
Risse in pronto soccorso? In Toscana arrivano i facilitatori (e non sono psicologi)
20 Novembre 2025
IA e strumenti digitali in terapia: schiavi del mercato?
2 Gennaio 2026Vorrei poter dire che il 2026 sarà un anno qualunque per la psicologia.
Mi piacerebbe davvero.
Per due motivi.
Il primo è la stanchezza.
Quella che mi procura un mondo che corre sempre più veloce, l’infodemia quotidiana, le prese di posizione radicali, l’intelligenza artificiale che ormai ti ritrovi anche sotto il cuscino, pronta a suggerirti da che lato dormire.
Il secondo è l’effetto salsa Béarnaise che mi provocano iperboli come risultato storico, svolta epocale, impegno solenne, formule che sempre più spesso caratterizzano le comunicazioni di taluni nostri politici.
Dichiarazioni roboanti, spesso scollegate dalla realtà quotidiana dei servizi e delle persone.
Se guardo a come è stato il 2025, faccio fatica a individuare segnali davvero positivi. A meno di non volerci raccontare che “per fortuna il disagio mentale aumenta, così c’è sempre più bisogno di psicologi”.
Una narrazione che forse dovremmo iniziare a maneggiare con maggiore cautela.
Alcune cose che ho imparato nell’ultimo anno
• se un adolescente protesta silenziosamente all’esame di maturità non va bene;
• se però i bambini a scuola non ci vanno proprio, sembra andare benissimo;
• far entrare un professionista in un’aula scolastica richiede millemila firme di entrambi gli esercenti la responsabilità genitoriale;
• far uscire un testo di legge sulla psicologia delle cure primarie senza la postilla a isorisorse (cioè: senza soldi) è, invece, impensabile.
Diciamo allora che, se nel prossimo anno non succedesse nulla di clamoroso, forse sarebbe quasi meglio.
Ma non sarà così.
Continueranno – silenziose e imperterrite – trasformazioni già in atto, che stanno ridefinendo il nostro ruolo nella società.
E, come spesso accade, rischiamo di fare ciò che sappiamo fare meglio: lamentarci quando le uova sono ormai rotte nel paniere.
A meno che non decidiamo di alzare lo sguardo.
Di informarci, partecipare, esserci.
Di diventare attrici e attori di un processo che va avanti comunque, spesso sopra le nostre teste.
A patto di iniziare a concentrare le energie su alcuni nodi centrali.
1. Salute mentale: da emergenza a infrastruttura
Se nello scorso quinquennio la salute mentale è stata trattata come emergenza – anche grazie ai fondi post Covid – nel 2026 i nodi verranno al pettine.
Il disagio mentale non è un’eccezione: è parte integrante della società.
Le risposte delle politiche sociali e sanitarie dovrebbero esserlo altrettanto.
Sdoganato (finalmente) il tema che “serve lo psicologo” in tutti i contesti, resta la partita più delicata:
in che posizione, con quale formazione, con quale inquadramento, con quali fondi?
E soprattutto: lo psicologo serve nella progettazione dei servizi, nella definizione degli interventi, prima ancora che nella loro esecuzione.
Per questo è necessaria una voce unitaria della categoria: associazioni, sindacati, Ordini.
Su questo fronte, però, i passi sono ancora timidi. E non tutti sembrano avere fretta di avvicinarsi.
2. Lavoro, denatalità e nuove forme di alienazione
Nel 2026 parleremo ancora di grandi dimissioni?
Di burnout?
Di mobbing?
Probabilmente sì.
Con il calo cronico delle nascite, la ricerca di risorse umane e la cura del benessere di chi lavora diventeranno sempre più centrali.
Gli psicologi saranno chiamati con maggiore frequenza nelle organizzazioni a “motivare”, “sostenere”, “potenziare”.
Talvolta con una richiesta implicita: cambiare le persone senza intaccare il sistema.
La domanda, allora, è politica e professionale insieme:
riusciremo a tenere insieme benessere individuale e responsabilità organizzativa?
Stiamo guardando con sufficiente attenzione a questa area della psicologia, tutt’altro che marginale?
3. AI: l’amica geniale o un’ossessione
Nel 2026 l’intelligenza artificiale, per alcuni, sarà parte della quotidianità professionale.
Per altri resterà uno strumento del demonio.
Forse per la prima volta stiamo assistendo alla nascita di un vero gap generazionale nella professione.
Abbiamo superato le antipatie tra dinamici e cognitivisti, si è fatto più sfumato il confine tra privato e pubblico, ma si allarga quello tra chi approfondisce le nuove tecnologie e chi si rifugia nella solida tradizione.
