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La nuova edizione della WISC, commercializzata senza le norme in chiaro, si inserisce nella scia di una politica commerciale che nel recente passato ha guidato anche le riedizioni di altri test importanti come SCL-90 R, MMPI-II, Matrici di Raven.

Ma stavolta la comunità professionale sembra aver reagito diversamente.

C’è una vera e propria sollevazione popolare che non accenna a spegnersi.

E d’altronde è comprensibile: con queste nuove politiche commerciali lo psicologo compra, di fatto, un mero dispositivo di imputazione dati che fornisce un referto automatico, senza poter sapere nulla di quel che accade in mezzo.

E questo comporta importanti problemi a livello di responsabilità professionale, di consenso informato e di possibilità di ricerca e confronto sui test.

Inoltre stabilisce una sorta di dipendenza continua dalla casa editrice, perché non basta più acquistare il test, il manuale e i fogli, ma è necessario continuare a comprare crediti di scoring e appoggiarsi alla piattaforma.

 

I MOTIVI DELLE NUOVE POLITICHE COMMERCIALI

Pare che alla base di questo nuovo corso della politica commerciale sui test vi siano varie ragioni, fra cui la pirateria, che è possibile solo disponendo delle norme e delle istruzioni per lo scoring.

Sappiamo anche che non è una scelta solo italiana. In alcuni casi le case editrici italiane ereditano restrizioni commerciali dalle case madri da cui acquistano i diritti di distribuzione dei test.

Ed è anche, probabilmente, una politica del tutto legittima da parte degli editori che hanno i diritti di distribuzione commerciale dei test.

Fra l’altro non sono coinvolte solo le case editrici, perché i test sono costruiti e standardizzati da psicologi, che hanno tutto il diritto di volerli sfruttare anche commercialmente. Per cui abbiamo un conflitto di interessi interno alla comunità professionale.

Ma tutto questo non consola assolutamente, anzi: se tutto è legale e anche motivato, le prospettive sono ancora più fosche perché probabilmente la situazione non cambierà molto.

 

QUALI SONO I PROBLEMI DI QUESTE POLITICHE COMMERCIALI?

Un test venduto senza le norme in chiaro, senza informazioni sul campione su cui è stato tarato, e senza poter sapere come avviene il calcolo del report, è uno strumento che priva il professionista del controllo sui risultati e sul metodo.

Ci si deve fidare totalmente del report automatico fornito dal sistema.

Questo crea un problema di responsabilità sul risultato, ma anche di consenso informato, perché il professionista non ha voce in capitolo su come vengono prodotti i report e non è in grado di informare compiutamente il paziente sul metodo con cui viene valutato.

Per fare un paragone, nessun medico accetterebbe di usare un farmaco o uno strumento diagnostico senza conoscerne i dati di sperimentazione o i meccanismi di azione, perché contrario al codice di deontologia medica.

E potrebbe esserci un problema deontologico analogo anche per gli psicologi, tanto che gli Ordini professionali sono stati interpellati in merito.

Il problema è particolarmente sentito da chi usa i test per valutazioni che impattano sulla responsabilità genitoriale, sulla limitazione della libertà personale, sul riconoscimento del danno non patrimoniale, sui benefici per la disabilità o per l’assistenza scolastica.

Inoltre, la mancanza di norme e dati sul campione normativo impedisce di fare ricerca sui test, e quindi di capire se funzionano o meno, se sono attendibili e validi.

Infine c’è un problema di duplicazione di costi, perché molti di questi test commerciali vengono tarati in ambiente universitario, usando il lavoro di tirocinanti e ricercatori e le risorse pubbliche, per cui la comunità professionale li paga due volte, una volta quando vengono prodotti e una volta quando li acquista.

 

QUALI SOLUZIONI POSSIBILI?

La prima e più semplice sarebbe una modifica delle politiche commerciali da parte delle case editrici. Ma non è certo una soluzione che si possa imporre ad operatori commerciali privati, semmai potrà essere una loro scelta per soddisfare i clienti.

Una seconda soluzione è che le istituzioni pubbliche di categoria si organizzino per creare raccolte di strumenti gratuiti e aperti, che già esistono anche se purtroppo non coprono tutte le necessità di valutazione.

Una terza soluzione è la creazione di un mercato parallelo di test distribuiti in open source, e qui qualcosa si muove.

All’interno del più ampio movimento open science stanno nascendo iniziative open test volte a creare strumenti da mettere a disposizione della comunità professionale in modo aperto, sulla base di un accordo fiduciario.

Ci vorrà tempo per sviluppare un set di strumenti sufficientemente ampio, ma il movimento open test rappresenta sicuramente una prospettiva importante per rendersi autonomi dall’egemonia dei test commerciali.

 

CONCLUSIONI

Finalmente la questione è emersa in tutta la sua gravità, perché fino ad oggi la comunità professionale ha subito un progressivo passaggio ai test venduti senza norme senza quasi rendersi conto dei problemi che questo comporta.

Siamo di fronte ad un vasto movimento di opinione, che coinvolge il mondo professionale e il mondo accademico. Difficile che si possa far finta di nulla.

Le case editrici e gli autori di test potranno adottare una politica dilatoria, ma non potranno restare per sempre indifferenti alle lamentele della propria clientela.

Ma questa non è sicuramente l’unica soluzione da perseguire.

Se si vuole evitare di essere del tutto dipendenti da dinamiche grettamente commerciali, si dovranno immaginare soluzioni open source che per ora sono solo all’inizio, che che dovranno svilupparsi in modo sempre più strutturato fino a costituire una reale alternativa.

Sarà interessante vedere, in tutto questo, il ruolo giocato dalle istituzioni di categoria, in particolare gli Ordini, e anche dal mondo accademico che per ora ha assunto una posizione critica molto netta, ma poi dovrà scegliere se contribuire alla strutturazione di soluzioni open.