condizione diventa veramente arduo, per un giovane professionista progettare e costruire il proprio futuro professionale e personale. Come si possono operare delle scelte importanti senza prescindere dalla propria precaria condizione economica? Come pensare ad una casa, ad una propria famiglia, quando spesso si ha ancora bisogno dell’aiuto dei genitori per affrontare gli altissimi costi della formazione, che tanto promette e poco mantiene?

Le esperienze di ognuno di noi raccontano di colleghi impegnati full-time (e anche oltre…) con paga oraria davvero esigua; di donne che diventano mamme sempre più tardi; di giovani che non riescono a completare il proprio percorso evolutivo, perché costretti a vivere con i genitori o a condividere l’appartamento con amici, in una condizione adolescenziale drammaticamente dilatata. A tale bizzarro scenario, decisamente scisso tra teoria e realtà, hanno sicuramente contribuito le politiche dell’Ordine e dell’Università, di fatto inesistenti o lontanissime dalle nuove realtà lavorative e “ignare” delle potenzialità offerte da un mercato del lavoro in rapida trasformazione. Entrambe le istituzioni non si sono premurate di effettuare le necessarie ricerche sui possibili sbocchi professionali alternativi o collaterali all’attività clinica, allo scopo di adeguare l’offerta formativa alle nuove esigenze del mercato. Ciò ha lasciato ampio spazio a professioni non ordinate, limitrofe alla nostra (counselor, psicopedagogisti, psicofilosofi, mediatori, coatch, ecc.) che, in modo scaltro e con perfetto tempismo, hanno riempito “opportunamente” gli spazi vuoti cui la nostra professione non sembrava interessata, forse perché percepita dai “vertici” come prettamente clinica e quindi bisognosa soprattutto di tante nuove scuole di specializzazione in psicoterapia.

Se le cose restano come sono state finora, quale sarà la condizione della categoria fra dieci anni? Gli Psicologi, molto più che non gli altri professionisti, sembrano destinati ad essere giovani per sempre… E’ singolare notare che, alla recente nascita di AltraPsicologia, i suoi fondatori (età fra i 33 e i 41 anni, peraltro ormai professionisti riconosciuti) siano stati segnati come “giovani sovversivi” da chi occupava cariche istituzionali nella professione. Questo sono i nostri diritti di futuro agli occhi dei maggiorenti della nostra professione: a 40 anni siamo ancora ragazzini che battono i piedi per “la zuppa ’e latte” se apriamo gli occhi e, insieme, cominciamo a reclamare attenzione.

A questo punto è di fondamentale importanza per gli Psicologi, soprattutto per quanti di loro sono impegnati nel Terzo Settore, recuperare la dimensione collettiva del problema: partire dalle condizioni dei singoli, dalle esperienze di ognuno, per arrivare a tracciare ed evidenziare lo specifico di questa professionalità, rendendola riconoscibile e valorizzandone le potenzialità. E’ necessario incrementare il dialogo all’interno della comunità professionale ed avviare un confronto ormai improcrastinabile con le istituzioni normative del Paese (Stato Centrale e Regioni in primis) con lo scopo di ottenere il riconoscimento normativo del valore aggiunto apportato dalla professionalità degli Psicologi nel nuovo Welfare e nei servizi con finalità sociali, in un’azione di pressione che abbia i caratteri della continuità e della trasparenza.

É necessario che gli Psicologi occupati nel Terzo Settore si organizzino, percependosi come parte attiva della comunità professionale e come pilastro fondamentale dei nuovi servizi di Welfare, e propongano fortemente la necessità del riconoscimento specifico del loro ruolo.

Questi sono gli impegni di AltraPsicologia, a questo progetto ti invitiamo a dare supporto.

Contatta AP dal sito www.altrapsicologia.it. Per non restare per sempre i “figli piccoli”, per non rischiare di rimanere giovani per sempre….




Sull'importanza ed urgenza di scendere in piazza!

Se volessimo provare a contestualizzare con maggiore puntualità spirito e senso del nostro scendere in piazza, come comunità professionale, io credo che l’occasione che ci viene data dal decreto del MIUR (a proposito della gestione di una specialità medica che abilita, di fatto, all’esercizio delle nostre professioni) non sia altro che la punta dell’iceberg, l’ennesima prova di quanto il nostro titolo, il nostro collocamento sociale, il nostro credito e credibilità, come categoria professionale si stanno progressivamente sfaldando.

LA NOSTRA CATEGORIA E’ ALLA SVENDITA FALLIMENTARE.

