
Il benessere psicologico a scuola è un optional
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22 Ottobre 2025Lavoro in un consultorio.
Dovrei occuparmi di prevenzione, sostegno alla genitorialità, promozione della salute… insomma, aiutare le persone a stare meglio.
Invece passo metà del mio tempo a chiedermi: “Ma io, esattamente, per chi lavoro oggi?”
Perché a volte sembra che l’Istituzione non lo sappia più.
Un giorno sei un professionista sanitario.
Il giorno dopo ti trasformi in una specie di agente segreto del Tribunale, versione economica di James Bond: “Mi raccomando, dottò, ci serve una relazione clinica dettagliata, ma senza violare la privacy eh!”
Certo. Come fare un’autopsia senza toccare il corpo.
E nei ritagli di tempo, diventi pure un membro onorario della polizia morale: vai nelle scuole a parlare ai ragazzi, ma senza nominare il corpo, la sessualità o l’affettività… almeno fino ai 14 anni, quando ormai il web ha già completato il corso base di educazione sessuale parallela.
Quella senza docenti, ma con tanto streaming: dove impari più su performance e stereotipi che su consenso e desiderio.
Una volta il nostro interesse era chiaro: la salute.
Articolo 1 della Legge 833 del 1978: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo.”
Bello, lineare, umano.
Ora invece sembra più: “La Repubblica tutela la salute… ma solo se non disturba troppo i decreti ministeriali e le ideologie del momento.”
Così, nel mio consultorio, mi ritrovo in questo paradosso perfetto: non posso più parlare di educazione sessuale a scuola perché, secondo un disegno di legge, prima dei 14 anni i ragazzi devono restare vergini anche dal punto di vista cognitivo; però poi mi arrivano al consultorio genitori disperati perché il Tribunale li ha “mandati a lavorare sulla genitorialità” dopo aver maltrattato un figlio con incongruenza di genere.
E io, seduto lì, con la mia laurea e la mia etica, mi ritrovo a dover spiegare a papà e mamma che forse il problema non è il figlio, ma la loro difficoltà ad accettarlo.
E lo devo fare proprio con quegli stessi adulti che, quando siamo nelle scuole, per legge possono indignarsi: “Eh no, queste cose non vanno dette ai bambini! Non dovete parlare di genere, di affettività, di identità!”
Capito il capolavoro?
Io non posso parlarne ai figli, perché è troppo presto.
Ma devo parlarne ai genitori, perché ormai è troppo tardi.
Un eterno limbo educativo, dove la prevenzione è un peccato e la cura è un reato d’opinione.
Benvenuti nel nuovo rinascimento sanitario italiano: il curante-valutatore-delatore.
Una figura mitologica metà psicologo, metà funzionario giudiziario.
“Dottore, ci serve una valutazione obiettiva, ma anche empatica, però con valore legale, ma confidenziale, e se può pure in triplice copia.”
E intanto nei corridoi si respira una specie di schizofrenia istituzionale che ti frigge la mente: la mattina compili statistiche per i LEA, il pomeriggio ricevi l’email del Tribunale (“urgentissimo!”), e la sera ti chiedi se non fosse stato meglio aprire una pizzeria sociale.
Almeno lì, il cliente ti dice cosa vuole e tu glielo dai: margherita, diavola, quattro formaggi.
Nel consultorio invece, ti chiedono di prevenire e promuovere salute ma di non toccare certi argomenti.
Un po’ come se un dentista potesse guardarti i denti, ma senza aprire la bocca.
Almeno, in pizzeria, l’unica cosa che frigge è l’olio per gli antipasti.
Ben tre disegni di legge per stabilire che per parlare di educazione sessuale serve il consenso informato preventivo, il materiale didattico approvato, la benedizione papale e, possibilmente, un test di purezza morale.
Nel frattempo, su TikTok, dodicenni spiegano la differenza tra poliamore e anello vaginale con un lessico che manco Masters & Johnson.
Ma guai se a scuola si prova a parlare di affettività.
“Si scandalizzano i genitori!”
Certo, poi gli stessi genitori arrivano al consultorio con la faccia smarrita: “Dottore, in classe di mio figlio hanno visto dei video strani… potete farci un progetto sull’educazione sessuale?”
E tu pensi: Certo, ma prima fatemi chiedere il consenso del Ministro.
La verità è che siamo diventati ostaggi.
Ostaggi delle ideologie, dei tribunali, dei decreti, delle circolari ministeriali.
Noi che dovremmo fare prevenzione, costretti a fare diagnosi retrospettive su famiglie già esplose.
Noi che dovremmo promuovere fiducia, a spiegare ai pazienti che sì, possono parlare liberamente… ma forse non tutto, perché non si sa mai cosa ci farà il tribunale con la nostra relazione clinica.
Forse la vera prevenzione primaria oggi sarebbe insegnare ai professionisti sanitari a dire “no.”
“No, non posso fare il detective.”
“No, non posso educare senza parlare di corpo.”
“No, non posso curare se devo prima chiedere l’autorizzazione al legislatore.”
Perché la salute, quella vera, non si cura con decreti ideologici.
Si cura con il rispetto, con l’ascolto, con la fiducia.
E con un po’ di ironia, che ormai è l’unico farmaco ancora mutuabile.

