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6 Giugno 2026Negli ultimi tempi stanno emergendo sempre più proposte di servizi diagnostici online delle neurodivergenze, svolti in poche sedute.
Nascono numerosi interrogativi clinici su questo tipo di percorsi online.
Il punto non è unicamente il mezzo: i colloqui da remoto possono essere utili per il supporto psicologico, la psicoeducazione, i follow-up, alcune psicoterapie.
Il punto è l’appropriatezza del mezzo, il numero di sedute prestabilite, la logica della “facilità”.
La diagnosi di condizioni come autismo, ADHD o altri profili neurodivergenti non è un servizio che si può erogare con la logica del “check-out veloce”.
Non è “alcuni incontri, una restituzione e via”. E soprattutto non è clinicamente neutro far credere che lo sia.
Una cosa è usare il remoto come strumento integrativo; un altro è presentarlo come contenitore sufficiente e rapido, per formulare una diagnosi clinica complessa.
La differenza a livello deontologico e scientifico è enorme. Una valutazione diagnostica seria, soprattutto in ambito neuroevolutivo, richiede tempo, osservazione, dati multipli, confronto fra ipotesi alternative, uso appropriato di strumenti standardizzati e consapevolezza dei limiti del setting.
Le neurodivergenze non si identificano affidandosi solo al racconto soggettivo del paziente, per quanto prezioso. Il vissuto della persona è centrale, ma non esaurisce il lavoro clinico. Una diagnosi clinica fatta nel rispetto di criteri scientifici e deontologici richiede dei passaggi necessari:
• Anamnesi approfondita: con attenzione alle tappe di sviluppo, alla traiettoria evolutiva, alla storia scolastica, lavorativa, relazionale e affettiva, all’organizzazione cognitiva ed emotiva.
• Raccolta di fonti multiple, quando possibile: familiari, genitori, partner, documentazione scolastica, relazioni pregresse, osservazioni di altri contesti.
• Osservazione clinica dal vivo del comportamento, dei movimenti corporei, dell’espressività, dello stile comunicativo, della reciprocità sociale, della regolazione attentiva.
• Un uso prudente e competente di strumenti standardizzati, test cognitivi e sulle funzioni esecutive, sapendo che non tutti sono equivalenti online e non tutti sono validi per tutti i contesti.
• Una diagnosi differenziale accurata, cioè il lavoro meno spettacolare ma più decisivo: capire se ciò che vediamo è davvero una neurodivergenza o qualcos’altro, o entrambe le cose.
I quadri che oggi vengono intercettati come “forse ADHD”, “forse autismo”, “forse alto funzionamento”, “forse doppia eccezionalità” possono sovrapporsi a molte altre condizioni, che vanno valutate in modo approfondito.
Tra le principali aree di sovrapposizione clinica ci sono:
• Disturbi d’ansia e ansia sociale, che possono imitare evitamento, sovraccarico, difficoltà interattive e fatica esecutiva.
• Disturbi dell’umore, che alterano attenzione, iniziativa, motivazione, energia e regolazione emotiva.
• Disturbi della personalità.
• Trauma complesso e dissociazione, che possono produrre ipervigilanza, ritiro, frammentazione attentiva, rigidità difensiva e disorganizzazione.
• Disturbo ossessivo-compulsivo, che può essere scambiato per rigidità cognitiva, interessi circoscritti o bisogno di routine.
• Disturbi del sonno, burnout, stress cronico e uso problematico di sostanze, che impattano in modo drastico sulle funzioni esecutive.
• Plusdotazione e asincronie dello sviluppo
• Condizioni mediche o neurologiche, inclusi deficit sensoriali, epilessia, endocrinopatie, effetti farmacologici o altre variabili biologiche.
Ridurre questo lavoro complesso a sedute online, o in poche sedute, significa correre un doppio rischio: sovradiagnosticare chi non rientra realmente nei criteri, oppure sottodiagnosticare quadri reali, benché confusi, con altro.
In entrambi i casi, il prezzo lo paga il paziente.
L’online è come la diagnosi “dal vivo”?