Tutto gioca a favore di un probabilissimo scenario futuro nel quale la voce degli psicologi, già flebile oggi, domani sarà ancor più sommersa e schiacciata e la “medicina psicologica” sta prendendo il posto della Psicologia.
Inutile soffermarsi su tutte le ricadute “logiche” riguardanti il mercato del lavoro pubblico e privato (pensate solo a tutti i possibili Medici di base, di famiglia, anche specializzati in Psicologia Clinica), così come è inutile prendere atto di cosa questo comporterebbe a livello culturale, nella visione della salute e del rimedio al dolore psicologico.

Chi tra di noi aveva indovinato questo andazzo nulla ha potuto fare se non assistere schifato e perché politicamente impotente; chi invece lo stesso andazzo non solo lo conosceva bene, ma era investito di responsabilità istituzionali, ha fatto di tutto per tacere la verità ai suoi colleghi, in vista magari di un luminoso futuro personale.

La stessa logica che ha governato la gestione di questo ennesimo scippo, presiede, cari colleghi, alle altre innumerevoli occasioni mancate o perdute per lo sviluppo delle nostre professioni:

  • nomenclatore/tariffario non approvato (siamo privi di ogni elemento di contrattazione legale e istituzionale)
  • leggi per la psicologia ferme da anni in parlamento (Psicologia scolastica, Psicoterapia, Psicologi di base, etc.)
  • colleghi giovani del tutto indifesi, sfruttati e sottopagati nel Terzo Settore ed in genere disorientati rispetto alla formazione e alle prospettive occupazionali.
  • costante erosione da parte di professioni-civetta (counselors non laureati, coach, mediatori, motivatori, etc.), inventate dagli stessi formatori di psicologi e psicoterapeuti.
  • nessuna operativizzazione delle competenze professionali  “esclusive” previste dalla legge
  • apertura acefala e opportunistica del “mercato” della Psicologia a professioni che invece sono elettivamente “etiche”.
  • concorsi chiusi
  • non equipollenza del titolo di Psicoterapeuta ai fini concorsuali
  • la barzelletta delle lauree triennali
  • E così via (l’elenco è ancora lungo)

Allora, delle due l’una:

chi ci doveva rappresentare e tutelare è stato incapace (e raccoglie la nostra personale comprensione umana [ma è meglio che si faccia da parte]),

chi ci doveva rappresentare ha anteposto logiche personalistiche a quelle collettive.
Perché non si spiega come mai su una lista così clamorosa di svarioni non ne abbia azzeccata nemmeno una!

Scendere in piazza allora, dal nostro punto di vista, oltre a protestare per l’ennesimo scandalo perpetrato ai nostri danni, significa manifestare l’esistenza di una categoria professionale ancora viva, seppure ferita, che vuole dignità, ma non per conquistare il proprio posto al sole, ma solo per poter espletare le proprie prerogative nella società, per poter lavorare, per poter difendere il diritto alla salute psicologica dei cittadini.

Con queste motivazioni invitiamo ciascuno di voi ad essere presente (a farsi “vivo”) a Roma il 10 Dicembre, in nome della Psicologia e degli Psicologi.
Comitato Organizzatore Manifestazione degli Psicologi Italiani del 10 Dicembre 2005 – AltraPsicologia




Promuovere la professione

La cruda realtà ci racconta di un’immagine dello Psicologo che, nella società civile come nei vari contesti lavorativi, rimane spesso vaga, confusa e non definita. Questa situazione provoca di fondo due problematiche:

  1. da una parte professioni affini possono “spacciarsi” come professionisti della “cosa psicologica” andando ad operare nei nostri campi di intervento (counselor, mediatori, reflector, pedagogisti clinici, ma anche selezionatori del personale, ecc…)
  2. dall’altra l’utenza potenziale spesso si rivolge ad altre figure professionali non tanto per maggiore attinenza, quanto per maggiore informazione disponibile e status riconosciuto socialmente.

C’è anche un’altra considerazione da fare: nell’immaginario collettivo, la Psicologia è clinica e sanitaria, è “cura”, tuttavia in quest’ambito il professionista leader è il medico. Nell’ambito del “benessere”, invece la Psicologia potrebbe avere ottime opportunità di sviluppo e riconoscimento, tuttavia veniamo bruciati da professioni limitrofe non timbrate come sanitarie, non regolamentate, senza normative sulla pubblicità, E.C.M. da pagare e/o counseling on line proibito.

