
Psicologia e salute mentale territoriale: un’occasione da rafforzare
25 Luglio 2025
Piano per la Salute mentale o per il controllo sociale?
25 Luglio 2025Negli ultimi giorni è stato presentato il nuovo Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM), un documento atteso, che poteva rappresentare un’importante svolta per il sistema di cure psicologiche in Italia. Invece, il Piano si rivela una commedia amara a spese della salute mentale, con limiti profondi sul piano strategico e una scarsissima lettura delle reali esigenze della collettività.
Lontani da un vero cambio di paradigma
Il Piano nasce in un momento storico che avrebbe richiesto un profondo ripensamento del modello di intervento: serve un cambio di paradigma, che metta la prevenzione e la promozione della salute mentale al centro della politica sanitaria, non come corollario, ma come asse strategico.
Oggi l’Italia destina solo il 6,2% del PIL alla sanità pubblica (contro il 10,1% della Germania e l’11,6% della Francia) e appena il 2% di questa spesa viene investito in prevenzione. Abbiamo bisogno di cambiare marcia!
Eppure, sfogliando le pagine del PANSM, si percepisce chiaramente quanto siamo ancora ancorati a un impianto reattivo, centrato sull’emergenza, sulla cura della cronicità e sulla specializzazione.
Manca una visione sistemica che affronti il disagio prima che diventi patologia, che investa sulla salute nei contesti di vita: la scuola, il lavoro, le famiglie, le comunità. Manca una cultura della prevenzione reale, organizzata, strutturata. La logica dell’intervento, per quanto ben intenzionata, si limita ancora al “dopo” e non affronta le condizioni che generano sofferenza.
Lo psicologo che emerge nel PANSM è una professionista accessorio, subordinato e non strutturalmente protagonista. E’ uno “psicologo di primo livello”, un testista che svolge funzioni di consultazione all’interno di Case della Comunità, degli Ambiti Territoriali Sociali e degli studi dei MMG.
Un Piano che spoglia lo psicologo di tutte le qualità caratterizzanti come la capacità di leggere e analizzare il contesto bio-psico-sociale, la costruzione di reti di prossimità e cura, l’attitudine a promuovere benessere e salute mentale in chiave preventiva, l’approccio sistemico e relazionale ai bisogni collettivi, la mediazione tra bisogni e possibilità, l’empowerment comunitario, l’integrazione con gli altri professionisti del sociale e della salute, la visione ecologica e trasformativa delle fragilità sociali.
E invece, il nulla. Tanto valeva dire che non serviamo.
Una critica accesa è arrivata anche da Ilenia Malavasi (PD), che ha definito il Piano “un’occasione persa” per la salute mentale di prossimità. Secondo la deputata, l’assenza dello psicologo di base è un passo indietro rispetto al lavoro svolto in molte regioni e alla proposta di legge condivisa da più forze politiche. Malavasi parla di una “clinicizzazione dello psicologo di base”, privato della sua funzione preventiva e confinato in strutture ospedaliere, invece che nei luoghi della vita (fonte: Quotidiano Sanità).
Una visione ancora ospedalocentrica (o psichiatrocentrica)
Per me, il nodo della questione è questo: chi ha scritto il PANSM non aveva in mente la professione dello psicologo, acuendo ulteriormente la distanza profonda tra l’orizzonte della psicologia e l’impianto psichiatrico.
Da un lato, si intravede la possibilità di una psicologia “territoriale, accessibile, relazionale e preventiva”. Dall’altro, si mantiene un controllo fortemente medicalizzato delle politiche di salute mentale, con lo psicologo ancora subalterno a strutture psichiatriche o confuso con altre figure professionali.
Ma in fondo, se il Tavolo Tecnico che ha redatto il documento è costituito da nove psichiatri, una neuropsichiatra infantile e uno psicologo, non potevamo aspettarci altro di una logica psichiatrico-dipartimentale che pervade gran parte delle proposte.
Quello che il Piano sembra ignorare, dunque, è l’enorme potenziale trasformativo della psicologia se messa davvero al servizio delle comunità. Invece di valorizzare il contributo specifico dello psicologo nei percorsi di promozione della salute, prevenzione del disagio e sostegno ai contesti di vita — come lo psicologo scolastico, penitenziario, sociale o di comunità — si sceglie di relegarlo a un ruolo marginale e tecnico.
E no, noi non siamo (solo) dei tecnici. Non interveniamo solo per fare diagnosi o trattare i disturbi. Noi possiamo essere ponte tra i bisogni emergenti e la rete dei servizi, possiamo leggere i contesti, sostenere le transizioni di vita, favorire l’inclusione e costruire legami di comunità.
Conclusione: una sfida da raccogliere
Il vero salto di qualità si realizzerà quando saremo capaci di superare la visione riparativa e costruire politiche di promozione del benessere.
E lo faremo quando il Piano Nazionale per la Salute Mentale sarà scritto a 4 mani da psichiatri e psicologi, anzi a più mani coinvolgendo anche il sociale e l’educativo.
Ma per ora, c’è il nulla (nonostante qualcuno gioisca).

