Una storia dal festival della cultura (altra)psicolgogica

Scrivo mossa dal desiderio di condividere un evento che ho potuto realizzare con una collega grazie al Festival della Cultura Psicologica 2013 e in linea con le attività dell’ordine di questi ultimi anni di avvicinare la nostra professione alla gente attraverso una psicologia sostenibile e numerose iniziative volte a cogliere i bisogni della popolazione e a trovare nuove strade in cui operare.

Sabato 26 ottobre a Desio (MB) ho co-condotto il laboratorio di alfabetizzazione emozionale “Giochiamo con le emozioni” con bambini di  5-7 e 8-11 anni.

Il laboratorio ha avuto luogo nella sala dell’oratorio del paese, abbiamo dovuto improvvisare alcuni aspetti logistici, dal momento che pochi giorni prima dell’evento la location che doveva ospitarci si è tirata indietro.

Non mi dilungo in aspetti clinici emersi, pur molto interessanti, perché ciò che desidero sottolineare e che più mi ha colpito è la risposta avuta dai partecipanti. Mamme e bambini hanno colto e sentito l’importanza del fatto che a condurre ci fossero psicologi e non altre figure professionali.

Abbiamo parlato di quante emozioni siano vive in pensieri speciali come quelli che danno vita a sogni e speranze: abbiamo letto una fiaba, condiviso pensieri, riflessioni, drammatizzazioni… i bambini hanno costruito il loro sacchetto dei sogni e le madri hanno ascoltato, sentito e chiesto informazioni molto diverse tra loro su diverse problematiche…scoprivano in quanti ambiti uno psicologo può essere utile; hanno parlato e chiesto di scuola, dsa, sport, bullismo, difficoltà relazionali, dell’impegno e della fatica di essere genitori…tutti ambiti in cui voi che leggete potete di certo trovare stimoli. Quindi…perché non coglierli, perché avere paura di andargli incontro e lasciare che siano altre figure professionali a cogliere queste possibilità e potenzialità lavorative? Non abbiamo fatto loro domande, le domande sono partite dalle mamme perché si sono sentite accolte in modo semplice e professionale.

Questo spazio di accoglienza e vicinanza è quello in cui sono nate quelle domande, è quello in cui noi psicologi possiamo far nascere il nuovo: possiamo creare nuovi spazi di condivisione, di incontro tra noi e i pazienti. Spazi in cui senza paura possiamo essere vicini alla popolazione e portare, condividendole, le nostre professionalità specifiche. Non so se questi genitori sarebbero di loro iniziativa andati in studio da uno psicologo per fargli queste domande…forse grazie alle risposte che hanno avuto se mai avranno un bisogno, andranno da uno psicologo e non da altre figure professionali a chiedere sostegno. Non sono una folle sognatrice, ho parlato con venti mamme e non con tutto il mondo e ho dato solo un piccolo contributo alla nostra professione, ma ho tanta speranza e fiducia che le cose possano cambiare e che molto ancora possa essere fatto per noi psicologi se ognuno  da il suo contributo. Credo nel setting, nella relazione, nella mia formazione analitica, nel mio studio in cui accolgo gruppi o singoli pazienti e, credo, nel poter essere psicologa in una sala di oratorio un pomeriggio all’interno di un festival, portando anche lì le mie competenze in un modo, forse diverso sì, ma sempre mio e sempre segnato dalla serietà e professionalità che il mio/nostro codice deontologico richiede.