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4 Giugno 2026Il 5 giugno 2026, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha approvato a maggioranza un progetto per l’eventuale e futura contrattualizzazione relativa al Servizio di Psicologia di Assistenza Primaria — in molte regioni Psicologia di Base.
Un progetto che porta il nome evocativo di Progetto PRIMA — Prima la persona, Prima la prevenzione, Prima l’ascolto — ma che rischia di tradire proprio i principi che dichiara di voler incarnare.
UNA PROPOSTA NATA MALE
Prima ancora di entrare nel merito dei contenuti, è necessario spiegare come questo documento è stato prodotto e approvato, perché il metodo è già di per sé una criticità grave.
Il Consiglio Nazionale è stato convocato in seduta straordinaria con pochissimo preavviso.
La ragione dell’urgenza non è stata esplicitata in modo convincente, anche in considerazione del fatto che, secondo i metadati, il documento presentato è stato elaborato già nel mese di maggio, ma ai consiglieri è stato presentato soltanto in corrispondenza del ponte del 2 giugno.
Inoltre, il tavolo tecnico del CNOP dedicato proprio alla psicologia di assistenza primaria — che in teoria è stato istituito proprio per svolgere il lavoro istruttorio su questi temi — non è stato convocato, non è stato consultato, non ha prodotto alcuna analisi preparatoria su cui fondare la discussione.
Il documento è quindi arrivato in Consiglio senza un’istruttoria condivisa, senza un processo partecipato, senza il contributo delle competenze tecniche che il CNOP stesso aveva ritenuto necessario organizzare.
Una proposta di questa portata — che riguarda l’assetto strutturale di un servizio destinato a milioni di cittadini e a migliaia di professionisti — richiede ben altro rigore e metodo.
Ma questo rientra ormai nella prassi operativa di questo CNOP. Ed ogni volta che accade, le conseguenze non le paga solo l’istituzione: le pagano la professione e i cittadini.
COSA È LA PSICOLOGIA DI ASSISTENZA PRIMARIA
Per comprendere perché la proposta approvata dalla maggioranza del CNOP rappresenta un passo indietro, occorre fare alcune puntualizzazioni su cosa sia davvero la psicologia di assistenza primaria e cosa dovrebbe essere.
La psicologia di assistenza primaria nasce per garantire ai cittadini un primo livello di assistenza psicologica territoriale: orientata alla prevenzione, all’intercettazione precoce del disagio, alla promozione della salute mentale, all’accesso tempestivo alle cure.
Si colloca prima dell’intervento specialistico di secondo livello e trova piena coerenza nel modello di sanità territoriale delineato dal DM 77/2022 e negli indirizzi del Piano d’Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025–2030.
È una funzione nuova. Fondata sulla prossimità, sull’accessibilità, sulla capacità di intercettare il bisogno prima che diventi patologia conclamata.
Non è, né può essere, una semplice riedizione di attività già svolte dai servizi specialistici con un’etichetta territoriale appiccicata sopra.
In Italia, questo modello esiste già. La Campania è stata la prima regione a dotarsi di un servizio strutturato con la L.R. 35/2020, diventando nel tempo un riferimento nazionale. L’Emilia-Romagna, con la DGR 2185/2023, ha integrato gli psicologi nelle équipe multidisciplinari delle Case della Comunità valorizzando un organico con radici che precedono il 2020. Piemonte, Puglia, Toscana, Sicilia, Sardegna hanno seguito percorsi analoghi, con strumenti normativi propri e con professionisti già in servizio.
Sono esperienze reali, alcune più consolidate, altre meno, ma che hanno prodotto dati, modelli organizzativi, prassi operative.
L’obiettivo adesso dovrebbe essere quello di arrivare a una legge nazionale e a un Accordo Collettivo Nazionale dedicato agli psicologi di base — uno strumento contrattuale autonomo, aperto all’intera professione psicologica, senza il vincolo della specializzazione in psicoterapia come requisito di accesso.
Un obiettivo certamente ambizioso, ma che ha già le sue radici costruite dal basso, regione per regione.
LA PROPOSTA DEL CNOP: TRE SCENARI, DUE PROBLEMI
La proposta approvata a maggioranza dal CNOP individua tre scenari per l’attuazione della psicologia di assistenza primaria.