Nel discorso sulle terapie online c’è una confusione frequente: se il clinico ti vede in videochiamata, allora “ti osserva”. In realtà no, o almeno non nello stesso modo. Il setting da remoto filtra moltissimo.
La telecamera inquadra un volto e un pezzo di busto, non l’intero corpo e non si vede il comportamento motorio. L’audio comprime prosodia, pause, sovrapposizioni, microvariazioni pragmatiche. La connessione distorce i tempi di risposta. Persino il contatto oculare in video è un artefatto tecnico: guardare lo schermo non equivale a guardare negli occhi.
Per alcune valutazioni psicologiche questi limiti sono gestibili. Per altre no. E il clinico serio dovrebbe dirlo chiaramente, non celarlo dietro una narrativa rassicurante sul fatto che “tanto ormai si può fare tutto online”.
No: si può fare molto online. Non tutto. E non tutto con la stessa affidabilità.
Un altro punto cruciale riguarda i test. In ambito psicodiagnostico non basta possedere uno strumento; bisogna usarlo nel setting per cui è stato studiato, normato e validato, oppure motivare con estrema prudenza eventuali adattamenti. Non tutti gli strumenti per l’assessment di ADHD, autismo, funzionamento cognitivo o di personalità mantengono la stessa attendibilità da remoto.
Un problema deontologico: quando il formato guida il giudizio
Sul piano deontologico, la questione è ancora più delicata. La prima responsabilità del professionista è proteggere la qualità del giudizio clinico. Quando un servizio struttura la valutazione in un numero stabilito di incontri, con tempi stretti, promessa implicita di chiarezza rapida e forte pressione di soddisfazione dell’utente, il rischio è che il contenitore inizi a dettare il contenuto.
In altre parole: non si valuta più il tempo necessario per capire, ma si adatta il capire al tempo venduto. E uscire da un percorso diagnostico con una diagnosi in mano non è a priori un vantaggio, se lo stesso percorso non garantisce uno standard elevato e prudenziale.
Il fascino dell’etichetta rapida
C’è un aspetto culturale da non sottovalutare. Oggi, nell’epoca dei social media, molte persone adulte arrivano a chiedere supporto dopo anni di sofferenza, letture di contenuti divulgativi e confronti online. Questo può essere un punto di partenza, ma uno psicologo ha il dovere di non colludere con le suggestioni del paziente, la fretta e la semplificazione.
Una buona diagnosi clinica non conferma automaticamente l’ipotesi più desiderata: la mette alla prova. Talvolta la conferma. Talvolta la riformula. Talvolta la smentisce. E ci vuole tempo per fare questi processi.
Il rischio è trasformare la diagnosi in un rituale di validazione reciproca: il paziente arriva con un’ipotesi, il servizio promette un percorso breve, il professionista, magari orientato proprio a offrire quel servizio, sente la pressione di “dare un nome” all’ipotesi del paziente.
Gli effetti delle diagnosi online.
Una diagnosi delle neurodivergenze fatta rapidamente e online è rischiosa. E se fosse errata avrebbe effetti seri, a cascata. Può orientare trattamenti inadeguati, percorsi di psicoterapia limitati, aspettative distorte, richieste scolastiche o lavorative poco fondate, immagine di sé rigidamente organizzata attorno a un’etichetta incerta. Può anche ritardare il riconoscimento del vero problema.
Nel caso delle neurodivergenze bisogna avere ulteriore cautela: la diagnosi tende a diventare identitaria. Una volta interiorizzata, una diagnosi non resta sulla carta; entra nel modo in cui una persona si nomina, legge il passato, interpreta il suo presente e pianifica il futuro. Per questo la soglia di rigore clinico dovrebbe essere più alta, non più bassa.
Ed è qui che la posizione scientificamente più seria è anche la meno avvincente: la diagnosi delle neurodivergenze è lenta e prudente. Richiede osservazione competente, sguardo clinico, abilità differenziale, integrazione di dati, strumenti appropriati e capacità di tollerare l’incertezza. Tutto il contrario della promessa implicita del “facciamo presto, facciamo online, facciamo un pacchetto”.
La clinica non è un fast food delivery. Se lo diventa, non stiamo democratizzando la salute mentale: stiamo solo rendendo più efficiente la superficialità.

