
La psicologia scolastica dura meno della ricreazione
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17 Ottobre 2025C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel festeggiare come un risultato il Bonus Psicologo “diventato strutturale” o i finanziamenti per un progetto svilente di psicologia scolastica, e poi scandalizzarsi se le aziende private iniziano a promuovere gift card per sedute di psicoterapia nei cataloghi dei supermercati.
Da un lato gridiamo allo scandalo per la psicoterapia “da supermercato”, dall’altro esultiamo per finanziamenti statali assegnati a click day, a pioggia, o attraverso progetti carenti e frammentari.
Eppure, la differenza tra una gift card e un bonus distribuito in base alla velocità di connessione è solo nella confezione: una si presenta come promozione privata, l’altro come iniziativa pubblica.
Ma entrambi condividono la stessa matrice culturale: la psicologia come prestazione da distribuire in quantità limitata, a chi riesce ad aggiudicarsela o a comprarla.
E ormai non possiamo più dirci che si tratti di eccezioni dovute a emergenze o contingenze: è diventato un modello.
Continuando a ripeterci che “qualcosa è meglio di niente”, abbiamo finito per normalizzare il praticamente niente come misura sufficiente.
Quando avalliamo progetti una tantum, click day, bonus temporanei o sportelli a ore completamente scollegati dai bisogni reali dei contesti, non stiamo difendendo la psicologia: stiamo legittimando la sua marginalità.
La salute mentale si riduce a una parentesi, a un progetto di comunicazione, a un servizio simbolico più che reale.
Un modo per dire “abbiamo fatto qualcosa”, senza costruire niente.
E noi, come categoria, ci adattiamo sempre di più: per sopravvivenza, per stanchezza, troppo spesso per mancanza di coraggio e di visione politica e sociale.
Ogni volta che accettiamo un modello ridotto, rinunciamo a una parte della nostra funzione sociale.
La cura psicologica non può essere né un prodotto di marketing né una misura elemosinata: o è parte strutturale dei servizi pubblici, oppure resta un lusso occasionale per chi può permetterselo.
Non possiamo indignarci per la gift card se nel frattempo avalliamo la logica dei soldi pubblici distribuiti come lotterie digitali, o portiamo nelle scuole una psicologia che dura meno del tempo della ricreazione.
Servono finanziamenti strutturali e progetti efficienti, continuità, valutazione degli esiti, e soprattutto servizi stabili di psicologia scolastica, non sportelli-fantasma.
Serve equità di accesso, non competizione tra utenti.
Solo così la psicologia smetterà di essere “erogabile” e tornerà a essere socialmente necessaria.
Perché la differenza tra la gift card privata e il click day statale non è etica, è di ipocrisia.
Se accettiamo la logica del “meglio di niente”, siamo i primi a rinunciare alla qualità e allo spessore del nostro lavoro. E allora non possiamo stupirci quando il mercato ci prende sul serio e sulle nostre carenze e ipocrisie ci costruisce un business.
La verità è che la psicologia vale quanto noi stessi — come comunità professionale e scientifica — le permettiamo di valere.
E se siamo i primi a trattarla come un gadget a basso costo, come un progetto a scadenza o come un bonus-premio, anche le aziende e il mercato faranno lo stesso.

