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La comunicazione sulla sentenza del TAR del Lazio ci rileva uno scollamento tra alcune delle nostre istituzioni professionali (Consiglio Nazionale e alcuni Ordini regionali) e mercato del lavoro degli psicologi. Ora, la questione principale è comprendere dove sta andando la psicologia e dove dovrebbe andare.

L’ultimo comunicato dell’Ordine nazionale, nel quale raccontava la sentenza del TAR del Lazio 13020/2015, riportava che “I counselor non hanno alcuna competenza per gestire il disagio psichico, che attiene alla sfera della salute”. Seppur nella sentenza vi erano molti spunti interessanti per la nostra professione, la selezione dei contenuti da parte della maggioranza del nostro Consiglio Nazionale si è concentrata su un aspetto particolare: il “disagio psichico” e che siamo una professione “sanitaria”.

Il punto di vista sulla sentenza muta considerevolmente leggendo gli articoli di AltraPsicologia (ad es.  questo articolo di Chiara Santi) dai quali emerge come “è evidenziabile una interferenza con il settore di intervento degli psicologi cd. Junior” (sviluppo delle potenzialità di crescita individuale, di integrazione sociale, la facilitazione dei processi di comunicazione, il miglioramento della gestione dello stress ..”.

Questo è solo un esempio che conferma due visioni differenti della professione.

Da una parte abbiamo la maggioranza del Consiglio Nazionale che limita la psicologia nel continuum patologia-disagio, visione che potremmo definire “classica”, agganciata al concetto di psicoterapia, dall’altra una concezione più ampia, che estende quel continuum fino al concetto di miglioramento, sviluppo delle potenzialità e crescita personale, orientamento che potremmo definire “contemporaneo”.

È chiaro che la professione sanitaria classica è quella più facilmente assimilabile dal Ministero della Salute, che ha nel suo DNA ancora il concetto di salute come assenza della malattia; ma il mercato, cioè i bisogni e le richieste dei cittadini in relazione ai propri bisogni di psicologia, è molto più ampio.

“C’è molta più richiesta di psicologia che di psicologi” diceva un acuto professore di psicologia del lavoro.

Questa affermazione è assolutamente vera, perché le richieste di psicologia sono moltissime e molte comprendono un sostegno psicologico, in assenza di una patologia franca, durante specifici e brevi momenti di cambiamento (il cambio di un lavoro, la nascita di un figlio, un guaio giudiziario, ecc.).

In altri ambiti, invece, l’intervento psicologico abbraccia l’area del miglioramento, pensiamo alla psicologia dello sport o alle valutazioni del potenziale sul lavoro e i interventi di coaching che in sostanza lavorano sull’ansia. In quest’ultima area ci sono elementi tipici e riconosciuti della psicologia definiti anche dalla famosa sentenza 22274/06 (conosciuta come “platè”). La sentenza aveva stabilito che si compie un atto psicologico in un’attività di selezione del personale o di valutazione del potenziale, quando si valutano “il controllo dell’ansia e l’aggressività nonché le caratteristiche di socievolezza e di leadership”.

Nulla di patologico e neppure di disagio ma una semplice valutazione delle persone sul lavoro che si struttura in una vera e propria valutazione psicologica.

Nonostante tutte queste evidenze, assistiamo continuamente da parte della nostra massima istituzione, il Consiglio Nazionale, a un’impostazione classica e, quindi, limitata. Questa impostazione ci viene ricordata ogni volta, non solo con la comunicazione già citata ma anche, ad esempio, l’esultanza di essere professione sanitaria o ancora l’importanza data all’obbligo ECM (che in realtà interessa solo una quota minore degli psicologi).

Eppure, il tentativo continuo delle pseudo professioni, importate o inventate, che operano nell’ambito psicologico mascherandosi dietro nomi stranieri o giri di parole, è proprio l’esito di questa impostazione “classica”, che lascia e ha lasciato scoperta l’area di maggior interesse per il mercato del lavoro, posizionando la psicologia sul versate patologia-psicoterapia e dando di fatto il via libera a chiunque altro di occupare l’area delle valutazioni e del miglioramento.

Questa impostazione miope e per nulla non attuale, non è più sostenibile: è ormai assodato che il nostro Sistema Sanitario Nazionale non è in grado di assorbire dal punto di vista occupazionale un numero molto più elevato di psicologi di quelli attualmente in essere e che l’elevato numero di psicoterapeuti è più che sufficiente a soddisfare il bisogno nazionale.

Ci apprestiamo ad un confronto sul counseling non psicologico in una “consensus conference” organizzata dal nostro Ordine nazionale il prossimo 18 dicembre, e le preoccupazioni che prevalga nuovamente l’impostazione classica sono legittime. La sentenza del TAR del Lazio comprende importanti riferimenti a una professione sanitaria “contemporanea” che deve essere valorizzata e ribadita.

Siamo invitati anche noi di AltraPsicologia e, naturalmente, ribadiremo nei contenuti l’impostazione contemporanea. Fino a quando ai vertici dell’Ordine nazionale ci saranno colleghi che, volenti o nolenti, promuovono la vecchia impostazione, il cambiamento è impossibile e la nostra massima istituzione continuerà ad essere vissuta come distante dalla realtà che ogni psicologo e psicologa vive quotidiamente.