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5 Agosto 2024Luca, 16 anni, è un ragazzo dalla corporatura esile e nervosa. Mi guarda con sospetto dietro degli spessi occhiali da vista. Negli ultimi due anni è imputato per nove reati, tra cui il danneggiamento del comando dei carabinieri, un’aggressione a un pubblico ufficiale, la partecipazione a una grave aggressione a colpi di machete e una sequenza di reati di rapine, violenze, minacce e danneggiamenti, spesso con testimoni e vittime che lo hanno chiaramente indicato come autore di quei fatti. Durante quegli episodi, nei verbali di polizia, vengono riferite delle sue frasi ricorrenti: “perché mi guardi?”; “Perché mi stai fissando?”; “Ma tu ce l’hai con me…?”, “Che cazzo vuoi da me…?”; “Che cazzo guardi”.
Il mio compito, come psicologo incaricato dal Tribunale Penale Minorenni, è periziare Luca e stabilire la sua capacità di intendere e volere al momento dei reati e il suo grado di pericolosità sociale. Un compito che richiede l’esecuzione di uno degli atti tipici degli psicologi, descritto dall’articolo uno della nostra legge istitutiva: la diagnosi.
Luca prova una rabbia profonda, non si fida più di nessuno. Dice che il giudice “non pensa nella sua testa ‘ho fatto lo sbaglio di averlo chiuso per quasi un anno di domiciliari, ed è innocente’. Non si fa questa domanda il giudice? Perché io in verità sarei innocente, lo sai? Non ho fatto niente, punto e stop. Vogliono avere loro l’ultima parola, vogliono avere ragione, ma io mi sono stufato…”.
Grida, Luca, è molto arrabbiato e non sta fingendo affatto di dichiararsi innocente: ne è convinto. Luca è un’anima bella hegeliana, il suo è un postulato di innocenza. Non ha fatto nulla. È il mondo ad essere sbagliato, è il mondo che gli presenta sempre il suo volto arcigno e crudele, un mondo che lo perseguita. Costruisce una sua personalissima cosmologia, lasciando intatta la sua posizione: è il Karma, un karma negativo, è l’anima dell’universo ritorta contro di lui.
Vittorio Lingiardi, rispetto al tema della diagnosi, dice che lo psicologo “potrebbe rilevare che un paziente che cerca in tutti modi di non essere consapevole della propria aggressività, al posto di riconoscerle in se stesso, la vede negli altri; potrebbe anche notare che questo paziente applicando la propria ostilità ovunque posi lo sguardo, è portato a considerare il mondo come un luogo ostile e minaccioso, e da qui la propria diffidenza e sospettosità, con paura, rabbia, vergogna e disprezzo come affetti principali. Lo psichiatra, fedele all’orientamento descrittivo, direbbe invece che il soggetto soddisfa i criteri diagnostici per il disturbo paranoide di personalità”.
Quella in comune tra psicologi e medici è la stessa diagnosi del funzionamento psichico. Sono anche gli stessi strumenti, il DSM, l’ICD, il PDM.
Sul punto, ancora oggi, c’è conflitto.
Scrive Franco del Corno che “il rapporto spesso conflittuale tra diagnosi psichiatrica e diagnosi psicologica è semplicemente uno dei capitoli del rapporto, anch’esso spesso conflittuale, fra gli interessi corporativi degli psichiatri e degli psicologi”.
Sfortunatamente, la vicenda è ancora attuale, attualissima.
Nell’agosto scorso un decreto ministeriale, il D.M. 109, ha messo nero su bianco ciò che molti psicologi giuridici e forensi abitualmente fanno, ovvero le valutazioni sulla capacità di intendere e volere di un autore di reati come Luca, la pericolosità sociale e le valutazioni di un danno subìto quando questo è di natura psichica.