Questa premessa per affermare che, come Altra Psicologia, riteniamo necessario ri-posizionare la Psicologia come professione non medico/clinico/sanitaria, e badate bene, si è detto Psicologia e non Psicoterapia (spesso utilizzate come sinonimi da diversi colleghi, anche dell’Ordine…).
È necessario ri-collocare la Psicologia nell’universo del sociale, del benessere, della salute; è necessario costruirne una nuova rappresentazione distante dalla “cura/sofferenza” e capace di comunicare in modo credibile ed affidabile i vari contesti di possibile applicazione ed il relativo valore aggiunto.

Questo non significa certo abbandonare il SSN, ma solo non appiattirci tutta la professione!
Per l’ambito sanitario saranno comunque necessarie e possibili delle battaglie per ridare dignità alla figura dello Psicologo, per riaprire i Concorsi su cui l’Ordine non ha mai fatto nulla di incisivo, per definire meglio i profili di competenza dello Psicologo Clinico, ecc…
Quindi AP non intende abbandonare le possibili opportunità lavorative del settore sanitario, ma solo evitare che sulla dimensione medica, di cura/sofferenza, venga appiattita tutta la Psicologia e tutti gli psicologi.

In quest’ottica, quindi, passiamo a proporre alcune azioni che sicuramente l’Ordine – o almeno quello auspicato da Altra Psicologia – potrebbe e dovrebbe concretizzare a stretto giro per riposizionare la Psicologia in ambito sociale, di benessere e di salute:

  • innanzitutto una nuova rappresentanza professionale interna all’Ordine. Ad oggi circa il 50% dei consiglieri è di provenienza sanitaria (AUPI), quando nella sanità non lavora neppure il 10%. Il rimanente 50% è composto quasi totalmente da terapeuti. La fascia che va dai 25 ai 45 anni non è assolutamente rappresentata, mentre costituisce quasi il 60% del numero di iscritti. È invece necessario dare espressione e rappresentanza politica alla Psicologia in tutte le sue aree professionali. Una promozione efficace, difatti, può avvenire prima di tutto da una chiara visione e coscienza interna di ciò che siamo. Un’identità debole produce comunicazione interna ed esterna inefficace.
  • attivare un OSSERVATORIO sui mass-media, se possibile gestito a livello di CNOP, che abbia il compito di prendere contatti (e mantenerli) con tutti i mass-media (giornali, riviste, radio, tv) per presentare la nostra professionalità, anche attraverso l’organizzazione di seminari e convegni di informazione e sensibilizzazione diretti ai giornalisti, come da anni fa l’Ordine dei Medici. Che garantisca contenuti ed esperti affidabili da proporre ai mass-media: sempre più spesso i giornalisti utilizzano ciò che trovano su internet per scrivere articoli e ciò senza monitorare la validità della fonte, mentre un azione del genere garantirebbe una diffusione di notizie corretta ed adeguata. Che monitori i mass-media per valorizzare le comunicazioni efficaci ed intervenire nel caso in cui vi fossero comunicazioni inadeguate
  • sostegno e promozione di iniziative come quelle della “Settimana psicologica del benessere”. Questi eventi facilitano il contatto con il cliente e permettono di far conoscere in modo corretto ed efficace il ruolo dello psicologo. Questa modalità di promozione può essere proposta anche in altri contesti come quello aziendale, scolastico, sociale, ecc… In queste situazioni l’Ordine deve fornire sostegno progettuale ed organizzativo, dare visibilità e porsi anche come ente garante e certificante.
  • supportare azioni di ricerca & sviluppo della professione  Ci sono diversi ambiti emergenti della Psicologia su cui necessita sviluppare e/o consolidare la nostra “cassetta degli attrezzi”, così da equipaggiare al meglio i colleghi e poter poi essere più efficaci nel mercato lavorativo. Purtroppo la Psicologia italiana non fa ricerca (siamo oramai scomparsi anche dal CNR) e quel poco non lo pubblica, ne diffonde.
  • sviluppare rete sul territorio con enti, aziende ed organizzazioni di nostro interesse. Promuovere progetti di ricerca-intervento, così da valorizzare il nostro sapere e valore aggiunto (guardate quanto possiamo esservi utili!). Sviluppare accordi per l’attivazione di stage e tirocini (tutorati ad hoc), così da inserire un maggior numero di colleghi in contesti organizzativi. Garantire standard di qualità professionale adeguati Fornire servizi di orientamento, placement e career counseling ai colleghi, così da favorirne il collocamento.
  • stabilire rapporti di collaborazione con altri Ordini professionali. Avvocati per danno psichico, giuridica, criminologia, … Architetti per psicologia sociale ed ambientale… Ingegneri ed informatici per ergonomia, e-learning e nuove tecnologie in genere. Insomma, cominciare a far conoscere ai dirimpettai il valore aggiunto che la nostra professione può apportare in ambiti differenti.
  • sempre nell’ottica di rinnovata partecipazione dei colleghi alle questioni ordinistiche, l’Ordine potrebbe costruire un archivio con tutti i colleghi psicologi che attualmente ricoprono posizioni di rilievo in contesti non psicologici, così da poter provare a sviluppare sinergie e nuove opportunità.
  • sviluppare il rapporto con le istituzioni, ovvero fare azione politica e di lobbing, come anche organizzare eventi ad hoc per coinvolgere specifici target. Pensiamo alla scuola, al terzo settore, alle cooperative, alle aziende, ecc…

