
AscoltaMi: il progetto accessibile a cui non si riesce ad accedere.
12 Giugno 2026Stiamo entrando in una nuova fase per il lavoro degli psicologi.
E non è una buona notizia.
Se da un lato i numeri raccontano una professione in forte crescita economica, con redditi in costante aumento, un potere d’acquisto in crescita nonostante il susseguirsi di crisi economiche e geopolitiche, un gender gap in controtendenza rispetto a tutte le altre professioni, dall’altro iniziano a vedersi i prodromi di una vera e propria trasformazione antropologica.
Gli psicologi, da professionisti che dovrebbero posizionarsi in un libero mercato, stanno sempre più rapidamente diventando essi stessi un prodotto, ora per il mercato, ora per la politica.
DA PROFESSIONISTI A PRODOTTO
Nella crescita dei redditi e nella diffusione della psicologia, le piattaforme di terapia online hanno avuto certamente un ruolo.
Hanno facilitato l’accesso, hanno contribuito a superare lo stigma del rivolgersi allo psicologo nei momenti di difficoltà, con i loro servizi di marketing e promozione hanno probabilmente consentito l’inserimento — o il rientro — sul mercato del lavoro di una parte di professionisti che, per bilanciamento vita-lavoro, indole o attitudine, hanno difficoltà a stare sul libero mercato in autonomia.
Ma sta accadendo anche un’altra cosa.
Prima il problema di uno psicologo libero professionista era posizionarsi: cercare la propria nicchia, acquisire le giuste competenze, decidere a chi rivolgersi e come farsi trovare.
Oggi uno psicologo viene posizionato: da un algoritmo che lo assegna a un paziente in base a disponibilità, parole chiave, distanza chilometrica.
Nel vuoto di una psicologia che dal punto di vista istituzionale non è stata in grado — né prima né durante, e a questo punto direi nemmeno mai — di strutturare una cornice minima che contenesse questioni tecniche, formative e deontologiche, le piattaforme online stanno trasformando sempre più la terapia in un servizio on demand, dove a essere venduto non è più il percorso terapeutico, ma l’accesso rapido a un professionista.
A un professionista che durante il suo percorso accademico o di specializzazione molto probabilmente non ha mai approfondito le implicazioni cliniche e di setting del lavoro clinico online.
A un professionista che non ha alcuna rappresentanza tale da contrattare con le aziende le questioni contrattuali e salariali che lo riguardano.
A un professionista che si muove sul filo del rasoio di questioni etiche e deontologiche, tra l’incudine della propria autonomia decisionale nel percorso terapeutico e il martello della retention dei pazienti, premiata dall’azienda.
Questo scivolamento rischia di far perdere alla psicologia e alla terapia le sue caratteristiche più peculiari, persino la sua capacità di leggere le dinamiche cliniche e sociali per provare ad anticiparle, magari anche a guidarle.
Stiamo andando verso un’inquietante perdita di agentività.
In quanto “prodotto”, infatti, lo psicologo non agisce: viene scelto.
O peggio: assegnato.
Secondo criteri sempre più standardizzabili, sostituibili, intercambiabili.
E dunque sempre più a basso costo e a largo margine di profitto.
Non per lo psicologo, naturalmente.
Per le aziende.
LA VETRINA DELLA POLITICA
Per la politica, gli psicologi sono diventati un buon prodotto da mettere in vetrina.
A piazzarli un po’ qua e un po’ là si fa tutti una bella figura, e pure delle belle foto da mettere sulle pagine istituzionali.
Ed è vero che mai come in questi anni si è assistito a investimenti così massicci da parte dello Stato e delle Regioni in servizi di salute mentale: dal finanziamento dello psicologo a scuola durante il Covid, al bonus psicologo, al più recente progetto AscoltaMI, per cui sono stati stanziati 18 milioni di euro.
Cos’hanno in comune queste iniziative?
