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L’etica è una parte della politica – lo ricorda Aristotele nell’Etica Nicomachea – perché la politica è lo spazio pubblico in cui si manifesta l’azione umana. Un principio che, oggi, nella politica, sembra sempre più dimenticato. Come scrive Bernardo Mattarella, professore ordinario di Diritto amministrativo e autore del volume Le regole dell’onestà. Etica, politica, amministrazione (Il Mulino, 2007), la qualità etica dell’azione politica si misura nella capacità di esercitare il potere come servizio, non come rendita personale.
Esercitare la rappresentanza professionale significa dunque custodire valori, proteggere il pluralismo, promuovere la partecipazione. Eppure, nella nostra politica professionale regionale, l’autoreferenzialità ha preso il posto della responsabilità, e la rappresentanza si è ridotta a una vetrina personale.
Attorno a questi narcisistici personalismi si moltiplicano silenzi imbarazzanti, alzate di mano su comando e assenza di critica. È il sintomo di una professione che ha smarrito – o forse mai costruito – un autentico senso della rappresentanza. Un sistema che dovrebbe fondarsi su valori condivisi e visioni a lungo termine si sta trasformando in una sommatoria di interessi personali e piccoli ricatti relazionali.
L’episodio recente al Consiglio dell’Ordine della Lombardia è emblematico: la nomina dell’Osservatorio Pari Opportunità e Generi, per la prima volta senza alcuna presenza della minoranza consiliare. In particolare, l’esclusione della Dott.ssa Gabriella Scaduto, per la seconda volta consecutiva, evidenzia una scelta sistematica contro la sua figura politica, non un giudizio sulle sue competenze. Professionista con esperienze internazionali per UNICEF, fondatrice di associazioni sui diritti, già Segretaria dell’Ordine e tra le voci più autorevoli sui diritti umani e le pari opportunità. Una scelta deliberata, giustificata come “scelta politica”, che svela una logica che sa poco di etica: spartizione al posto della rappresentanza.
Mentre si proclama pubblicamente l’intenzione di contrastare le disuguaglianze, nei fatti si pratica l’esclusione. Si creano gruppi di lavoro con nomi altisonanti, ma nella sostanza servono solo a ricambiare appoggi e distribuire oboli.
Non c’è più investimento personale. Non c’è più fatica. Non c’è più desiderio. Tutto si riduce ad apparenza e narcisismo. I comunicati sono scritti con l’intelligenza artificiale – riconoscibili a occhio nudo – impersonali e senz’anima. Frasi ben composte, ma vuote di passione reale. È il trionfo del copia-incolla e della presenza formale, della gestione come mantenimento dello status.
La verità è che è più comodo compiacere che dissentire. Più rassicurante uniformarsi che interrogarsi. Ma questo tradisce la nostra professione, che è chiamata a leggere la complessità, abitare le differenze, costruire dialogo nella conflittualità.
Servono dubbi, domande, dissenso motivato. Serve il coraggio, anche quando costa.
Qualcuno mi dice: “Tifo per te”. Grazie, ma io tifo per la professione. E spero sempre nel risveglio delle coscienze.
In Lombardia come nel resto delle regioni.
Nel frattempo, i colleghi devono affrontare scadenze ECM, incombenze fiscali, normative sempre più invadenti. L’inizio dell’attività professionale è spesso un percorso a ostacoli, lontano dalla realtà concreta del lavoro psicologico. E la politica professionale? Lontana anch’essa. E non bastano più le serate vetrina, né i gruppi di lavoro.
Manca una visione. Manca un sogno. Manca un progetto.
Il vero pericolo non è l’etica dei principi, ma il narcisismo del presente e la perdita dei sogni.
Di mio continuerò a fare la mia parte, senza smettere di sognare e di credere che l’etica non debba fermarsi sulla soglia della politica.
