
ATS: un concorso, mille aspettative, 36 mesi di incertezze
17 Luglio 2025
Psicologia e salute mentale territoriale: un’occasione da rafforzare
25 Luglio 2025Il Consiglio Nazionale ha istituito la nuova commissione deontologica nazionale. Sembra che l’obiettivo sia tentare una nuova revisione del codice deontologico, dopo la bocciatura da parte del Consiglio di Stato di quella del 2023.
LA BOCCIATURA DELLA REVISIONE 2023
Partirei proprio dalla bocciatura della revisione 2023, che è stata il punto di caduta finale di un processo che rischia di ripetersi anche questa volta.
Per quella revisione si nominò una commissione troppo piccola, per oltre metà dei componenti povera di competenze tecniche, composta in base a spartizioni di bandiera più che all’esperienza sul campo.
La commissione lavorò con scarsi mezzi ed un mandato istituzionale debole, cercando di fare il meglio possibile.
Dico che il mandato fu debole perché il CNOP sostanzialmente ignorò i lavori di revisione fino all’ultimo, cioè fino a quando la bozza divenne un oggetto politico di cui potersi potenzialmente fregiare.
Solo a quel punto, molto tardi e frettolosamente, la revisione diventò oggetto di dibattito.
L’intero percorso fu disordinato e non pianificato, mancando di checkpoint intermedi di verifica allargata e di momenti codificati di coinvolgimento aperto della comunità professionale.
Molti di noi hanno cercato di contribuire a migliorare quella revisione, ma lo abbiamo dovuto fare in clandestinità, a causa di un clima di epurazione di nomi controversi per ragioni di schermaglia politica.
Il risultato è stato inevitabilmente parziale, e a tratti carente.
I pervenuti dell’ultimo minuto hanno poi avuto gioco facile a lanciare freccette dopo aver taciuto ed essersi disinteressati per anni, nonostante la revisione in atto fosse affare di tutta la comunità professionale.
Ciliegina finale, il CNOP deliberò una versione del nuovo Codice e poi ne mise a referendum un’altra, priva della premessa etica. Una decisione che ancora oggi non si sa da chi e quando sia stata presa.
Questo clamoroso errore di cui nessuno si è mai preso la responsabilità, e che nessuno fece notare tempestivamente, diede appiglio a quel ricorso nato dalla comunità professionale a cui il Consiglio di Stato ha dato ragione.
Un processo di revisione dunque mancante di almeno due requisiti fondamentali: ordine e partecipazione.
LA STORIA RISCHIA DI RIPETERSI
Con la nuova revisione, a mio avviso si rischia di ricalcare gli stessi errori.
IL CNOP ha nominato una nuova Commissione, con l’ambizioso obiettivo di produrre un nuovo Codice.
La sensazione è, però, che si voglia soprattutto firmarlo, metterci la targhetta con il proprio nome.
Lo dico a ragion veduta: si crea la commissione ma non stanno circolando idee sul codice, sulla sua struttura, sui suoi contenuti. Non c’è un dibattito di merito, che dovrebbe precedere o accompagnare l’iniziativa istituzionale. La comunità non è ingaggiata e i player politici sono divisi e in conflitto.
Il Codice non pare un oggetto da discutere, ma solo un’altra tacca, un trofeo, un risultato politico da assegnarsi.
Questo clima è un problema, perché il presupposto di un buon lavoro revisionale è che sia sentito come una cosa di tutti, un valore comune.
Non per nulla i codici deontologici ed etici delle professioni sono fra i pochi manufatti umani a non avere firme.
Facciamoci caso: dal primo codice etico, il Code of Medical Ethics of the American Medical Association del 1847, fino al Codice deontologico dei counselor di AssoCounseling, nessuno firma mai i propri codici. Non si fa, a differenza di leggi ordinarie significative, che vengono chiamate con il nome dei proponenti (Gelli, Lorenzin) o addirittura di interi Codici penali (Rocco, Zanardelli).
E c’è un motivo: leggi e codici penali agiscono per principio di autorità e riflettono il retroterra ideologico di chi li produce, mentre i Codici deontologici, pur essendo prescrittivi, richiedono una quota di adesione da parte della comunità professionale. Non agiscono solo per principio di autorità, ma anche per identificazione con dei valori comuni e sovraordinati.
La firma di parte, la rivendicazione di paternità, farebbe venir meno questa irrinunciabile natura comune e sovraordinata. Il Codice deve essere figlio della comunità, non di una parte politica o dei revisori.
Ecco: qui invece siamo già di fronte ad un’azione ‘di parte’: la nomina della commissione e il mandato istituzionale sono avvenuti in un contesto diviso e con una logica divisiva, in un CNOP che è spezzato in due gruppi opposti fra loro, ed in cui la maggioranza governa per pochi voti.
Nessuno pare preoccuparsene troppo, ma in realtà se questa faccenda non si risolve, quantomeno rispetto alla deontologia, si parte già in difetto strutturale, anche perché per la nostra professione il processo di revisione deve concludersi con un referendum.
