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13 Gennaio 2026L’incendio avvenuto a Crans-Montana ha riportato l’attenzione pubblica su un tema delicato e spesso poco conosciuto: la gestione psicologica delle emergenze. Quando la cronaca si spegne resta ciò che accade alle persone, ai legami e alle comunità quando l’ordine del quotidiano viene interrotto bruscamente.
Un’emergenza non è solo un evento critico, è una rottura del tempo ordinario. Ritmi, certezze e punti di riferimento vacillano e possono comparire reazioni come disorientamento, iperattivazione o momenti di blocco. Questo impatto non riguarda solo chi è stato presente fisicamente, ma può estendersi a familiari, reti affettive, soccorritori fino all’intera comunità.
Viene messo in discussione il senso di sicurezza condiviso, per questo il supporto psicologico in emergenza non è solo individuale, ma riguarda anche la dimensione collettiva.
Non tutti gli eventi critici diventano automaticamente traumatici, ma tutti possono potenzialmente esserlo se mancano reti di protezione adeguate. È in questa finestra che l’intervento psicologico precoce assume un ruolo fondamentale: sostenere i processi di adattamento, contenere lo stress acuto, prevenire che il disorientamento si cristallizzi nel tempo.
Ma chi sono le psicologhe e gli psicologi formati per operare in emergenza?
Non sono professionisti chiamati a fare psicoterapia “tra le macerie”, né a intervenire sull’onda dell’emozione. Sono professioniste e professionisti altamente formati che operano secondo linee guida nazionali e internazionali condivise – come quelle dell’Inter Agency Standing Committee (IASC) – che hanno spostato l’attenzione da una lettura centrata sul trauma a un approccio psicosociale orientato al rafforzamento delle risorse delle persone, delle comunità e dei sistemi di soccorso.
Operano sotto il coordinamento della Protezione Civile in integrazione con Forze dell’Ordine, servizi sanitari e autorità competenti. Il loro compito è aiutare persone e comunità a ritrovare orientamento, stabilità e capacità di azione in contesti che hanno improvvisamente perso prevedibilità.
Intervenire in emergenza, nella pratica, spesso comincia con una chiamata improvvisa. Arriva mentre la vita stava scorrendo altrove. In pochi minuti si interrompe ciò che si stava facendo, si prepara lo zaino, si indossa la divisa (dai colori accesi per essere riconoscibile nella macchina dei soccorsi) e si entra in uno scenario dai confini incerti. Non si sa se durerà ore, giorni o settimane.
È l’ingresso in un tempo sospeso, privo di un setting definito. Ci si muove guidati da una bussola interiore fatta di competenze, allenamento ed esperienza, mentre le priorità si ridefiniscono continuamente e l’attenzione si concentra sulle persone e sui legami messi alla prova.
Che cosa succede allora dopo l’impatto iniziale? Il lavoro psicologico in emergenza non si esaurisce in un singolo intervento. Si articola in azioni integrate e flessibili che si modulano nel tempo: dall’immediatezza dell’evento, al periodo successivo di riorganizzazione e monitoraggio, fino alle attività di formazione e prevenzione che si svolgono durante tutto l’anno. Nelle prime fasi uno degli strumenti principali è il Primo Soccorso Psicologico: una presenza discreta e non invasiva, informazioni chiare, aiuto nell’orientarsi e nel riconnettersi alle risorse disponibili e alle competenze che le persone già possiedono. Accanto a questo trovano spazio altri interventi individuali e di gruppo che aiutano a dare senso a quanto accaduto e a ridurre il rischio che lo stress si radichi nel tempo.
Una parte centrale del lavoro è rivolta anche ai soccorritori, esposti a carichi emotivi intensi e ripetuti: prendersi cura di chi aiuta è essenziale per garantire la tenuta dell’intero sistema dei soccorsi.
Oggi le psicologhe e gli psicologi dell’emergenza intervengono prevalentemente in qualità di volontari all’interno del sistema di Protezione Civile. Si tratta di un impegno ad alta qualificazione costruito nel tempo attraverso formazione dedicata, addestramento continuo ed esperienza operativa sul campo all’interno di associazioni riconosciute. Al di fuori di questi percorsi l’offerta formativa è rappresentata dai master universitari che possono fornire una base teorica importante, ma non sono sufficienti da soli a preparare all’intervento in contesti reali di emergenza.
Si tratta di un modello sul quale è opportuno aprire una riflessione riguardo la sua sostenibilità. Interrogarsi su come garantire qualità degli interventi, tutela di chi opera ed equità di accesso non significa mettere in discussione il valore del volontariato, ma riconoscerne il peso reale ed evitare che questo ambito resti praticabile solo per chi può permettersi di sostenere costi personali elevati.
L’intensificarsi degli eventi emergenziali degli ultimi anni ha portato la Regione Emilia-Romagna a dotarsi di un dispositivo di coordinamento degli interventi psicologici. Il 12 febbraio 2026 la Regione presenterà le “Linee di indirizzo per l’organizzazione dell’intervento psicologico nei contesti di urgenza ed emergenza”, frutto di un lavoro che ha visto anche il coinvolgimento dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi dell’Emilia-Romagna. Un passaggio che riconosce quanto la psicologia sia una componente essenziale e strutturale della risposta alle emergenze all’interno del sistema sociosanitario e di Protezione Civile.
Parlare oggi di psicologia dell’emergenza significa riconoscere che la tutela della salute psicologica è parte integrante della risposta alle crisi. Un lavoro professionale che contribuisce alla stabilità dei sistemi, alla protezione delle persone e alla sostenibilità degli interventi nei contesti di maggiore complessità.

