
Counselor nei Centri per la Famiglia: AltraPsicologia scrive al Ministero.
11 Marzo 2026L’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha alzato la mano (con rapidità sorprendente) valutando il trasferimento della propria sede amministrativa e istituzionale in un nuovo complesso tra Piazza Castello e Foro Buonaparte. L’operazione, nel suo complesso, vale circa 4,2 milioni di euro su dodici anni: una delle decisioni finanziarie più rilevanti nella storia dell’Ente.
Oggi l’Ordine sostiene due canoni di locazione per un totale di circa 190.000 euro annui, con contratti in scadenza a metà del 2027. Il nuovo assetto porterebbe questo costo a circa 330.000 euro annui, con un incremento netto e strutturale della spesa corrente. A questo si aggiungono circa 150.000 euro per lavori di adeguamento, il trasloco, le spese per le utenze e ulteriori somme già impegnate per consulenze, tra cui 40.000 euro per lo studio tecnico di fattibilità del cambio sede inserito nelle variazioni di bilancio.
Se il quadro economico appare già poco coerente sul piano costi/benefici, ancora meno coerente risulta il percorso amministrativo che ha portato a questa proposta.
Dal punto di vista normativo, la locazione passiva è esclusa dalle procedure di gara previste dal D.Lgs. 36/2023 (art. 56), consentendo di procedere senza bando. Questo però non elimina l’obbligo di rispettare i principi di trasparenza, imparzialità ed economicità sanciti dall’art. 97 della Costituzione, che in questi casi diventano ancora più stringenti.
Tradotto: se non si attiva una procedura competitiva, è necessario costruire un percorso che dimostri, in modo verificabile, che quella scelta è la migliore disponibile. Soprattutto quando parliamo di 4 milioni di euro.
Questo passaggio, allo stato, non emerge con sufficiente chiarezza.
Non risulta la pubblicazione di un avviso pubblico o di una manifestazione di interesse. Non risulta una raccolta strutturata di alternative comparabili. Non risulta una ricognizione preventiva del patrimonio pubblico – Comune, Regione o altri enti – che rappresenta una prassi amministrativa ordinaria prima di rivolgersi al mercato privato.
La trattativa si è svolta direttamente tra l’Ordine e la società proprietaria degli immobili, la stessa che già concede in locazione la Casa della Psicologia. Questo elemento viene utilizzato per sostenere il carattere di infungibilità dell’operazione: la possibilità di accorpare gli spazi nello stesso plesso, evitando il trasferimento della sede istituzionale.
Il punto è che l’infungibilità, anche quando richiamata per analogia all’art. 76 del Codice dei contratti (procedura negoziata senza bando), non è un criterio discrezionale. È una condizione eccezionale che deve essere dimostrata in modo puntuale, escludendo la presenza di alternative equivalenti. Non basta la continuità logistica o la comodità organizzativa. Serve una verifica comparativa reale.
Questa verifica, nei fatti, non si vede.
Riprendendo le parole del commercialista dell’Ordine dott. Sturaro, in sede di bilancio, “questo è un investimento di 12 anni”. E proprio per questo un ente pubblico che incassa circa 3 milioni di euro all’anno dalle quote degli iscritti dovrebbe ragionare anche in termini patrimoniali.
In più, resterebbe comunque una doppia gestione con la Casa della Psicologia che necessita di vigilanza e accoglienza con una spesa annua di euro 37.000 da aggiungere al “budget deluxe”. Sempre più soldi, sempre meno coerenza.
L’acquisto di un immobile non è speculazione, come suggerito in modo discutibile nella nota integrativa della Presidente Di Mattei, che parla di “immobile che perde valore”. L’acquisto, per un ente pubblico, è costruzione di patrimonio. Significa trasformare una spesa corrente in un investimento, ridurre nel tempo il peso degli affitti e rafforzare l’autonomia dell’ente.
A chi serve una sede in Piazza Castello?
Una sede in piena ZTL, con accessi limitati, difficoltà strutturali di parcheggio, criticità nei giorni di sciopero e una collocazione che, nei fatti, complica la vita a chi viene da fuori Milano ma spesso anche a chi si muove dentro Milano. È una scelta che può avere un valore simbolico, ma che fatica a reggere sul piano funzionale.
Diventa un problema per gli iscritti che arrivano da fuori Milano e una difficoltà concreta anche per i dipendenti. Esistono molte zone della città facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici e dotate di parcheggi accessibili, con costi più contenuti e standard qualitativi altrettanto adeguati.
È come comprare una Ferrari per fare la spesa sotto casa: fa scena, ma non risolve il problema.
Noi immaginiamo una sede unica con uffici e una sala conferenza per le iniziative della Cdp. Un ente regionale vivo, accessibile, rappresentativo e magari sostenibile, individuato nei contesti ad alta classe energetica.
L’operazione viene motivata con la crescita dell’Ordine e l’aumento delle attività. Tuttavia, una parte significativa dei servizi è già oggi digitalizzata: procedure amministrative, sportelli, formazione. In questo contesto, l’aumento degli spazi non è una conseguenza automatica, ma una scelta che dovrebbe essere supportata da una reale analisi del fabbisogno e da modelli organizzativi più flessibili, che integrino presenza e smart working.
Analisi che, ad oggi, non risulta formalizzata in una delibera strutturata: non sono definiti in modo puntuale il numero di postazioni, le metrature necessarie, i criteri di localizzazione. Senza questo passaggio, il rischio è evidente: non si parte dal bisogno per costruire la soluzione, ma dalla soluzione per costruire il bisogno.
Come se fosse passata sotto il naso della Presidente un’occasione da cogliere al volo, da chiudere il prima possibile. Il problema è che, a guardarla nei numeri, questa “occasione” rischia di essere tutt’altro che vantaggiosa. Si passa infatti da un affitto di circa 190.000 euro annui a uno superiore ai 330.000 euro. Quasi il doppio, senza costruire alcun patrimonio e senza una procedura comparativa che dimostri che l’immobile selezionato sia davvero la soluzione migliore disponibile.
Ma non basta dire che una sede è bella, centrale o prestigiosa. Non basta evocare l’efficienza. Quando si impegnano milioni di euro, le scelte vanno dimostrate.
Se proprio la Presidente Di Mattei sente il bisogno di dimostrare qualcosa ai suoi iscritti, che lo faccia perlomeno con cognizione di causa, ascoltando i reali bisogni della categoria.
Alla prestigiosità, noi preferiamo la coerenza e l’efficacia.
Ma soprattutto pretendiamo processi trasparenti, chiari e amministrativamente solidi.
E oggi, su questo, i documenti non sono ancora sufficienti a dimostrarlo.