Questo ed altro ancora si può e si deve fare, a stretto giro e per il bene della professione!
Se hai riflessioni, critiche, suggerimenti o nuove idee, ti invitiamo ad inviarci il tutto alla mail redazione@altrapsicologia.it
L’idea è quella di un nuovo progetto per la professione, partecipato da tutti i colleghi, quindi ogni contributo sarà oltremodo prezioso!




Garantire la qualità: il sistema di accreditamento volontario

È assolutamente necessario innalzare gli standard qualitativi della nostra comunità professionale e monitorarli nel tempo. La proposta è quella di un sistema di accreditamento della professione che sia:

  • volontario: ciascun collega può scegliere se aderirvi o meno e la scelta avverrà in base al valore che gli può derivare dall’accreditamento (responsabilità dell’Ordine);
  • partecipato: tutta la comunità professionale deve poter partecipare allo sviluppo del sistema affinché sia espressione veritiera di tutte le realtà professionali;
  • snello: deve essere un sistema al servizio della comunità e degli utenti e non un ulteriore appesantimento documentale e burocratico come l’E.C.M.;
  • solidale: non deve gravare sulle tasche dei colleghi ed anzi deve riuscire a contenere e non escludere chi vive in condizioni di precariato lavorativo.

Il sistema di accreditamento si fonda su diversi profili di competenza professionale (PCP) che vanno a descrivere ambiti di sapere, saper fare e saper essere in particolari contesti professionali (psicologo clinico, dello sport, giuridico, del lavoro, ecc…) ed in relazione a diversi tipi di cliente (individuo, coppia, gruppo, organizzazione).

Ogni psicologo potrà quindi accreditarsi in specifici ambiti della Psicologia, dimostrando di possedere un certo PCP, e ciò anche a tutela di quei colleghi “tutto fare” che spesso vanno a causare danni all’immagine dell’intera categoria professionale.

Ciascun profilo di competenza professionale si svilupperà su tre livelli:

  1. competenze primarie: sono competenze esclusive della professione di psicologo, richieste per l’esercizio della professione e trasversali a tutti gli ambiti di intervento. Colloquio, diagnosi, analisi della domanda, ecc…
  2. competenze specialistiche: sono competenze peculiari di specifici ambiti di intervento o di specifiche fasce di clientela. E quindi psicologia clinica, dello sport, giuridica, del lavoro, ecc…
  3. competenze abilitanti: sono competenze condivise da altre professioni e forniscono strumenti e capacità per muoversi meglio in un contesto di mercato competitivo. Gestione progetti, auto-promozione, aspetti legali e fiscali, avvio attività, inglese, nuove tecnologie, ecc…

Lo sviluppo del sistema di accreditamento deve avvenire a livello di Ordine Nazionale, con la piena partecipazione di tutte le rappresentanze professionali Al CNOP, quindi, il compito di costruire i vari profili di competenza professionale (all’interno di un disegno volontario, partecipato, snello e solidale), ma anche le modalità e gli strumenti per verificare poi quanto il singolo psicologo risponde ai requisiti minimi richiesti.

Ai vari Ordini regionali, poi, il compito di gestirne il buon funzionamento e quindi:

  • di occuparsi delle varie richieste di accreditamento da parte dei colleghi,
  • di monitorare nel tempo che i colleghi mantengano gli standard di qualità previsti.

