
Piano Nazionale per la Salute Mentale: “grazie per il nulla!”
25 Luglio 2025
La voce della psicologia nel Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025–2030
31 Luglio 2025Leggo con un certo sconcerto alcuni passaggi del nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale, cogliendo a tratti un’attitudine reazionaria che proverò a rappresentare in questo articolo.
LA COMMISTIONE FRA SALUTE, GIUSTIZIA E CONTROLLO SOCIALE.
Quando è nato il Servizio Sanitario Nazionale, lo scopo era chiarissimo: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività mediante il servizio sanitario nazionale. La tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana.” (art. 1 L. 833/1978)
Nel tempo, questo scopo chiarissimo – la salute – si è progressivamente inquinato perché sono sempre più aumentate le richieste di informazioni o prestazioni con finalità forense o di giustizia.
Consultori familiari, SerD, Centri di Salute Mentale sono saturi di richieste da parte di tribunali e forze dell’ordine, che spesso riguardano pazienti in carico verso cui si ha il vincolo del segreto.
Sono stati infiltrati nei Servizi Sanitari interessi che non gli sono propri: giustizia e controllo sociale.
Interessi legittimi per uno Stato, nessuno lo nega. Ma che devono afferire ad altri poteri, affinché si mantenga quell’equilibrio di pesi e contrappesi che garantisce che i diritti dei cittadini vengano rispettati.
FRA GIUSTIZIA E TUTELA DELLA SALUTE DEGLI ASSISTITI
La parola “forense” nel Piano ricorre 32 volte (la parola “psicologico” solo 22, per dire).
In ogni servizio territoriale, il Piano per la Salute prevede che si costituiscano delle specie di nuclei investigativi forensi con il compito di riscontrare alle richieste dei tribunali.
Non una parola viene spesa sul complesso problema di integrare le esigenze di tutela dei nostri assistiti e dei loro percorsi di cura e la tutela del segreto professionale, con informazioni e valutazioni che dovremmo fornire su di loro per finalità giudiziarie che nulla hanno a che vedere con la loro salute.
Nulla viene detto rispetto all’interferenza che le pressioni del potere giudiziario verso i sanitari, per indurli a comportamenti di delazione, possono avere sui percorsi di cura e in generale sulla possibilità di affidamento fiduciario dei cittadini.
Se i cittadini iniziano ad immaginare che le loro abitudini tossicologiche, sessuali, comportamentali, quelle per cui chiedono al servizio sanitario una cura, potrebbero un giorno essere da questi comunicate ad un giudice e produrre effetti (carcerazioni, allontanamento di figli, etc), e che per queste delazioni il servizio di cura si è addirittura dotato di un ufficio dedicato, quale fiducia potranno nutrire in noi che lavoriamo nei Servizi?
Non voglio esagerare nel consigliare a tutti una visita al Museo della Sorveglianza Segreta di Tirana.
CARCERE E SALUTE: MA CHI CI CREDE?
Di controllo sociale, e di potenziale discriminazione, è connotata anche la parte del Piano relativa al carcere.
Il Piano per la Salute conferma ancora una volta la soluzione più iatrogena e meno garantista: mantenere (e aumentare) all’interno del carcere le ATSM, che in una mia libera e volgare traduzione, sono piccoli reparti psichiatrici ove gestire acuzie e cronicità di minore gravità, senza dover ricoverare il malato nel luogo dove dovrebbe stare chi è malato: l’ospedale.
Presidi di questo tipo, seppure possono apparire un modo per migliorare l’offerta di cura ai detenuti, in realtà espongono al rischio concreto di abusi, discriminazione, inappropriatezza delle cure. Un ulteriore passo verso la violazione dei diritti umani e civili dei pazienti detenuti di cui non si ha certo bisogno.
Un passaggio è persino bizzarro: “Tali strutture, destinate a soggetti detenuti e non internati, possono migliorare l’assistenza in carcere e limitare il ricorso alla incompatibilità con il contesto carcerario offrendo cure appropriate in un setting intramurario.”
Ora, è già assurdo parlare di appropriatezza delle cure in un carcere (è come parlare di appropriatezza chirurgica in un cantiere edile), ma qui si va oltre.
È il fine a stupire: “per limitare il ricorso alla incompatibilità con il contesto carcerario”.
