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Sulle questioni intorno alla parità di genere gli uomini dovrebbero passare più tempo ad osservare, ascoltare e interrogare se stessi innanzitutto, invece di mettersi a pontificare su quello che dovrebbero fare gli altri e le altre.

Perché spesso il problema sta innanzitutto nel fatto che alla posizione da cui si pontifica si è arrivati anche grazie a quel sistema per cui tanto ci si scandalizza.

E’ di ieri mattina un post di un famoso psichiatra – quindi medico – maschio, che si scandalizza per la questione di genere del prossimo CDA ENPAP, che sarà composto da 4 uomini e 1 donna.

Ci si sarebbe aspettati, da chi si dice così tanto preoccupato dal tema della pari opportunità, che iniziasse a guardare in casa propria.
Da ENPAM, l’ente dei previdenza dei medici, per esempio, dove storicamente la composizione del CDA è fortemente sbilanciata in favore degli uomini – attualmente su 10 componenti, c’è solo 1 donna – , a fronte di una popolazione medica composta al 60% da donne.
E negli Ordini non va di certo meglio.

Non c’è da stupirsi di queste percentuali: nelle istituzioni troviamo il riflesso di quello che accade nella società, tutti i giorni.
Proprio per questo è importante che se ne evidenzino le storture sempre, non solo quando queste ci toccano per interessi di parte o quando il tema deve essere strumentalizzato per essere appuntato a medaglietta di questa o quella parte politica.

La questione delle candidate donne è stata argomento di dibattito anche durante la recente campagna elettorale ENPAP, con molte liste che hanno indossato la pettorina dei difensori delle pari opportunità, salvo poi guardarsi bene dal proporre come candidata alla presidenza dell’Ente proprio una delle donne di cui si fregiavano di proporre la candidatura.

Fermo restando che le elezioni sono innanzitutto un processo democratico che dà agli elettori e alle elettrici il diritto di scegliere i propri rappresentanti e le proprie rappresentanti, e che uomini e donne hanno – almeno questo – pari opportunità di potersi candidare, in queste liste ci sarebbero state alcune candidate che legittimamente avrebbero potuto rivendicare all’interno del proprio gruppo l’aspirazione al ruolo di Presidente, in considerazione del numero di consigliature fatte e dell’esperienza acquisita.

Invece hanno accettato di fare da contorno a queste posizioni ipocrite sulle pari opportunità, dove il candidato maschio si professava difensore dei diritti delle donne per farsi eleggere – con i voti delle donne – proprio in quei ruoli dove le donne hanno oggettivamente difficoltà ad avere accesso, anche a parità di competenze.

Altrapsicologia ha un problema con la gestione dei ruoli di genere.
Li ha perché vive in una società in cui questi problemi sono la vita quotidiana di tutte le donne che cercano di farsi valere.

Siamo “troppo giovani” o “troppo inesperte”, bias che diventano criteri di valutazione impliciti, molto più raramente riservati a un uomo, della stessa età e con la stessa esperienza, quando si tratta di scegliere chi proporre per i ruoli apicali.

Quello che in AltraPsicologia non facciamo, però, è pensare che la soluzione a questo problema sia la messa in scena delle figurine nelle candidature.
Che stiamo a posto e possiamo riempirci la bocca dicendo che il problema noi non ce l’abbiamo, ce l’hanno gli altri – perché, vedete, noi candidiamo 3 donne in CDA – .

E potremmo farci ancora più belli ed emancipati se facessimo notare che AltraPsicologia per il CNOP aveva proposto una presidente donna, e invece la maggioranza ci ha riproposto il solito candidato uomo, e pure dipendente pubblico.

O ancora: che la lista in ENPAP che più di tutte si è riempita la bocca sulla parità di genere ha visto eleggere un uomo in CDA e una donna della propria lista come prima non eletta.
Se la questione stesse così tanto a cuore, basterebbe che il candidato eletto non accettasse la carica così da fare entrare la collega donna.
Ovviamente nessuno si è fatto saltare in mente questa idea così balzana.

Ma sarebbero comunque argomentazioni di propaganda, di facciata, tutti modi che non fanno altro che manipolare la questione invece di affrontarla.

E’ la questione è innanzitutto la cultura che contribuiamo a costruire in prima persona nella società.

Nelle organizzazioni il problema è di cultura interna la cui soluzione passa innanzitutto attraverso la revisione degli assetti interni, sempre più oggettivi, trasparenti e partecipati, per consentire a tutti e tutte percorsi di crescita e di carriera equi.
Dove uomini e donne possano partire dallo stesso punto di partenza e incontrare lo stesso tipo di ostacoli, avendo gli stessi strumenti per poterli superare.

Io non ho diritto a ricoprire un ruolo perché sono donna.
Ed è un diritto che nemmeno voglio.

Non voglio padri e mariti che mi difendano o mi cedano il posto.
Voglio poter ambire a quel posto senza dover avere un percorso penalizzante per il solo fatto di essere nata donna.

Pretendo che gli uomini e le donne si prendano la responsabilità dei loro bias, li esplicitino e trovino il modo di superarli.

In questa fase storica le donne devono essere ferme nel continuare a proporsi nei ruoli, nel coinvolgere altre donne e uomini nei contesti in cui vivono, evidenziare sempre le storture, lottare con chi gli è affianco, uomo e donna, per pretendere equità.

Ma prima di tutto, per smascherare le ipocrisie di chi, sia uomo sia donna, si riempie la bocca dei diritti delle donne solo quando lo tocca da vicino o solo per farne propaganda per ammorbidire il comodo cuscino per la propria coscienza quando va male, per la propria poltrona di potere quando va peggio.

Peggio del maschilismo al potere, c’è solo il maschilismo, perpetrato da donne e uomini, che manipola le questioni di genere per questioni di potere.

Il primo ostacolo ad una reale equità di genere nella nostra società è che il potere di stampo patriarcale si impossessi di questo tema e ne abusi per perpetuare se stesso.