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16 Agosto 2025Con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 99/2025, l’Italia ci riprova: contrastare bullismo e cyberbullismo con nuove misure.
Ma l’impressione è che si tratti dell’ennesimo pacchetto di vecchie soluzioni travestite da novità.
Si parla di potenziamento dell’assistenza telefonica, di rilevazioni ISTAT sui fenomeni e di campagne informative sull’uso consapevole della rete.
Le intenzioni, sulla carta, ci sono.
Ma ciò che manca è l’efficacia.
E soprattutto, la consapevolezza sistemica.
Emergenza Infanzia 114: utile, ma tardivo
Il decreto prevede il rafforzamento del servizio “Emergenza Infanzia 114”, attivo 24 ore su 24, anche via app con geolocalizzazione (previo consenso), per offrire assistenza psicologica, legale e pedagogica.
Un canale importante, certo.
Ma pensato per intervenire quando il bullismo è già in atto, non per prevenirlo.
La possibilità di segnalare i casi gravi alle Forze dell’Ordine è preziosa, ma siamo ancora una volta di fronte a un intervento a posteriori, quando le dinamiche sono ormai cristallizzate.
ISTAT, scuole e sensibilizzazione: l’impronta della Legge 71/2017
Il decreto introduce rilevazioni biennali da parte dell’ISTAT e richiama la Legge 71/2017, ribadendo l’importanza di campagne informative e il coinvolgimento delle scuole. Ma tutto questo resta sul piano della superficie, affidandosi ancora a logiche emergenziali e a una sensibilizzazione generica.
Le radici culturali del problema? Assenti.
L’educazione relazionale? Ignorata.
Le dinamiche di gruppo che generano e alimentano il bullismo? Nemmeno sfiorate.
Il bullismo non è una questione di “bulli cattivi”
Chi conosce il fenomeno lo sa: il bullismo non è un comportamento individuale, ma un fenomeno relazionale e sistemico. Non basta individuare il “colpevole”, ammonirlo, abbassargli il voto in condotta o bloccare un contenuto online. Non basta nemmeno coinvolgere qualche rappresentante di istituto in un tavolo di monitoraggio per far finta di avere un approccio partecipativo.
Il bullismo nasce nelle pieghe invisibili delle relazioni, tra sguardi evitanti e silenzi complici. È una comunicazione muta, ma potentissima, che attraversa il clima di un gruppo.
Eppure il decreto non ne parla. Come se tutto si risolvesse tra “buoni” e “cattivi”, senza alcuna riflessione sulle dinamiche collettive che lo rendono possibile.
Educazione socio-emotiva: questa sconosciuta
Nel decreto non troviamo una sola parola su educazione emotiva, affettiva, relazionale. Nessun riferimento all’empatia, alla gestione del conflitto, alla capacità di ascolto o alla consapevolezza emotiva.
Si parla solo di “sensibilizzare” e “segnalare”, mai di educare a sentire.
Campagne di sensibilizzazione? Sì, certo. Ma l’impatto è spesso quello di una messinscena istituzionale, che richiama alla mente – con triste puntualità – il “corto contro il bullismo” di Valerio Lundini in Faccende Complicate. Un capolavoro di ironia involontaria che mette in scena esattamente questo tipo di iniziative: buone sulla carta, goffe nella realtà, scollegate dal vissuto reale delle persone coinvolte.
La scuola come sentinella… disarmata
Come nella Legge 71/2017, anche il nuovo decreto affida alla scuola un ruolo centrale.
Ma con quali strumenti?
Nessun piano di formazione strutturata, nessuna supervisione, nessun investimento in risorse o supporto operativo.
Si chiede alla scuola di essere “sentinella”, ma senza binocolo, senza radio, e senza alcuna protezione. Insegnanti, educatori, personale ATA vengono chiamati a fare tanto. Ma con quale preparazione specifica? Con quale supporto?
L’ISTAT misura, ma poi?
Tra le novità c’è il monitoraggio ISTAT ogni due anni. Ma a cosa serve misurare, se poi non si agisce sulle cause profonde?
Sappiamo che il bullismo cresce in ambienti dove il disagio si fa invisibile, dove chi subisce tace, e chi agisce lo fa per bisogno, fragilità, o dinamiche collettive. Limitarsi a raccogliere dati, senza un progetto educativo forte, non trasforma nulla.
Le statistiche sono strumenti, non soluzioni. Perché una cultura non cambia con i numeri, ma con l’ascolto, la responsabilità condivisa, la costruzione paziente di una comunità educante.
Conclusione: la norma c’è, ma la cura dov’è?
Il Decreto 99/2025 è un passo, ma un passo insufficiente. Giuridicamente solido, certo, ma educativamente vuoto.
Il bullismo non si combatte solo con leggi e sanzioni.
Si combatte nelle relazioni quotidiane, nei corridoi delle scuole, negli sguardi tra pari, nei gesti di inclusione o esclusione.
Nessuna norma, per quanto aggiornata, può prevenire davvero il bullismo se non si strutturano le iniziative che investano in una comunità educante che si faccia carico del clima relazionale e del sentire collettivo.
La diagnosi è avviata. Ma la cura? Per ora non pervenuta.

