Lo psicologo clinico nel privato: l’associazionismo come possibile soluzione ad una difficoltà nel fare rete

di Maurizio Cottone

 

La grave situazione economica in cui versa il nostro paese colpisce in misura, forse maggiore, la nostra categoria rispetto alle altre.

Sappiamo bene come vi sia un dato culturale che vede il rivolgersi allo psicologo come inseribile nelle categorie del “superfluo”; se proprio necessario si va dallo psichiatra. Già prima della crisi economica degli ultimi anni, la nostra categoria veniva vista con sospetto e solo in casi estremi si faceva ricorso allo psicologo clinico, rivolgendosi a cenacoli privilegiati gestiti da “sacerdoti”, solitamente rappresentanti locali di Istituti di specializzazione, che smistavano i pazienti ai vari adepti. Quindi oltre al dato sociale che coinvolge tutto il paese vi è, da sempre, un dato culturale specifico (un sintomo) legato alla nostra professione che ha sviluppato un sistema di lavoro privato definibile di tipo “clientelare”.

Chi scrive è uno psicologo clinico, psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, che ha vissuto dal di dentro “la casta”. Sei anni fa, grazie alla competenza e visibilità che mi ero costruito nel tempo, decisi di fondare una Associazione di Promozione Sociale. Uscii dalla gabbia dorata che mi ero costruito da solo.

Questo preambolo serve a mostrare ai giovani colleghi come anche io, psicoanalista di professione, ho vissuto sulla mia pelle la fatica e il timore della “soggettivazione”.

In questi ultimi anni, da presidente di una APS, incontrando parecchi giovani psicologi, mi sono sempre più chiesto come mai la nostra categoria sia così frammentata, individualista, passiva. La crisi economica invece che aumentare il desiderio di fare gruppo per protestare il proprio dissenso, per utilizzare spazi formativi di volontariato al fine di promuoversi e promuovere la categoria, aumenta il fenomeno di dipendenza, scoramento e anomia. Evidentemente ci troviamo di fronte ad un paradosso: lo psicologo clinico che spende molti anni e soldi per formarsi, al fine di aiutare la soggettivazione dei pazienti, si trova in una difficoltà “strutturale” a soggettivarsi come professionista emancipato e autonomo.

Appaiono convergere i dati sopra esposti che cercherò sinteticamente di elencare:

-un dato umano: la clinica ci insegna come sia difficile per ogni essere umano passare dalla ambivalente dipendenza nei confronti delle figure genitoriali idealizzate dell’infanzia ad uno stato psicologico maturo, autodeterminato e di spontaneo confronto con l’altro.

-un dato sociale: la crisi attuale incide pesantemente sullo scoramento dei giovani professionisti di tutte le categorie professionali.

-un dato culturale: la psicologia clinica continua ad essere considerata la cenerentola delle professioni mediche. Forse è per questo che varie categorie “new age” dell’ultima ora si arrogano il diritto di fare consulenze psicologiche.

-un sintomo: la psicologia clinica nasce con Freud, un medico ebreo considerato eretico, che fondò una corporazione costituita da membri da lui stesso analizzati. E’ comprensibile il desiderio inconscio di mantenere in uno stato di dipendenza affettiva i propri allievi costruendo un gruppo chiuso e difeso. Una casta.

Arnaldo Novelletto, psicoanalista di fama internazionale e fondatore della scuola ARPAd in cui mi sono formato così ha affrontato la questione “soggettivazione” dal punto di vista psico-sociale, in uno dei suoi ultimi scritti (“L’Adolescente”, Astrolabio, 2009): “Oggi non si può nemmeno parlare di stato adulto, perché il funzionamento psichico adulto non è più riconducibile a un’età, a una situazione o a una funzione, ma varia da caso a caso e da un ambiente all’altro. La paura odierna di affrontare il passaggio trasformativo dell’Io, da un assetto più controllato e nevrotico a uno più liberale e creativo, con il rischio di sentirsi alla deriva verso la frammentazione e disorganizzazione del Sé è la stessa ormai che vivono sia i giovani che gli adulti. Questa affinità di funzionamento tra giovane e adulto ci consente di comprendere meglio anche l’impatto difensivo intergenerazionale, che può verificarsi tra genitori e figli, in modo tale da produrre una post-adolescenza prolungata e un ingresso stentato dei figli nello stato adulto. Certi giovani, giunti al limite cronologico dell’adolescente tradizionalmente ritenuto normale, non riescono a superare la paura di frammentazione del Sé se non con difese di passività e di rinvio”.

Un disagio questo che attualmente investe anche la nostra categoria e che è importante cogliere, poiché vi sono giovani colleghi che lentamente perdono la speranza di trovare aiuto nel “fare rete”, e segretamente abdicano nei confronti della propria soggettivazione personale e professionale, sommersi da un crescente senso di impotenza e disfatta. Sul territorio riminese, l’associazione di volontariato a cui appartengo, offre l’opportunità a tutti gli psicologi e ad altre figure professionali di condividere le proprie aspirazioni, idee e progetti. Sono presenti multi professionalità che si confrontano e si compenetrano per essere sinergiche e propositive nella comunità locale. Le aree di intervento sono molteplici. Il primo ambito di intervento è prettamente clinico. L’Associazione, grazie alla collaborazione con l’Assessorato ai servizi Educativi del Comune, ha realizzato un progetto rivolto agli adolescenti e ai giovani adulti in difficoltà. Attraverso questo progetto è stato possibile offrire gratuitamente uno “spazio di parola e ascolto” per prevenire e/o affrontare il disagio psichico dei giovani riminesi. Il progetto si articola in diverse attività finalizzate ad entrare in contatto con gli adolescenti e i loro famigliari, attraverso la realizzazione di conferenze, incontri tematici e cineforum. Il secondo ambito è forense: è stato messo a punto un corso di psicologia forense minorile rivolto ai soci, oltre che agli psicologi, medici, avvocati e assistenti sociali. L’iniziativa ha come particolare obiettivo quello di far integrare le nostre competenze con quelle degli avvocati, per far conoscere ed integrare i due ambiti, in quanto riteniamo debbano concentrarsi su obiettivi comuni. Vi è una terza area rivolta ai migranti in cui sono impegnati psicologi, antropologi e mediatori culturali. Infine vi è il proseguimento di un importante progetto di ricerca, che ha come finalità principale verificare l’efficacia di uno sportello di ascolto rivolto ai giovani che si rivolgono al Pronto Soccorso per incidenti stradali, allo scopo di prevenire le recidive di incidenti, come emerge dalla letteratura in materia. Come la mia associazione ve ne sono tantissime altre, sui vari territori italiani, che funzionano ottimamente nel “fare rete” e permettono ai giovani colleghi di conoscersi e farsi conoscere attraverso il servizio di volontariato. Questa visione di rete e collaborazione fra diverse figure professionali è ciò che vorrei portare anche nel mio impegno in Altra Psicologia, da sempre orientata al “fare rete” e comunità fra i colleghi. Un’idea che, se gestita all’interno di un Ordine, potrebbe aiutare a ridurre il senso di isolamento ed impotenza dei colleghi nel loro lavoro quotidiano.