Qualcuno ingenuamente potrebbe pensare, dall’una o dall’altra parte, che una delle lenti di osservazione dei fenomeni, quella medica o quella psicologica, sia migliore dell’altra e coltivare segretamente il sogno narcisistico e un po ‘ ingenuo della propria superiorità. Pochi possono dirsi innocenti rispetto a questo peccato. Personalmente ritengo, a freddo, che si tratti di un’ingenuità d’antan, vecchia per definizione. Nella migliore delle ipotesi, roba da boomers.
Sta di fatto che il povero allegato al DM 109 non dice nulla di nuovo, se non per il fatto che nessuno lo aveva mai scritto, che gli psicologi possono fare diagnosi anche in ambito giuridico. Certo viene fatto, nei tribunali di tutta Italia, chi scrive non è certo un caso isolato; ci sono psicologi che si formano per questo, psicologi che svolgono ricerca sul tema criminologico, e manuali a non finire, scritti e letti da psicologi.
Eppure i medici, ancora oggi, scelgono di arroccarsi e di impegnarsi per cercare di riprendersi sul campo giurisprudenziale una prerogativa diagnostica esclusiva che non hanno più da almeno trentacinque anni, per decisione del legislatore.
E infatti i medici, di fronte al decreto ministeriale 109 tirano fuori tutte le unghie possibili, per cercare di levare il giocattolo della diagnosi agli psicologi.
Come a dire, gli psicologi la diagnosi la possono fare, ma fino a un certo punto, perché quando il gioco si fa duro, quando si tratta di crimini o di quantificare un danno psichico, ci vuole una persona seria: un medico.
Straordinariamente, e con mio personale assoluto sgomento e non senza un certo timore che mi portino via dalle mani Luca, il giovane periziando paranoico di cui sopra, il ricorso viene accolto e il decreto ministeriale 109 viene annullato.
Non è una tragedia, ma un peccato, l’inutile miope rallentamento di un percorso culturale in corso da decenni.
Nessuno è in grado di capire come e perché, ma anche il nostro Consiglio Nazionale reagisce a questa notizia come a un problemino di settore, in fondo con la bella indifferenza delle isteriche freudiane, quasi che gli stessi nostri rappresentanti considerassero, loro per primi, gli psicologi come figli di un Dio minore. Eppure, la faccenda della prerogativa diagnostica è tutt’altro che banale.
Il Tar del Lazio scrive che il decreto ministeriale 109 viene annullato perché “rischia di attribuire la valutazione della capacità di intendere e volere, l’ammissione a istituti di previdenza o la predica e valutazione del danno non patrimoniale come competenze esclusive degli psicologi”.
Non nega quindi, il giudice, “che l’accertamento di talune condizioni fisiche e mentali del soggetto possano richiedere una concorrenza, in ragione di un rapporto di complementarietà delle sfere di competenza, di diverse professioni sanitarie”, cioè che la diagnosi sia anche roba da psicologi, ma boccia il decreto ministeriale 109 per “il rischio di preclusione di nomina di Ctu dei soggetti appartenenti alla categoria medicina e chirurgia”.
La psicologia ha quindi vinto, o perso
Sicuramente abbiamo perso un’occasione sul piano culturale.
Il piano concreto rimane demandato a una “definizione dei settori di specializzazione delle categorie professionali”, ovvero a un futuro piuttosto fosco e invero anche noioso, in cui nuovamente i medici e gli psicologi si troveranno a discutere nell’arena della lotta nel fango di una battaglia corporativa per tirare la fune di prerogative che esclusive non sono da quasi mezzo secolo e che, qualora lo fossero, costituirebbero una perdita netta di saperi e competenze per entrambe le professioni.
In tutto questo spicca la sottovalutazione del ruolo culturale e sociale di una simile battaglia, di cui poco e nulla noi semplici psicologi abbiamo saputo, da parte dei nostri organi di rappresentanza, che stanno lì a guardare e si felicitano preparandosi al pranzo a buffet in sede CNOP, mentre la prerogativa della diagnosi, conquistata da generazioni di psicologi viene messa di nuovo alla gogna.
Intanto, per fortuna, altre due perizie sulla capacità di intendere e volere mi arrivano via PEC un tentato omicidio e una violenza sessuale. Si vedrà.

