
La posizione di AltraPsicologia sulla riforma previdenziale ENPAP
23 Aprile 2026Dopo mesi di attesa sono finalmente uscite le indicazioni operative del progetto AscoltaMi promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e dal CNOP, dedicato al supporto psicologico per gli studenti e le studentesse dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado e dei primi due anni della scuola secondaria di secondo grado.
Già alcuni mesi fa avevo espresso alcune perplessità, a cui a questo punto se ne aggiungono altre, persino più evidenti.
Nel testo si legge che viene attivato:
“in via sperimentale, un servizio di sostegno psicologico […] finalizzato all’attivazione di presidi di esperti psicologi volti a favorire il superamento delle fragilità evolutive nei contesti scolastici […]”
Le intenzioni, sulla carta, sono condivisibili.
Ma all’interno di quale idea di psicologia scolastica stiamo andando a declinarle?
IL GRANDE PARADOSSO: SUPPORTO SCOLASTICO… ONLINE E VIA SMARTPHONE!
Il servizio è pensato per il contesto scolastico, ma i colloqui si svolgono da remoto.
È quindi presumibile che molti studenti accederanno tramite smartphone o tablet.
Da una parte la scuola vieta o limita fortemente l’uso degli smartphone nei contesti scolastici; dall’altra costruisce un servizio di supporto psicologico online.
Una contraddizione non solo pratica, ma anche simbolica.
Se davvero crediamo che la relazione educativa e psicologica abbia bisogno di presenza, contesto, osservazione delle dinamiche e continuità relazionale, è difficile comprendere perché il modello scelto sia quello della consulenza a distanza, esterna alla vita quotidiana della scuola.
Uno sportello online non vive i corridoi, non osserva le dinamiche tra pari, non intercetta i silenzi di una classe, non costruisce alleanze con docenti e personale scolastico.
Rimane un servizio separato, accessibile individualmente, scollegato dall’ecosistema scuola.
POCA CHIAREZZA SUI REQUISITI PROFESSIONALI
Nel testo compare il requisito di:
“esperienza in ambito scolastico e in progetti per l’età evolutiva per almeno 3 anni complessivi”.
Ma cosa significa concretamente?
Non è chiaro se si faccia riferimento esclusivamente a incarichi svolti come psicologo scolastico oppure se possano essere considerate valide anche altre esperienze educative e socio-assistenziali maturate nella scuola.
Nelle FAQ del CNOP si fa riferimento ad incarichi in qualità di psicologo, ma come vanno considerati quei ruoli assistenziali, educativi e di sostegno per i quali si è incaricati in virtù della laurea in psicologia?
Cosa si intende poi per “3 anni complessivi?”
Tre annualità scolastiche?
36 mesi effettivi di lavoro?
Perché nel secondo caso si crea una situazione piuttosto curiosa: l’esperienza richiesta rischia di diluirsi enormemente nel tempo perché sappiamo che i progetti scolastici raramente iniziano a settembre e quasi sempre si concludono entro la metà di maggio.
LA PSICOLOGIA SCOLASTICA CON LA SCUOLA CHIUSA
Un’ulteriore criticità, forse la più sorprendente, riguarda le tempistiche: tutti gli incontri dovranno concludersi entro il 31 agosto 2026.
Il progetto però è solo ora in fase di avvio, con le scuole vicine alla chiusura e ancora diversi passaggi amministrativi da completare tra adesione dei professionisti, compilazione delle schede informative, diffusione tra i genitori e richiesta dei voucher.
Il rischio è quindi quello di comprimere ulteriormente tempi già limitati, trasformando una sperimentazione che dovrebbe essere costruita con attenzione in una corsa contro il calendario nel pieno del periodo estivo.
E sappiamo bene che per molti adolescenti i ritmi quotidiani sono scanditi proprio dal calendario scolastico, mentre la pausa estiva coincide spesso con un interruzione di attività e impegni, soprattutto se si parla di un percorso pensato per il benessere scolastico.
IL PROBLEMA DELLA RELAZIONE TERAPEUTICA “A TEMPO”
Un’altra criticità riguarda la possibilità per gli studenti di cambiare professionista.
Nel bando è specificato che il cambio del professionista è consentito solo al momento del primo colloquio.
Ma cosa succede se la relazione non funziona successivamente?
Sappiamo che l’alleanza terapeutica richiede tempo e che non sempre basta un singolo incontro per capire se ci si sente accolti e compresi.
Limitare rigidamente la possibilità di cambiare professionista rischia di portare alcuni studenti ad abbandonare il percorso, perdendo di fatto l’accesso al voucher e al percorso proposto da questa iniziativa.
