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19 Settembre 2025La notizia della ventinovenne statunitense che si è tolta la vita dopo mesi di confidenze a un “terapista” AI chiamato Harry ha riacceso il dibattito: l’intelligenza artificiale può fare danni? Può addirittura spingere una persona al suicidio?
Serve cautela: i titoli sensazionalistici dei giornali – spesso a caccia di click – semplificano, e come psicologi dovremmo resistere sia alla tentazione di difendere il nostro valore professionale, sia a quella di cadere in spiegazioni semplicistiche, assolutorie e deresponsabilizzanti.
I FATTI
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Sophie, 29 anni, era seguita anche da un/una terapeuta umano/a, ma ha scelto di condividere le ideazioni più gravi nelle chat con Harry, un’IA.
Dalle conversazioni recuperate dalla madre, il bot avrebbe più volte suggerito di cercare aiuto professionale, predisposto contatti di emergenza e invitato a limitare l’accesso ai mezzi di danno. Non è bastato.
[Qui l’articolo originale dove la madre in prima persona racconta tutta la vicenda]
IL DOLORE DI CHI RESTA
La madre di Sophie riferisce che l’IA avrebbe “aiutato” a mantenere il segreto e persino a editare un biglietto d’addio.
Cercare spiegazioni è una reazione umana, soprattutto per chi perde qualcuno.
Trovare “catalizzatori esterni di responsabilità” consola, perché consente di immaginare che senza quel fattore la persona avrebbe scelto diversamente.
Ma il suicidio è sempre l’esito di più fattori, quasi mai estemporanei o momentanei.
Dire che Sophie si è tolta la vita “perché c’era un chatbot” è come dire che qualcuno ha scelto di impiccarsi solo perché ha trovato una corda in garage.
Da sempre esistono diari o blog dietro cui nascondere pensieri indicibili: strumenti che offrono un luogo segreto, non la causa della fuga.
Qualcosa nella terapia probabilmente non stava funzionando: un inceppamento nell’alleanza, la paura del giudizio, il timore che la sola condivisione di quei pensieri portasse a un ricovero o a una segnalazione.
Forse, semplicemente, Sophie aveva già deciso.
La brutale verità è che questo nessuno lo potrà sapere davvero.
L’IMPOTENZA DEL TERAPEUTA
Il suicidio di un paziente è lo scontro più violento con i limiti del nostro agire clinico.
Di solito ci confrontiamo con questa impotenza a piccole dosi, mitigate dai successi terapeutici che ci restituiscono l’immagine di professionisti efficaci.
Ma un evento così drammatico non può essere ignorato: costringe a guardare in faccia il fallimento e a difendersi da colpa e angosce di morte.
In questo senso, l’idea che sia stato “il chatbot” a determinare il suicidio è rassicurante, ma fuorviante.
Perché rischia di farci perdere di vista la complessità delle persone e dei contesti, inclusi gli impatti – positivi e negativi – delle tecnologie.
LE DOMANDE DA PORCI
Se ci chiudiamo in posizioni difensive, perdiamo l’occasione di porci domande concrete, sia per la pratica clinica quotidiana – con cui ci confrontiamo già oggi – sia rispetto agli sviluppi degli strumenti tecnologici che impattano sulla salute mentale collettiva.
Dovremmo chiederci:
1. se, e in che modo, i pazienti utilizzino ChatGPT per parlare della loro salute mentale;
2. in che misura ciò che emerge da un’interazione con l’IA possa diventare materiale di terapia;
3. quali fattori di rischio sia necessario monitorare;
4. quali processi soggettivi portino una persona a rivolgersi a un’IA piuttosto che a uno psicologo;
5. quali forme di supporto l’IA sostituisca o integri, e quali bisogni intercetti che una terapia tradizionale non affronta pienamente;
6. in che misura l’IA possa configurarsi come erogatrice di un atto clinico, a chi spetti la responsabilità di tale atto, quali garanzie di trasparenza siano offerte e quale livello di consapevolezza abbiano gli utenti riguardo all’uso e alla gestione dei dati personali;
7. quale ruolo giochino le grandi aziende private nella diffusione di strumenti di salute mentale a basso costo e facile accesso, quali logiche di mercato li guidino e quali regole siano necessarie per evitare che la gestione di ambiti così delicati venga delegata esclusivamente al libero mercato.
Questo caso non dimostra che un’IA possa indurre al suicidio.
Dimostra che una persona in sofferenza può trovare nell’IA un ulteriore spazio segreto, privo di responsabilità e controllo clinico.
Ma non risolve i due nodi cruciali:
a) Sul piano clinico: perché – come in questo caso – una persona già in cura sceglie comunque di nascondersi;
b) Sul piano tecnologico: quali attori, regole, responsabilità, limiti e opportunità ci aspettano.
Limitarci a demonizzare lo sviluppo tecnologico e le IA rischia solo di allontanarci dai vissuti dei pazienti e dal nostro compito: affinare strumenti personali e tecnici per stare dentro la complessità delle loro sofferenze.
Se tu o qualcuno che conosci siete in pericolo immediato, chiamate il 112.
Per situazioni non urgenti, rivolgetevi al vostro medico, ai servizi di salute mentale territoriali o ai centri di ascolto locali.

