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Nella realtà, sappiamo che la clinica non è mai neutra: in una società basata sul libero mercato, è inevitabilmente attraversata da dinamiche economiche — del terapeuta come del paziente.
L’accelerazione tecnologica, unita oggi a una crescente accessibilità degli strumenti digitali da parte dell’utenza, ci sta trascinando rapidamente verso una deriva inquietante.
Sempre più spesso, infatti, la regia del nostro lavoro sembra spostarsi nelle mani delle grandi aziende che da un lato offrono servizi per i professionisti e accessibilità per per gli utenti, ma dall’altro finiscono per definire standard, limiti e metriche che influenzano e modellano concretamente la pratica clinica.
Nella sostanziale assenza di un pensiero clinico critico, capace anche di rimettere in discussione i suoi assetti consolidati in funzione dei cambiamenti sociali e tecnologici, quanto stiamo rischiando di lasciare che a dare forma alla pratica clinica moderna e del futuro siano le aziende e quanto questa forma rischia di essere sbilanciata sulle esigenze di mercato e profitto?
Stiamo ancora guidando noi, o ci stiamo limitando a “stare al volante” mentre qualcun altro decide la strada, la velocità, e persino il paesaggio?
Perché il rischio non è solo che le piattaforme, guidate da esigenze di profitto e sopravvivenza sul mercato, dettino come lavoriamo — durata delle sedute, numero di incontri, modalità di presa in carico, perfino il linguaggio “user friendly” da adottare.
Il rischio, più subdolo, è che dettino che cosa consideriamo clinicamente rilevante.
Se una piattaforma premia la rapidità, quanto il terapeuta sarà tentato di comprimere il processo?
Se valorizza la retention, quanto la terapia rischia di diventare più accomodante che trasformativa?
Quanto strumenti nati per democratizzare l’accesso rischiano di omologare l’esperienza, svuotando di senso il cuore più artigianale della pratica clinica?
I sistemi tendono all’equilibrio e il mercato si autoregola, in base alla condizioni e alle forze che trovano.
Allora qui non si tratta (almeno non solo) né di aziende cattive né di complotti delle multinazionali: la forza che manca in questo sistema è la nostra comunità scientifica e professionale.
Da un lato c’è la base dei colleghi e colleghe: difficoltà a stare sul mercato, a gestire le incombenze burocratiche e le incertezze nelle fluttuazioni di reddito.
Dall’altra una comunità scientifica frammentata in mille scuole e sottoscuole, attraversate a loro volta da dinamiche di mercato ed esigenze identitarie che spesso si irrigidiscono di fronte a cambi di paradigma per paura di annacquare sia il modello dal punto di vista clinico sia il prodotto dal punto di vista del mercato della formazione.
Allora la domanda scomoda è:
chi sta pensando a cosa sta cambiando nella pratica clinica oggi?
Chi sta ragionando sui mutamenti del lavoro digitale, delle relazioni mediate dallo schermo, della cultura dell’immediatezza, della logica dell’algoritmo?
Noi lo stiamo facendo molto poco e ostacolati da mille resistenze interne, lasciando che sia qualcun altro, con le mani più libere, a farlo.
Qualcun altro che è influenzato da obiettivi molto diversi dall’efficacia clinica: scalabilità, prevedibilità, minimizzazione dei costi.
Tutte cose legittime in un bilancio aziendale, ma controverse se applicate senza filtro alla complessità della pratica clinica.
In assenza di un pensiero critico, oltre che di una presenza istituzionale che non sia preoccupata di perdere consenso elettorale, stiamo rapidamente scivolando verso una mera commercializzazione della pratica clinica.
Clinica che se non viene ripensata criticamente, rischia di diventare un prodotto: impacchettato, replicabile, misurabile in KPI che nulla dicono sul cambiamento psicologico.
Una terapia forse efficiente dal punto di vista aziendale ma quanto efficace dal punto di vista clinico?
E allora la questione si ribalta:
non è la tecnologia il problema.
È l’assenza della psicologia nella progettazione della tecnologia al servizio della terapia.
Se la professione non porta il proprio pensiero clinico, etico e deontologico nelle stanze dove si disegnano piattaforme, protocolli, modelli di business, saranno quei modelli a riplasmare — silenziosamente — ciò che noi chiamiamo cura.
E’ urgente recuperare una posizione di regia.
Non per opporsi alla tecnologia, ma per ricollocare al centro la domanda clinica: che cosa serve davvero alle persone? Cosa le può aiutare?
E come possiamo costruire una pratica clinica che integri strumenti digitali e di intelligenza artificiale che potenzino, invece di distorcere, il processo terapeutico?
Se non interveniamo ora, rischiamo che la terapia del futuro sia già stata progettata da chi non si occupa davvero di terapia, non comprende la complessità relazionale, ma sa perfettamente come ottimizzare un funnel.

