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Abbiamo appreso da un recente servizio del TG3 RAI Lombardia della proposta di introdurre la figura del Medical Coach nei reparti ospedalieri come strumento per prevenire e mitigare il burnout e lo stress lavoro-correlato dei medici, in particolare nei contesti ad alta intensità assistenziale.
Il problema non è il burnout dei medici.
Su quello siamo tutti d’accordo.
Il problema è la soluzione proposta, che ci sembra quantomeno “paciugata”.
In Italia esiste già una professione sanitaria che, per formazione, competenze e mandato istituzionale, si occupa della prevenzione e del trattamento del disagio psicologico dei professionisti sanitari: lo psicologo.
La psicologia ospedaliera non è una disciplina da inventare.
Esiste da decenni, è presente negli ospedali italiani, produce ricerca, sviluppa interventi sul benessere organizzativo, sostiene pazienti, familiari e operatori sanitari.
Semmai il problema è un altro: troppo spesso è sottodimensionata e riceve investimenti insufficienti.
Per questo motivo lascia perplessi vedere promossa, addirittura attraverso il servizio pubblico, una figura non appartenente alle professioni sanitarie come possibile risposta a un bisogno che appartiene chiaramente all’ambito della salute psicologica.
Se un medico sviluppa burnout, stress cronico, sintomi ansiosi o difficoltà emotive legate al proprio lavoro, il professionista formato per intervenire è lo psicologo. Non esistono scorciatoie terminologiche né nuove etichette capaci di sostituire competenze costruite attraverso un percorso universitario, un tirocinio professionalizzante, la ricerca scientifica e la pratica clinica.
Per questo AltraPsicologia denuncia da tempo il progressivo proliferare di iniziative che alimentano una pericolosa confusione tra professioni regolamentate e pseudo-professioni, finendo per indebolire il ruolo della psicologia proprio nei contesti in cui dovrebbe essere maggiormente valorizzata.
È su questo terreno che gli Ordini professionali sono chiamati a esercitare fino in fondo la loro funzione istituzionale: tutelare le competenze dello psicologo e presidiare i confini della professione.
In questo quadro appare quantomeno singolare che nel Comitato Scientifico dell’Associazione Heartitude sieda anche la dott.ssa Biancamaria Cavallini, psicologa, consigliera di maggioranza dell’Ordine degli Psicologi della Liguria e componente dello Staff di Presidenza del CNOP.
Proprio in ragione dei ruoli istituzionali che ricopre, riteniamo legittimo chiederle se condivida la scelta della propria associazione di promuovere, in un contesto sanitario, una figura non appartenente alle professioni sanitarie come risposta al burnout dei medici e come concili questa posizione con il dovere di tutela della professione psicologica.
Per queste ragioni AltraPsicologia ha inviato una nota alla redazione del TG3 Lombardia, una richiesta di chiarimenti all’ASST Papa Giovanni XXIII e una segnalazione alla Commissione Tutela dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, affinché possa valutare la vicenda nell’ambito delle proprie competenze.
La posizione di AltraPsicologia è semplice e chiara: se vogliamo davvero prenderci cura di chi cura, non abbiamo bisogno di inventare nuove figure professionali.
Abbiamo bisogno di investire nella psicologia ospedaliera, di rafforzarne la presenza nei servizi e di valorizzare gli psicologi che già oggi possiedono le competenze scientifiche, cliniche e organizzative per sostenere il benessere dei professionisti sanitari.