E se ci si presenta al referendum come ci si è presentati nel 2023, sarà un insuccesso. Occorre invece presentarsi con una proposta riconosciuta da tutte le parti politiche e preventivamente vagliata dalla comunità professionale.
IL METODO
L’atto di comunanza politica e di rinuncia di paternità da cui si dovrebbe partire per la revisione, dovrebbe poi tradursi in un metodo.
E questo metodo deve garantire la diluizione delle istanze ideologiche, conflittuali e narcisistiche dei singoli e dei gruppi in una forma di comunanza che comprenda ed includa tutti.
Sostengo pubblicamente da anni – e Altrapsicologia conviene – che l’unico modo che abbiamo per revisionare il Codice deontologico sia il metodo consensuale, sul modello della consensus conference. Per chi voglia approfondire, è tutto in questa raccolta di contributi che vanno dal 2015 al 2024: https://bit.ly/4lILHNR
Un metodo costoso, lento, progressivo, ma l’unico in grado di sottrarre la revisione all’arbitrio delle singole parti e porla dove dovrebbe stare: al di sopra di tutte le nostre risse, tronfiaggini, incompetenze e meschinità.
PROPOSTE PER UNA REVISIONE DEL CODICE DEONTOLOGICO
Dato che stiamo (anzi: stanno, io sono solo un umile suddito) iniziando un nuovo giro della giostra delle revisioni, mi permetto di appoggiare un paio di idee maturate mentre contemplavo i cantieri.
(1)
Sul metodo: ne ho già scritto ampiamente e non mi dilungo: è quello consensuale (modello delle consensus conference).
(2)
Sulla partecipazione: il metodo della consensus prevede strutturalmente la partecipazione, perché non c’è consenso senza partecipazione. Aggiungerei solo che è necessario coinvolgere un ampio panel di esperti che non sia solo di provenienza psicologica, ma anche almeno giuridica, bioetica, sociologica e linguistica. Prevedo comunque già che ad un certo punto ci saranno epurazioni sui nomi e sulle appartenenze: è già successo, i vizi umani sono sempre quelli. Questo basterà da solo a far fallire la revisione.
(3)
Sulla struttura: prima ancora che nel contenuto, il nostro Codice va riorganizzato nella struttura, che oggi è per target (utenza, società, colleghi) mentre dovrebbe essere per temi (valori e finalità, segreto, contratto, consenso, rapporti etc) come tutti i codici nell’area civil law. Questo renderebbe il Codice più fruibile e revisionabile in modo modulare. Ne ho parlato in un intervento come relatore ad un convegno dedicato dell’Ordine Veneto, nel 2024 (atti: https://bit.ly/44O70b1).
(4)
Sui contenuti: il lavoro sui singoli temi, il cui outcome sono gli articolati, dovrà prevedere un recupero delle ampie parti sane del codice attuale, sia per la familiarità che abbiamo con l’attuale dettato, sostanzialmente uguale da trent’anni (che va rispettata, ai colleghi non si può stravolgere tutto) che per l’alta qualità che hanno. La revisione dovrà quindi essere un buon restauro conservativo, con l’aggiunta delle complicanze che la vita ci ha messo davanti negli ultimi trent’anni, sia sociali che tecnologiche che organizzative e normative. Restaurare è molto più difficile che abbattere e ricostruire: richiede di accantonare il narcisismo arrogante che ha portato all’abbattimento di interi quartieri storici per far posto ai blocchi in vetrocemento che abbruttiscono le nostre città.
(5)
La giurisprudenza: rido, accarezzando l’idea di una segnalazione disciplinare collettiva a tutti i presidenti ed ex presidenti degli Ordini degli ultimi trent’anni, per infrazione collettiva dell’articolo 41 del Codice Deontologico laddove prevede che le revisioni del Codice debbano basarsi sulla giurisprudenza. Un bel problema per chiunque voglia nuovamente cimentarsi, dato che nessuno sembra essersi mai preoccupato di raccogliere sistematicamente la giurisprudenza disciplinare. E considerando che al momento non siamo nemmeno in grado – caso pressoché unico – di avere un regolamento disciplinare omogeneo in tutte le regioni, dubito che questo problema sarà risolto.
CONCLUSIONI
Non voglio essere pessimista, ma temo che nonostante la buona volontà, l’esperienza dei colleghi coinvolti e le loro competenti proposte, se il CNOP non guarisce dalla patologia che l’affligge, anche questo nuovo tentativo di revisione sarà un buco nell’acqua.
Questa patologia si chiama divisionismo imperialista: è l’idea che governare il CNOP sia una guerra fra imperi in guerra e che il vincitore di turno debba occupare invece che occuparsi, che debba piantare i propri vessili sul punto più alto del castello, mentre per le strade si continua a bisticciare.
Ci vorrebbero forti ideali comuni, grandi valori, statisti e sovrani illuminati, intellettuali devoti e pure un po’ di camomilla per tutti. Tutte cose che non abbiamo oppure abbiamo a dosaggi insufficienti.