Sono tutti interventi spot, che cadono nel vuoto, che alla fine del percorso non prevedono nulla.
Che succede ai pazienti quando finiscono i fondi del bonus psicologo?
Non si sa.
Che succede ai ragazzi — quei pochi che riescono ad accedere al servizio — che fanno i cinque colloqui online del progetto AscoltaMI? Finite le sedute, tornano in una scuola che è tale e quale a prima.
Non un pensiero su come organizzare i servizi in maniera più efficiente, non un pensiero su come intercettare e prevenire il disagio (basta vedere in che direzione si sta andando anche con la psicologia di base), non un pensiero su come rendere strutturale – davvero – la psicologia scolastica negli istituti.
D’altra parte continuiamo a chiamarle “sperimentazioni”, salvo che un disegno sperimentale non si vede mai, e tutto quello che resta è che “sperimentazione” fa rima con “improvvisazione”.
Non fa rima con spreco di risorse pubbliche, ma abbiamo anche quella.
Il tutto, però, è rigorosamente contornato da fantasmagoriche confezioni: grandi annunci sui giornali, sui canali istituzionali governativi, su quelli istituzionali degli psicologi.
L’adesione a queste modalità e queste commistioni, si radica innanzitutto nella carenza di visione delle nostre istituzioni, laddove invece la loro voce dovrebbe essere forte.
Emblematico, da questo punto di vista, il modo in cui il CNOP ha affrontato tutto il percorso di approvazione del DDL Valditara.
Un paio di comunicati che dire timidi è fare un complimento, mentre dal Ministero dell’Istruzione si tuonava dai canali istituzionali come il DDL fosse urgente per “tutelare i bambini dalla propaganda gender”.
Col risultato che questo DDL cancella, di fatto, lo spazio per parlare di identità di genere e orientamento sessuale nelle scuole, oltre a danneggiare direttamente il lavoro degli psicologi, che perdono uno spazio fondamentale — la scuola — in cui proporre le proprie progettualità sul tema.
Ma ehi! Quest’anno sfiliamo al Pride: festa totale.
VOCI FLEBILI, E IL DEMERITO E’ SOPRATTUTTO NOSTRO
Mercato e politica raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: chi governa la psicologia non ha visione, e la psicologia sta perdendo voce proprio nella sua fase storica di maggiore credibilità e riconoscimento.
Perdiamo agentività, sedotti dalle facilitazioni di setting agevoli e servizi appaltati alle aziende.
Sul piano sociale, la paura di creare troppo disturbo ci ammutolisce quando dovremmo farci sentire con forza; le questioni ci superano a destra, e ce ne accorgiamo al massimo quando il latte è già versato.
Non stiamo avendo il coraggio di pesare nel dibattito su questioni che riguardano direttamente il nostro mandato — salute mentale, educazione affettiva, identità, prevenzione — soprattutto quando le posizioni da assumere sono scomode.
Le piattaforme fanno esattamente quello che ci si può aspettare facciano: massimizzano il profitto.
I governi, in quest’epoca di scarsissima lungimiranza, fanno per lo più propaganda: comunicano, e scelgono i tempi della comunicazione in base al proprio calendario, non ai bisogni strutturali del Paese.
In questo quadro, a pesare è la mancanza di coraggio e visione del CNOP, che non ha alcuna idea di dove portare una platea di oltre 147mila professionisti, sempre più abbandonati in balia dell’avanzamento tecnologico e del “mercato che si autoregola” — che non si autoregola mai, né a favore dei lavoratori né a favore della qualità dei servizi.
Un CNOP che non ha il coraggio di assumersi la responsabilità di una posizione rigorosa, nemmeno di fronte a storture clamorose che avranno enormi effetti sulla salute e sul benessere emotivo dei giovani.
Il tutto per cinque colloqui online su una piattaforma che, a settimane dal lancio, somma down e sovraccarichi, credenziali che non arrivano, procedure poco intuitive.
Ma ne vale la pena?

