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La condizione lavorativa degli psicologi in Italia è complessa e fragile.
Parliamo di un professionista che nell’83% dei casi è donna e piuttosto giovane, con un’età compresa tra i 35 e i 45 anni e che nella stragrande maggioranza dei casi lavora in regime di libera professione.

Giovane, donna, libera professionista è un cocktail micidiale nel mondo del lavoro: i dati ci dicono che in Italia un libero professionista tra i 30 e i 40 anni guadagna meno di 20mila euro l’anno, fatturati su cui grava un gender gap – ossia la differenza di reddito tra uomo e donna – che è il 4,5% nel settore pubblico ed arriva fino al 20% nel settore privato (DATI OCSE 2017), una forbice che si allarga sempre più nel corso della carriera.
I professionisti della fascia d’età 40-50 anni arrivano a guadagnare 25mila euro in media se sono donne e 40mila se sono uomini…

In Toscana il reddito medio di uno psicologo è di 12.331,58 euro l’anno (inferiore alla media nazionale che è 13.767,10 euro) e non siamo immuni al gender gap, che è più di 6mila euro: il reddito medio delle psicologhe in Toscana è infatti 11.176,32 euro contro i 17.552,60 euro di uno psicologo.

A fronte di questa situazione critica, in questi sei anni di OPT non abbiamo assistito ad alcuna concreta iniziativa che fosse in grado di sostenere il lavoro degli psicologi.

. Nessun sostegno per i neopsicologi
Lo start up professionale è una fase particolarmente delicata, a maggior ragione in una popolazione che ha già di per sé delle fragilità demografiche.
I dati di reddito ci dicono che per i primi anni dall’abilitazione uno psicologo corre il serio rischio di avere un reddito che lo posiziona al di sotto della soglia di povertà, con una curva di crescita del reddito che impiega più di 3 anni per raggiungere una cifra dignitosa. Quelli non riescono a scollinare, è molto probabile che non ci riusciranno per tutto il resto della propria carriera professionale.

Potenzialmente significa arrivare alla soglia dei 30 anni, con un grosso e impegnativo investimento formativo alle spalle e rischiare di dover ricominciare da zero.
Le implicazioni di questo campo minato per il neopsicologo sono diverse e articolate.

  • Difficoltà nella costruzione di un progetto per il proprio futuro, professionale, personale, familiare
  • Difficoltà ad accedere all’aggiornamento e alla formazione specialistica: il rischio è quello di non poter offrire prestazioni psicologiche di qualità
  • Difficoltà a valorizzare il proprio lavoro, con il rischio di ritenere che l’abbassamento del prezzo delle prestazioni sia l’unico angolo di attacco per entrare nel mercato del lavoro.

Di una presa in carico complessiva di questi aspetti negli ultimi sei anni non c’è stata traccia, a parte la cosiddetta “Cerimonia di impegno solenne”, in cui si consegnano pergamene e si fa la foto di rito con i consiglieri, tra l’altro nello stesso giorno e nello stesso luogo in cui si tiene la giornata di presentazione delle scuole di psicoterapia.

Come a dire che il primo e unico orientamento che si riceve da neoabilitati è quello di iscriversi ad una scuola di specializzazione. Che è uno sbocco certamente valido ma sicuramente non l’unico meritevole di essere preso in considerazione, in special modo per un neoiscritto.

. Nessun sostegno concreto alle difficoltà professionali
A chi può rivolgersi uno psicologo che abbia un dubbio di natura fiscale?
A chi può rivolgersi uno psicologo per avere un orientamento rispetto all’apertura di un’associazione o una cooperativa?
A chi può rivolgersi uno psicologo per avere un confronto sulla legittimità del contratto di lavoro che gli stanno offrendo?
A chi può rivolgersi uno psicologo che necessiti di una consulenza su un progetto che sta scrivendo per rispondere a un bando?
A chi può rivolgersi uno psicologo se ha un dubbio su una questione che potenzialmente può rappresentare una violazione del codice deontologico o addirittura della legge?

Sono tutti dubbi che prima o poi nel corso della carriera professionale si presentano praticamente ad ogni singolo collega.
E in Toscana nessuna di queste esigenze ha una possibilità di risposta dall’istituzione di riferimento, con il rischio di incappare in risposte imprecise quando va bene, grossolanamente errate quando va male, con perdita di possibilità di lavoro o errori dagli esiti anche molto gravi per la nostra utenza.