Obiettivo di questo illuminato piano sarebbe, cioè, aiutare ad evitare il più possibile che la gente esca dal carcere, anche quando le condizioni di salute lo consiglierebbero.
Per tutto il resto del documento si insiste sull’importanza degli stili di vita per la salute mentale. Evidentemente questo non vale per i detenuti, pazienti di serie B che meritano di stare in un ambiente iatrogeno perfino se malati.
Se consideriamo che poi spesso è proprio lo spazio della prigione a determinare la malattia, avremo composto il poker: rinchiudere persone sane o malate in un posto che ammala, e quando si aggravano curarle all’interno, per evitare che escano.
Gli vogliamo proprio tutto il male possibile che lo Stato gli possa fare.
DISTINGUO
Interessanti sono alcuni passaggi in cui si cerca di identificare di cosa ci si occupa, con questo Piano per la Salute Mentale, qual è l’oggetto dei servizi di salute mentale.
E anche qui partirei dal capitolo sul carcere, che è specchio della civiltà del Paese.
“In merito allo specifico intervento psichiatrico in carcere, è importante distinguere la malattia mentale con il disagio psicologico e sociale, quest’ultimo infatti va affrontato con altri interventi, ambientali, relazionali, sociali e trattamentali.”
Si intende dunque che questo Piano per la Salute Mentale non si occuperà di tutta la salute mentale in carcere: del disagio psicologico e sociale si occuperanno altri (chi?).
Filtra qui una visione riduzionista della salute mentale, ridotta ad apparato ortopedico per organi malati. Una patologia dell’organo, priva di legami con i fattori relazionali, ambientali, sociali.
Un cervello staccato dal corpo e dal mondo, il mito di una medicina tecnica, che rinuncia ad ogni dimensione umanistica.
Una posizione che peraltro, ancora una volta, riguarda solo il detenuto, ridotto ormai a cervello incarcerato, perché per tutto il resto del documento ci si spertica a ricordare quanto l’OMS ci tenga alla salute mentale come costrutto bio-psico-sociale.
IL RESTO DEL PIANO
A pagina 57:
“Elemento portante dell’impianto organizzativo è la costituzione nei Dipartimenti di salute Mentale delle Unità di Psichiatria Forense, mediante la formazione di equipe forensi, deputate a sostenere l’attività territoriale nella gestione di quei soggetti che necessitano di competenze di diversa natura: psichiatriche e giuridiche.”
Cioè: elemento portante. Non: ‘il governo ci costringe a vestire i panni della polizia psichiatrica, ci tocca, facciamo quel che si può cercando di conservare il nostro compito di salute’. Ma: ‘Il nostro nuovo core business è fare da supporto tecnico al sistema giudiziario’.
E per realizzare questo portento:
“Si ritiene opportuna la presenza di uno psichiatra con esperienza documentata in ambito forense, di uno psicologo in grado di poter valutare e organizzare valutazioni di tipo testologico che diviene cruciale per un inquadramento ottimale del soggetto autore di reato.”
Cioè: lo psicologo è quello che fa i test. Neanche mia zia ottantenne ha un concetto così ammuffito dello psicologo.
Il resto è storia: lo psicologo di primo livello che non si capisce da dove esca fuori, facendo un falò di tutte le esperienze regionali di psicologia di base che si potrebbero recuperare.
E l’unificazione dei Dipartimenti Dipendenze sotto la bandiera dei Dipartimenti Salute Mentale, gettando al vento una tradizione quarantennale di cura delle dipendenze per qualche primariato.
CONCLUSIONI
Un Piano per la Salute che onestamente trovo povero, culturalmente ed eticamente. Come cittadino e come sanitario mi aspetto di meglio da un piano che dovrebbe identificare i driver per la salute mentale dei prossimi cinque anni.
La causa è forse anche della scelta degli estensori, troppo polarizzata.
Il Piano, redatto a cura del ‘Tavolo tecnico per la salute mentale’, sconta una composizione del tutto sbilanciata che già era stata segnalata: in ampia prevalenza psichiatri, qualche psicologo, nessun infermiere o educatore o assistente sociale, nessuna figura esterna di garanzia (giuristi, bioeticisti), nessuna rappresentanza dei pazienti e dei loro familiari, nessuna associazione a tutela dei detenuti.
È chiaro che la salute mentale in Italia resta ampiamente ai margini dell’interesse politico.