Lo Scenario A prevede il reclutamento di psicologi psicoterapeuti come specialisti ambulatoriali convenzionati, con tariffa oraria ACN e requisito obbligatorio della specializzazione in psicoterapia.
Lo Scenario B — quello che come AltraPsicologia sosteniamo — prevede invece la costruzione di un servizio autonomo con un ACN dedicato, aperto a tutti gli psicologi, senza necessità di specializzazione psicoterapeutica, secondo quanto delineato dallo stesso PANSM.
Lo Scenario C prevede invece il reclutamento di dirigenti sanitari strutturati tramite concorso pubblico, con inquadramento nel CCNL della Dirigenza Sanitaria.
Il problema è che gli Scenari A e C — pur diversi sul piano organizzativo e contrattuale — producono sostanzialmente lo stesso effetto distorsivo: ricondurre la psicologia di assistenza primaria dentro contenitori professionali e istituzionali già esistenti, con requisiti di accesso che escludono la grande maggioranza dei colleghi che oggi lavorano o potrebbero lavorare in questo ambito.
Lo specialista ambulatoriale e il dirigente sanitario sono figure già ben definite nel sistema sanitario italiano.
Sono figure specialistiche, di secondo livello, con percorsi formativi e profili professionali pensati per funzioni diverse da quelle che la psicologia di assistenza primaria dovrebbe svolgere.
Inquadrare il servizio in questi contenitori non è una soluzione di compromesso: è una contraddizione in termini.
Si chiama “assistenza primaria” ma si costruisce con gli strumenti della specialistica.
Si dice “di prossimità” ma si struttura con modalità che appartengono ai servizi già esistenti.
Si parla di accessibilità, ma si introducono barriere di accesso professionale che i modelli internazionali più avanzati — dal modello IAPT britannico al collaborative care americano — hanno sistematicamente cercato di abbattere.
L’effetto concreto, se gli Scenari A o C venissero adottati come riferimento nazionale, sarebbe duplice.
Da un lato, si vanificherebbero le esperienze già avviate nelle regioni che hanno costruito il servizio con professionisti non necessariamente psicoterapeuti — a cominciare dalla Campania e dall’Emilia-Romagna.
Dall’altro, si precluderebbe l’accesso a questo spazio professionale a migliaia di colleghi che possiedono competenze, esperienza e formazione pienamente coerenti con l’assistenza primaria, ma che non hanno — e non necessitano di avere — una specializzazione in psicoterapia per svolgere un lavoro di primo livello orientato alla prevenzione e all’intercettazione precoce.
UNA VISIONE CORTA IN UN MOMENTO STORICO LUNGO
La psicologia di assistenza primaria rappresenta oggi l’opportunità più concreta che la professione psicologica abbia avuto in decenni per dotarsi di un presidio strutturale nel sistema sanitario nazionale — qualcosa di assimilabile, per funzione e collocazione, a ciò che la Medicina Generale e la Pediatria di Libera Scelta rappresentano da decenni per la professione medica.
Un accesso diretto, capillare, territoriale, riconosciuto e remunerato dal SSN.
Una vera e propria trasformazione di sistema.
Costruire questo presidio nel modo giusto — con uno strumento contrattuale dedicato, aperto all’intera professione, coerente con la funzione di primo livello — richiede visione e coraggio politico.
La proposta approvata dalla maggioranza del CNOP, invece, sembra rispondere a tutt’altra logica: quella di cercare un consenso spendibile nell’immediato, appoggiarsi a strutture contrattuali già note ed evitare il confronto con un processo più complesso ma necessario.
Il risultato è un documento che arriva in fretta, senza istruttoria, senza il contributo del tavolo tecnico, e che rischia di chiudere una porta che si stava riuscendo ad aprire, seppure con grande fatica.
Come Presidenti di AltraPsicologia abbiamo espresso voto contrario perché questa proposta manca di metodo e visione.
Soprattutto siamo contrari perché, nel tentativo di rispondere a un’urgenza reale con strumenti inadeguati, rischia di ipotecare negativamente il futuro di un’intera generazione di psicologi e di privare i cittadini di un servizio che potrebbe davvero fare la differenza.

