image_pdfimage_print

Sono molti gli articoli su web e che girano nei social che raccontano impietosamente la “morte” della professione. Pessimismo, realismo? Forse val la pena fare qualche riflessione in merito.

 

 

 

“Caro collega, diciamocelo chiaramente, lascia perdere, specie se sei giovane, specie se da poco ti stai affacciando alla professione. La professione, segnatelo da qualche parte, é allo sbando. Fare lo psicologo non ha senso. Sappilo, tutti gli sforzi che fai, sono destinati ad essere vani. Anche i numeri lo dicono….”


Ti suona familiare questa descrizione, questa realtà? L’hai letta di recente su qualche articolo, o ne hai parlato con i tuoi colleghi ? É proprio pensando a questa realtà, apparentemente fatta solo di segnali negativi, di tinte fosche, di scoraggiamento e rinuncia, che facciamo queste riflessioni.

Volendo sintetizzare il “mood” che sempre più spesso corre nel Web (e non solo), rispetto allo status ed alle dinamiche della nostra professione,  di certo si farebbe fatica a non utilizzare parole come “scoraggiamento” e “rinuncia”.

Un mood a tinte fosche a dir poco, in cui le idealizzazioni passate che forse ci avevano portato a studiare Psicologia sembrano precipitare, depressivamente, in una sorta di “cupio dissolvi”, impotente e disperante.  Una sorta di “psico-Urlo di Munch”, per capirci.

Un sentimento generale, diffuso, ma che certo caratterizza maggiormente le giovani generazioni di colleghi: coloro i quali solo da poco si stanno affacciando alla professione, in un quadro economico e professionale già segnato da difficoltà e precariato.  Sono infatti molti gli articoli, i commenti e le riflessioni, scritti da colleghi stessi, che in questo periodo si rincorrono in Rete e nei Social Network, in cui i giovani psicologi raccontano in modo impietoso e senza tante mediazioni la nostra difficile realtà.

Alcuni di questi colleghi fanno anche preciso riferimento a dati, numeri, fonti ufficiali; dati e rappresentazioni innegabilmente preoccupanti, per chiunque abbia un minimo di senso di realtà. Dati che del resto, come AltraPsicologia, sono anni che segnaliamo a Ordini e Istituzioni, purtroppo con scarso riscontro da parte di molti tra questi.

“Ma allora, se questa é la realtà professionale, che senso ha continuare?”

Ecco, ai minimi termini, ci immaginiamo questa fatidica domanda come il finale più coerente con tale realtà. Ma, verrebbe da dire, c’é davvero solo questa prospettiva?

Ci rendiamo conto del pericolo che corriamo nel voler “allargare” tale visione: in questo modo si corre il grosso rischio di passare per “negazionisti”, o per chi si vuole illudere e non vedere la realtà per quella che è.

Ma come AltraPsicologia, che è stata pioniera nel segnalare il disagio crescente della categoria, crediamo anche che aggiungere agli innegabili dati di realtà una diversa prospettiva di senso sia un “rischio” (o un’opportunità…?) che vale davvero la pena di correre.

Il quadro economico-professionale è grave; ma non c’é solo questo, e bisogna evidenziarlo con forza.  Incontriamo infatti ogni giorno giovani  colleghi nelle diverse Regioni che, pur nelle difficoltà e nella grande complessità di contesto (che travalica in parte le responsabilità individuali), riescono comunque, pian piano, passo dopo passo, a costruire un proprio percorso di sviluppo professionale; che riescono, nel tempo, ad attivare energie verso una visione più concretamente propositiva del proprio percorso lavorativo.

Vediamo e incontriamo colleghi che decidono di cambiare mentalità, di uscire dalle vecchie logiche, di alzare la testa, di mettersi insieme, di riunire le forze e le competenze.  Di assumere un atteggiamento più pragmatico, determinato, proattivo, innovativo, imprenditoriale.

Di sviluppare pazientemente linguaggi e competenze, spesso anche extrapsicologiche (diritto, economia, project management…), essenziali per avviare e sviluppare attività professionali innovative.

Colleghi quindi, che sono in grado di raccontare tutte le fatiche che comporta il costruirsi, se non l’inventarsi, un percorso di crescita professionale; con tutte le sue ambivalenze, ma anche nei suoi ricchi risvolti positivi.

Colleghi che, mentre molti (pur comprensibilmente) si lamentano rivendicativamente per le loro vecchie illusioni frantumate dalla realtà del mondo professionale, fanno proprio quel famoso detto:

“Blame no one. Expect Nothing. Do Something”.

É una realtà parziale? Certamente. Ma crediamo sia necessario assumersi la responsabilità di raccontare anche questo “lato”, poco di moda, della realtà professionale odierna degli psicologi italiani. E fare di tutto per aiutare a svilupparlo, con soluzioni concrete e confronti aperti con i colleghi.

Qualche giorno fa, parlando con un collega, uno di noi è stato molto colpito da questa affermazione:

A volte, l’impressione é che vi sia una sorta di compiaciuta necrofilia nello psicologo nel raccontare di quanto tutto vada male, di quanto tutto vada sempre peggio per la psicologia e per lo psicologo…“.

Ecco. Con questa lettera, vorremmo davvero mettere nel campo delle possibilità anche altri orizzonti.

Un orizzonte in cui provare concretamente a superare modelli professionali obsoleti, e implementarne di nuovi. In cui, con determinazione, smetterla di “sperare che qualcuno mi conceda un lavoro”, uscire dalle logiche clientelari, e sviluppare le competenze e le logiche che magari ci mancano per iniziare a costruircelo davvero. Un Orizzonte a nostro parere difficile da realizzare; ma sempre più urgentemente possibile e necessario.

Questa è una prospettiva che sentiamo il bisogno di esplorare, condividere e proporre assieme agli psicologi italiani. E tu cosa ne pensi, collega?

Luca Pezzullo e Alessandro Lombardo