Alcune di questi servizi o consulenze potrebbero essere concertate insieme ad ENPAP, il quale in almeno due occasioni ha invitato l’Ordine degli Psicologi della Toscana a ragionare su una partnership, ottenendo in risposta solo un eloquente silenzio…

COSA SERVE CONCRETAMENTE AGLI PSICOLOGI TOSCANI?

In 10 anni il volume di denaro speso per acquistare servizi psicologici è raddoppiato, secondo un trend di crescita strutturale: nel 2017 il mercato della psicologia era stimato in più di un miliardo di euro.
Significa che, nonostante la crisi, in questi anni i cittadini hanno sempre più ricercato servizi psicologici: questo trend ci ingaggia inevitabilmente, come psicologi e come istituzioni, a offrire servizi in grado di rispondere a quest’esigenza con qualità, etica, responsabilità sociale.
Non possiamo infatti non tenere in considerazione che ciò che ci contraddistingue come psicologi è il compito di dare risposte concrete ed efficaci alla sofferenza delle persone, della famiglia, di tutti i sistemi e le organizzazioni in cui si trovano a vivere.
In questo scenario complesso e fragile, negli ultimi sei anni la gestione di OPT si è mossa senza andare molto oltre l’ordinario e l’amministrativo, trascurando tanto il contatto con la cittadinanza quanto il sostegno al lavoro degli psicologi.

Chiariamo: l’Ordine non è un servizio di collocamento, non serve a trovare lavoro agli psicologi, serve a tutelare i cittadini. E’ la legge a stabilirlo.

Da sempre, però, è convinzione di AltraPsicologia che gli Ordini non possano limitarsi alla tenuta dell’albo e alla sanzione disciplinare. Tutela della cittadinanza è per noi anche azione attiva, è sostegno alla qualità del lavoro degli psicologi e interlocuzione istituzionale per allargare le possibilità di accedere ai servizi psicologici da parte dei cittadini.

Significa lavorare sul riconoscimento sociale dello psicologo, attraverso azioni di lobbying istituzionale per posizionare lo psicologo come professionista d’elezione in contesti come quello scolastico, ospedaliero, carcerario, territoriale.

Significa anche rivolgersi direttamente alla cittadinanza, facilitando l’incontro diretto tra domanda e offerta, sostenendo un ruolo dello psicologo che non sia solo il “superesperto” da chiamare solo per problemi seri e gravi, ma anche il consulente, il professionista cui rivolgersi per percorsi brevi, per avere un orientamento o un sostegno per quei problemi quotidiani che sempre più mettono in difficoltà le persone, in questa società liquida e frettolosa dove inevitabilmente si sono persi i riferimenti come la famiglia d’origine (da cui spesso si è costretti ad allontanarsi).

Significa ad esempio che l’Ordine fornisce servizi di orientamento e formazione allo start up professionale perché questo consente, anche agli psicologi ai primi passi, di muoversi sin da subito sul mercato con una bussola funzionante.

Significa fornire aggiornamento e formazione continua, che possono dare nuovi strumenti o aprire nuovi ambiti di intervento, perché questo fa in modo di sostenere la qualità della prestazione psicologica.

Di queste azioni solo una minima parte è stata portata avanti negli ultimi sei anni di gestione di OPT.
Tanti eventi di formazione, spesso accreditati ECM, la FAD, la biblioteca: tutte iniziative che sicuramente permettono formalmente di ottemperare agli obblighi formativi così come prescritto dall’Art.5 del nostro Codice Deontologico.

Ma quanta di questa formazione è stata in grado di aprire agli psicologi nuovi orizzonti lavorativi?
Quanti hanno orientato la prospettiva di uno psicologo in nuovi ambiti di intervento?

L’APA ha individuato i 10 trend di maggiore sviluppo per la psicologia nei prossimi anni: nessuno di questi è stato praticamente mai toccato.

L’offerta di aggiornamento è un punto di partenza, da mantenere e pure consolidare, ma dopo 6 anni non possiamo restare fermi al palo: occorre un cambio di marcia deciso, una visione diversa, articolata, sfidante, di largo respiro.

Occorre andare oltre la forma e mettere tanta sostanza che aiuti i neopsicologi ad avviare la professione, che sostenga il lavoro di chi è sul campo già da qualche anno, che dialoghi con la cittadinanza e le istituzioni, rendendoci i più riconoscibili e i più affidabili.