Lo psicologo in ospedale: perché?

di Daniela Rossetti

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute: “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”. Nella realtà italiana la presa in carico psicologica, a cui compete la componente “mentale” della salute, viene spesso posta in secondo piano nelle strutture ospedaliere come emerge dall’articolo scritto da Paolo Bozzaro “La Psicologia Ospedaliera” che evidenzia che su un totale di 5.638 psicologi nel SSN solo 942 lavorano in ospedale e in pochi lavorano a tempo pieno nei presidi ospedalieri.

Ma il dolore che spesso accompagna la condizione di malattia non è solo la sensazione di sofferenza fisica, ma anche la sensazione di sofferenza morale, è afflizione d’animo; dispiacere e affanno. Non sempre può essere curato dai farmaci, ad esempio quando si parla di dolore neuropatico o psicologico. Questi esempi di dolore si ritrovano molto spesso all’interno degli ospedali eppure non altrettanto spesso si può notare un intervento attivo e continuativo oltre che globale di presa in carico da parte degli psicologi nonostante molti studi mostrino come la farmacoterapia unita ad una terapia psicologica aumenti la possibilità di compliance.

 

Lo psicologo ospedaliero non ha solo l’importante funzione di supportare le persone che hanno necessità di rimanere, per periodi più o meno lunghi, all’interno della struttura ospedaliera; ma ha anche quella fondamentale di sostenere gli operatori stessi, di mediare il rapporto tra operatori e pazienti oltre che tra operatori e famigliari, fondamentale in situazioni di emergenza come ad esempio all’interno di un Pronto Soccorso. Ciò che facilita nelle relazioni di aiuto è la costruzione di un ambiente che faccia le funzioni di “holding”, come diceva Winnicott, cioè di uno spazio fisico e psichico che abbia la capacità di contenimento dell’espressione dei vissuti e delle angosce delle persone.

Sappiamo che luoghi come gli ospedali sono strutture dove il contagio della sofferenza è evidente, quindi l’intervento dello psicologo è fondamentale anche a livello di consulenza diretta all’operatore. Le finalità dell’intervento psicologico con gli operatori sono rivolte a individuare elementi che producono disagio e a definire strategie congrue per relazionarsi con famigliari e pazienti; inoltre, lo psicologo in ospedale facilita l’individuazione di eventuali problematiche ricorrenti, che possano meritare la progettazione di azioni aziendali di carattere preventivo o di contenimento rispetto al rischio di burn out o stress da lavoro correlato.

 

Lo psicologo che lavora in un ospedale si pone come obiettivo quello di migliorare la qualità globale del processo di cura, assistenza e riabilitazione, lavorando sulle rappresentazione e sulle risonanze emotive sviluppate da malati, operatori e famigliari. L’ospedale può “contenere” e “amplificare” (“La Psicologia Ospedaliera” Paolo Bozzaro) tali risonanze ed è indispensabile una figura che sia in grado di riconoscere gli aspetti psicologici che potrebbero oltre che rallentare il processo di guarigione anche interferire nel lavoro medico.

 

Alcune indagini mostrano come lo stress psicologico aumenti del 40% il tempo di guarigione delle ferite chirurgiche (Marucha et al 1998; Bosch et al. 2007; Gouin et al. 2007); altre evidenziano la possibilità di ridurre i costi sanitari che certe malattie comportano e di conseguenza produrre risparmi per le persone e per il Sistema Sanitario (l’indagine svolta da Melek e Norris nel 2008 sui dati di 9 milioni di cittadini USA mostra come “la presenza di un problema psicologico aumenti i costi, a seconda dei casi, tra il 33% e il 169%”).

 

Se consideriamo gli importanti interventi che lo psicologo può svolgere all’interno dell’ospedale non si può pensare che le conoscenze e le abilità necessarie si acquisiscano solo nella pratica, ma sarebbe necessario prevedere un’adeguata formazione da parte dell’Ordine, oltre che dalle Università. Rispetto a questo AltraPsicologia, nel suo intento di promuovere un miglioramento delle condizioni degli Psicologi iscritti all’Ordine e della Psicologia in generale, si propone di pianificare iniziative volte alla promozione della professione anche e specialmente in queste aree che, proprio perché solitamente meno considerate e spesso osteggiate dalle altre professionalità sanitarie, richiedono di essere maggiormente salvaguardate.

 

Negli ultimi anni si parla molto di “umanizzazione” e di “personalizzazione” delle cure e di mettere “la persona al centro”; questo approccio non può prescindere dall’attenzione alla componente psicologica delle persone, quindi dalla necessità di figure professionali come quella dello psicologo all’interno delle strutture ospedaliere che primariamente si occupano della cura delle persone.