DOMANDE E RISPOSTE

Perché dovrei aderirvi se è volontario?
La scelta di aderirvi è libera e si basa sul valore ed utilità che l’accreditarsi fornisce al singolo collega. In questo senso, il sistema di accreditamento deve collegarsi ad un’efficace opera di informazione e promozione da parte dell’Ordine affinché i clienti riconoscano garanzia e qualità nello Psicologo accreditato; deve altresì legarsi ad un cambiamento culturale dell’organismo ordinistico, non più burocratico ed adempiente, ma orientato al servizio della comunità professionale
Calato in questo nuovo contesto, il fatto di accreditarsi può fornire maggiori opportunità agli Psicologi.
Quanto mi costerebbe riuscire ad accreditarmi?
Il sistema di accreditamento non prevede l’obbligo di seguire corsi, master e simili. Non è l’E.C.M. e non ci sono crediti! Il sistema di accreditamento chiede esclusivamente di mantenere determinati standard di qualità professionale e ciò potrà avvenire mediante formazione, mediante esperienze professionali, mediante esperienze di stage e tirocinio, mediante altre forme di colleganza e supervisione alla pari, come anche di auto-formazione ed altro ancora, purché significativo e documentabile.
In questo senso, con un sistema funzionante, ci sarebbe piuttosto da chiedersi: “quanto mi costerebbe professionalmente non risultare accreditato?”
Il CNOP aveva già proposto un sistema di accreditamento nazionale. In cosa differisce questo?
Il sistema di accreditamento della professione proposto dal CNOP , in 4 anni di lavoro, a nostro avviso ha diverse carenze, anche strutturali:

  • il gruppo di lavoro era costruito da 12 psicoterapeuti, un terzo dei quali di estrazione sanitaria, e ciò limita drasticamente la rappresentatività di tutte le espressioni professionali. Innanzitutto siamo Psicologi!
  • la progettazione del sistema non è stata assolutamente partecipata dalla comunità degli psicologi. Nessuno ne sapeva nulla, ed anche il convegno di chiusura di 4 anni di lavoro, tenuto a Giugno 2005 è andato praticamente deserto. L’ennesima iniziativa caduta dall’alto, senza coinvolgere la comunità.
  • la checklist sviluppata per monitorare il presunto livello di competenza professionale era decisamente clinica e non rappresentativo degli altri contesti di lavoro dello psicologo (e comunque poco efficace)

L’Ordine Lombardia ha già un elenco di esperti. In che rapporto entra con questo sistema?
Il sistema dell’OPL è un’iniziativa regionale autonoma, mentre a nostro avviso è necessario un sistema di accreditamento gestito dal CNOP e condiviso a livello nazionale.
Il sistema dell’OPL accredita anche corsi di counseling aperti a tutti legittimando la figura del counselor e svalutando quella dello psicologi, mentre a nostro avviso vanno valorizzati i percorsi che tutelano e valorizzano la professione, così come vanno filtrate le strutture che sdoganano formazione a basso costo per tutti, pur di fare business

Chi è che valuta il mio “profilo di competenza professionale” e che garanzie di trasparenza ed imparzialità ho?
Per favorire omogeneità e coerenza, è utile avere uno staff a livello nazionale, di CNOP, che gestisca valuta e monitora il livello di competenza professionale. Deve essere rappresentativo di tutte le aree professionali della Psicologia. Deve rimanere in carica per un massimo di due anni, dopodiché cambiare, così da non poter sedimentare e consolidare pratiche, abitudini e preferenze di sorta. Deve offrire massima trasparenza su tutto il processo agli iscritti.
La certezza di imparzialità non ci può essere qui, come per nessun altro organismo. Di certo il sentimento di fiducia, oggi perso a causa di un Ordine asfittico ed assolutamente incapace di ascoltare e comunicare con gli iscritti, deve essere ri-costruito a monte grazie al coinvolgimento ed alla partecipazione dei colleghi, grazie ad una comunicazione più chiara e trasparente, grazie ad una nuova cultura del servizio.
Alcuni colleghi lavorano come psicologi in modo irregolare e non sempre ci sono risorse da investire in formazione. Come fanno a farsi accreditare con poca esperienza e pochi soldi?
Come detto, il sistema di accreditamento deve essere anche solidale e quindi deve prendere in carico anche situazioni di questo tipo. In particolare, i vari Ordini Nazionale e regionali dovrebbero – nell’ottica del servizio – rendere disponibili anche opportunità formative [magari on line] e sviluppare maggiori sinergie di rete sul territorio così da sviluppare più opportunità di contatto con il lavoro.