SESSANTA MINUTI “PIU’ DIECI”: QUANDO IL SETTING DIVENTA BUROCRAZIA
Curiosa anche la scelta relativa alla durata dei colloqui: 60 minuti, con ulteriori 10 minuti aggiuntivi previsti al primo incontro per concordare le modalità di erogazione del servizio.
Ma davvero organizzazione, cadenza degli appuntamenti e definizione del setting sarebbero elementi “extra” rispetto al colloquio? Peraltro non valorizzato da un compenso extra per i minuti extra.
Anche il modo in cui si concordano frequenza, orari, modalità e confini dell’intervento contribuisce alla costruzione dell’alleanza e del senso di sicurezza della persona.
Inoltre nelle FAQ presenti sul sito del CNOP si specifica che l’incontro viene validato e pagato solo se dura almeno 50 minuti con collegamento contemporaneo di professionista e studente.
Ma cosa succede in caso di problemi di connessione, mancata presentazione a un appuntamento o disconnessione durante il colloquio?
Il rischio concreto è che il professionista riservi comunque tempo e spazio all’appuntamento senza alcuna garanzia di retribuzione, in una gestione molto rigida che sembra ignorare le difficoltà pratiche del lavoro online.
E DOPO I CINQUE INCONTRI?
Rimane poi una domanda fondamentale, forse la più importante: cosa succede dopo?
Cosa accade agli studenti che sentono il bisogno di proseguire?
A chi inizia finalmente ad aprirsi proprio al quinto incontro?
A chi manifesta fragilità che richiederebbero continuità?
E cosa succede quando è lo stesso psicologo a ritenere importante continuare il lavoro?
Il decreto non sembra offrire risposte chiare.
Ed è difficile non vedere il rischio di trasformare il supporto psicologico in un intervento “spot”: cinque incontri standardizzati, scollegati da una reale presa in carico territoriale e privi di continuità strutturata.
IL RISCHIO DI FONDO: UNA PSICOLOGIA SCOLASTICA RIDOTTA A PRESTAZIONE
La sensazione complessiva permane quella di una visione prestazionale e frammentata della psicologia scolastica.
Un servizio limitato nel tempo, online, esterno al sistema e alla quotidianità scolastica.
Eppure la scuola avrebbe bisogno di altro:
presenza stabile;
lavoro sui gruppi;
prevenzione;
supporto agli adulti;
consulenza organizzativa;
osservazione delle dinamiche relazionali;
progettazione condivisa;
continuità.
Il disagio giovanile non emerge solo quando uno studente prenota un colloquio.
Spesso si manifesta molto prima: in una classe che cambia clima, in un conflitto che si irrigidisce, in un silenzio improvviso. Aspetti che non si intercettano in incontri individuali svolti da remoto.
IN CONCLUSIONE
Resta l’impressione di un progetto costruito più per dare una risposta rapida e comunicabile che per avviare una riflessione seria sulla presenza della psicologia nella scuola italiana.
Qualunque possibilità di accesso al supporto psicologico, per chi ottiene il consenso dei propri genitori, può rappresentare un aiuto importante per qualcuno. Non è questo il punto.
Il punto è un altro: se vogliamo davvero costruire benessere nei contesti scolastici, dobbiamo smettere di immaginare la psicologia come un servizio accessorio, temporaneo e disincarnato.
La scuola non ha bisogno solo di sportelli.
Ha bisogno di relazioni, presenza, continuità e lavoro sistemico.
E forse, prima ancora dei decreti, serve il coraggio, anche come categoria professionale, di proporre modelli solidi e validi per la complessità reale dei contesti scolastici.
Perché la domanda scomoda è anche un’altra: fino a che punto siamo disposti a colludere con politiche scolastiche superficiali e approssimative pur di “esserci”?
Quanto il bisogno di presenza della nostra professione e di disponibilità di fondi rischia di renderci poco critici davanti a progetti fragili e incoerenti?
E’ sufficiente che i soldi arrivino dal Ministero dell’Istruzione perché un progetto possa essere definito psicologia scolastica, anche quando la scuola,nelle sue dinamiche, relazioni e vita quotidiana, resta sostanzialmente assente?
Quanto stiamo rischiando di accettare qualunque proposta pur di conquistare uno spazio professionale o un’opportunità economica, rinunciando però a interrogarci sul senso e sulla reale efficacia degli interventi che stiamo legittimando?
Per questo motivo, anche all’interno di AltraPsicologia si sta cercando di creare spazi di confronto reale tra colleghi e colleghe: già diversi anni fa è nato un gruppo Facebook dedicato alla psicologia scolastica e ora una chat WhatsApp pensata per condividere dubbi, esperienze, limiti e opportunità di questo progetto (e non solo), nella convinzione che solo attraverso un confronto critico e collettivo si possa costruire una visione più solida e strutturata della psicologia scolastica.