È probabile che l’AI, come supporto tecnico, entri a far parte di future linee guida.
La domanda è: preparate da chi?
Con quale formazione tecnica ed etica?
E con quale idea di relazione?
4. Adolescenze, genitorialità e nuove fragilità relazionali
Nel 2026 sono pronta a scommettere – previsione in stile Paolo Fox – che si continuerà a parlare di adolescenti fragili.
Mi affido alla fiducia nella comunità professionale per ribadire, in ogni contesto, che non ci sono adolescenti (né genitori) da aggiustare.
C’è piuttosto una società che alimenta solitudine relazionale, ansia da prestazione, colpevolizzazione.
Qui la psicologia ha una responsabilità pubblica.
Anzi: noi abbiamo una responsabilità pubblica.
Tradurre il linguaggio clinico in concetti comprensibili, non in parole instagrammabili.
Ricordare che il nostro fine, come indica il Codice Deontologico, è accrescere le conoscenze sul comportamento umano e utilizzarle per promuovere il benessere psicologico.
Non vincere la corsa al reel con più like.
5. Prenderci cura di casa nostra (sì, la nostra)
Tema poco glamour, ma necessario.
Un po’ come fare le pulizie di casa prima di invitare i parenti al pranzo di Capodanno.
Nel 2026, quali “lavori domestici” ci aspettano?
5.1 Il Codice Deontologico
Se ne parla spesso, ma resta sostanzialmente fermo al testo del 1998.
Oggi sono iscritti all’Albo professionisti che nel ’98 non erano ancora nati.
Ancora una volta si favoleggia di mastodontici processi di revisione partecipata.
Li attendiamo con interesse. E con un certo sano scetticismo.
5.2 ECM: sanzioni e recuperi
Il sistema attuale dice che se non sei in regola sarai sanzionato.
Il problema è che non è chiaro come, quando e con quali strumenti rimediare.
Non è (solo) un problema di comprensione individuale.
Manca un regolamento.
E continua a mancare un Consiglio Nazionale che se ne occupi in modo strutturato.
5.3 Specializzazioni
Tutto il mondo intorno cambia, ma la specializzazione resta ferma a “specialista in psicoterapia”.
Un po’ come dire: specialista in tutte le cucine del mondo.
Specializzati a trattare tutte le persone, in tutti i contesti, con tutte le problematiche.
Un paradosso che meriterebbe una riflessione seria e non più rinviabile.
5.4 Pensioni
Per anni la priorità è stata sopravvivere: arrivare a fine mese, trovare i primi pazienti.
Oggi i dati raccontano una realtà diversa: si lavora prima, si lavora di più, i redditi sono gradualmente aumentati (non è un punto d’arrivo, ma è un dato).
Ora è tempo di mettere in sicurezza anche il futuro.
Soprattutto per una professione composta in prevalenza da donne, che – sempre le statistiche alla mano – vivranno a lungo e spesso da sole.
Io ho già trovato colleghe per il cohousing.
Ma servirà comunque una pensione adeguata.
E questo significa iniziare ora a occuparsene, anche collettivamente.
Per concludere. Anzi, per iniziare
Il 2026 ci chiederà una cosa semplice e difficilissima: esserci.
Prima con la testa che con il cuore (quello lo do per scontato, come l’empatia).
Esserci non solo negli studi professionali, ma nel dibattito pubblico, nelle politiche sanitarie, nelle narrazioni sociali.
Con competenza, flessibilità, rigore e coraggio.
Coltiviamo il nostro essere una categoria rilevante.
Coltiviamo la nostra voce.
Un gesto concreto, adesso
AltraPsicologia ha avviato una raccolta firme su Change.org per tutelare il diritto di insegnanti e genitori di inserire progetti di educazione sessuo-affettiva nelle scuole di ogni ordine e grado.
Lo chiede la maggioranza degli italiani.
Lo chiedono nove giovani su dieci.
Sappiamo quanto l’educazione all’affettività e alla sessualità sia fondamentale per:
• promuovere relazioni sane,
• aumentare la consapevolezza riproduttiva,
• ridurre pregiudizi, discriminazioni, violenza e abuso,
• fare prevenzione vera.
Con le firme che presenteremo in Senato chiederemo di ascoltare chi, per ruolo educativo o per professione, vive ogni giorno il rischio di lasciare le giovani generazioni in un vuoto educativo.
Abbiamo bisogno anche di te.
FIRMA QUI
E buon 2026.

