image_pdfimage_print

Trecentosessantaquattro (364).

Una più, una meno: è il numero delle scuole di psicoterapia riconosciute sul sito del MIUR.

Ogni scuola spesso ha più di una sede, per cui sul territorio possono quasi raddoppiare nel numero…


10937840_10152809958364219_1495379930_nCognitive, cognitivo-comportamentali, post-pre-neo analitiche, più o meno freudiane, costruttiviste, metaforiche, familiari e sistemiche, brevi e meno brevi, transculturali e dialettiche, comparate e somatiche, strategiche ed espressive, razionaliste e psicodrammatiche.

Ma psicodrammatica non è solo la scuola, lo è anche questa situazione.

Cosa ce ne facciamo di tutte queste scuole? Nel solo Lazio ce ne sono 78….

Le scuole di psicoterapia, in teoria, sono state istituite negli ultimi venticinque anni per la formazione di quegli psicologi e medici che vogliono specializzarsi nella terapia psicologica.

Sulla carta, la specializzazione in psicoterapia (della durata obbligatoria di quattro anni), fornisce strumenti specifici per poter lavorare nel campo della salute mentale.  La professione di psicoterapeuta è quindi, formalmente, una professione sanitaria: si lavora nell’ambito del disagio mentale, di patologie più o meno gravi, di marcato disagio esistenziale.

La Legge 56/1989, che ha istituito la professione di psicologo, non ha però definito e chiarito in modo esplicito quali siano i criteri qualitativi della formazione: ne ha delimitato solo la quantità in termini di tempo.

Ed ecco che, in un quadro legislativo morbido, ognuno ha costruito il suo banchetto, ha esposto la sua merce e sta nel mercato delle psicoterapie.

Come è stato possibile che in soli venticinque anni aprissero una media di quindici scuole all’anno, degli orientamenti più diversi?

Come è stato stabilito se una scuola fosse sostanzialmente (e non solo formalmente) in grado di preparare in maniera solida gli studenti per una professione di tipo sanitario, a fronte di onorari che vanno dai 15 ai 20mila euro (spese escluse) in quattro anni?

“Venghino signori, venghino!”, ci gridano le diverse scuole.

Che a volte puntano su qualche nome risonante e sul proselitismo già dai banchi universitari. “Venghino, giovani psicologi!” confusi dal marasma di colori dei diversi siti promozionali e dalle teorie speculative.

shoah1“Venghino, paghino…”, e poi?

 E poi la situazione si fa complicata, perché non essendoci una base qualitativa comune nella formazione italiana, ogni scuola ci mette dentro quel che meglio crede il suo fondatore (o i suoi sottoposti). Non sono molte le scuole che insegnano una metodologia strutturata che non sia solo autoreferenziale, o tecniche evidence based e procedure con standard internazionali; in alcune scuole alla fine dei quattro anni viene chiesto di portare un solo caso come tesi finale.

Quattro anni davanti ad una bancarella per portare a casa un solo acquisto?

Quindi, a cosa servono quattro anni di scuola?

Ad ampliare la conoscenza, a fare esperienza, a lavorare su di sé, a riflettere sulla complessità del vissuto umano. Si, è vero, come terapeuti queste sono competenze importanti e necessarie. Ma se non si insegnano delle tecniche efficaci e di ampio respiro, va bene lo stesso?

Molti colleghi psicologi rifiutano l’aspetto sanitario del lavoro clinico, ricordano giustamente che l’essere umano a livello psicologico non è “sezionabile” e “oggettivabile” come può esserlo a livello corporeo, per cui il campo della salute mentale è più etereo e meno definibile del lavoro medico; di conseguenza, sono un po’ allergici alla rigidità scientifico-medica e alle pratiche cliniche evidence based.

Dimenticano però che, nonostante l’”unicità dell’animo umano e la sua irriducibilità”, vi sono elementi e processi comuni a molti sintomi psicologici, i quali nel corso dell’ultimo secolo sono stati studiati in modo sistematico non solo (come vuole certa vulgata) per “inscatolare le persone in grafici utili alle case farmaceutiche”, ma per permettere di creare dei protocolli e delle linee guida efficaci, ripetibili ed anche riadattabili a diverse situazioni problematiche.

Questi protocolli e questi metodi, che hanno dimostrato di funzionare, vengono insegnati sempre nelle scuole? La risposta è “no”.

Mentre sborso 20.000 euro sarò disposto a mettere in discussione quello che mi viene insegnato, se non è all’altezza degli standard internazionali?

Posso permettermi di autoflagellarmi, ammettendo che ho scelto di pagare qualcosa che non vale quello che ho speso, o alla fine mi convinceranno che quella è la strada migliore, e  “ok, il prezzo è giusto”?

E servono davvero quattro anni per qualificarsi come psicoterapeuta?

Per arrivare al mercato della psicoterapia abbiamo già studiato cinque anni all’università, più un anno di tirocinio, più un esame di stato (quindi sono già passati sei anni e mezzo circa).

tempoQuattro anni sono molti, considerando che spesso non ci sono contenuti tali da occupare quattro anni di corsi, che le tecniche si apprendono in tempi piuttosto rapidi e che oltre alla teoria (in parte studiabile autonomamente o con corsi specifici per argomento), è basilare avere qualcuno di esperto che ti guidi nel lavoro, da pagare ovviamente.

Quattro anni e 20.000 euro sembrano ulteriormente insostenibili soprattutto da quando una Legge recente e molto discussa, la 04/2013, ha facilitato figure pseudopsicologiche, che (grazie a corsetti privati, veloci e spesso privi di qualsiasi bussola scientifica), fanno un lavoro molto simile a quello degli psicologi, cambiando semplicemente il nome alle stesse attività.

Servono davvero 364 scuole diverse?

No.

Non sono garanzia di qualità formativa degli specializzati, e non offrono una formazione realmente controllata nei suoi livelli qualitativi.

Servirebbe una normativa più attuale, una Legge 1/2015 che faccia un po’ d’ordine in questo grande bazar caotico della psicoterapia italiana…