
Borse di Studio e Scuole di Specializzazione Universitarie in Psicologia: una commedia degli errori
22 Ottobre 2025
L’intelligenza artificiale è legge. Ora tocca a noi psicologi
1 Novembre 2025Il fatto che l’intelligenza artificiale, da fenomeno da wunderkammer qual era agli albori, sia rapidamente diventata parte di un’infrastruttura cognitiva, certo desta scalpore; soprattutto quando, senza arenarsi nella domanda se arrivi prima l’atto cognitivo o quello affettivo, l’intelligenza artificiale riesce a costruire empatia, relazione, forse persino un principio di intersoggettività.
Questo spaventa massimamente noi psicologə, in particolare clinicə, per la possibilità che la cura possa a un certo punto accadere nel setting cyborg dell’interazione tra un essere umano e una macchina. Spaventa e indigna, perché dopo la considerazione metodologica (è in grado un’intelligenza artificiale di fare il mestiere di psicologə nell’interesse del paziente?) emerge quella escatologica (che fine faremo noi psicologə?).
Per certi versi, abbiamo già perso
A questo stimolo, il discorso psicologico che viene a svilupparsi nel rimbalzo tra social, chat, articoli, chiacchiere da bar studio è grossomodo il seguente: l’umano è insostituibile, perché sta nelle relazioni in modi in cui la macchina non sa stare, anzitutto perché ha senso di responsabilità, ha deontologia, è empatico, ma sa anche quando non esserlo. L’umano è cangiante, creativo, libero, ma anche connesso, situato, radicato; e lo è per davvero, nel senso che non produce la propria libertà simulandola, né il proprio radicamento; è parte di una matrice vivente; verrebbe da dire “è psichico”, prima che cognitivo, neurale, prima che Sé o identità.
Ma non è di intelligenza artificiale che parla questo contributo, o, almeno, non limitatamente.
Perché se gareggiamo con l’intelligenza su empatia, relazionalità, interattività è possibile che ne usciremmo frustratə e – ulteriormente – indignatə, perché è del tutto possibile, e sta a noi scoprirlo, che con una buona potenza di calcolo molte di queste qualità siano riproducibili.
C’è tuttavia una qualità che non l’intelligenza artificiale non può in alcun modo sussumere: l’apertura.
Responsabilità sociale: psicologia dello spazio politico
Come ci invita a fare in un articolo sempreverde pubblicato da Giuseppe Vinci su Ecologia della Mente (2007), dovremmo riconoscere la dimensione sociale, rilancerei “strutturale”, della sofferenza e dei problemi che vengono sempre più portati allə psicologə, passando attraverso la risignificazione dell’articolo 3 del Codice Deontologico, in cui si parla della nostra responsabilità sociale. Concettualizzando lo spazio del cambiamento del setting psicologico come influenza, questo dice in sintesi l’articolo, bisogna avere estremo riguardo per i riverberi che tale influenza (che ha a che fare con la dimensione del potere) può avere su altri livelli della vita delle persone. Rinforzare un comportamento ribelle può avere significati e impatti molto differenti se fatto con unə adolescente, unə detenuto o unə dipendente di un’azienda.
Tradurre tutto questo in ottica unicamente cautelativa sarebbe tuttavia un restringimento del senso dell’articolo 3. Piuttosto, possiamo vedere nella “particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici” quell’apertura che differenzia l’intervento psicologico da qualunque forma di intervento possa attuare un’intelligenza artificiale: apertura della funzione di cura a farsi spazio politico, dellə psicologə a costituirsi come homo civicus (Vinci, ibidem).
Fare psicologia è agire nel mondo
Tutto questo non vuol dire necessariamente diventare attivistə, o entrare nella politica professionale. Anche questa sarebbe una visione ristretta. Piuttosto, si intende stimolare la riappropriazione nel discorso psicologico dei nessi tra il problema esperito dallə paziente, comunità, organizzazione e le crisi sempre più vorticose che trascinano economia, relazioni internazionali, mondo del lavoro, società, ecosistema.
Significa (seguono provocazioni) abitare con spirito critico le contraddizioni del lavorare per una piattaforma che eroghi servizi psicologici clinici; rendersi conto che in alcune organizzazioni il benessere maggiore che possiamo promuovere è stimolando dimissioni di massa; che il ritiro sociale di moltə adolescenti è la manifestazione più nichilista e post-moderna di critica alla comunità educante da noi tanto osannata.
La prossimità come superamento dell’individualismo
In tal senso, il periodo presente vede noi psicologhə sempre più incardinati nelle istituzioni: nelle Case di Comunità, negli Ambiti Sociali Territoriali, nelle scuole. Con un mandato di prossimità che ci confonde e ci sfida.
Se nel costruire risposte alla domanda aumentata di psicologia seguiremo l’euristica dello studio, rischiamo di impoverire le possibilità trasformative riconosciute alla nostra responsabilità sociale. Abbiamo invece bisogno di creare noi stessə, senza attendere che sia un Ordine a farlo, quei contesti in cui ripensare le nostre pratiche in modo decentrato, aperto e sociale; relazionandoci alle nuove forme della partecipazione e dell’esercizio di cittadinanza. Provare a disegnare l’integrale della moltitudine di esperienze di cura che ogni giorno costruiamo e mettendole in relazione tra loro, perché in questi nuovi setting riconosciuti istituzionalmente i percorsi di cura possano collettivizzarsi e farsi vettori di cambiamento sociale, dei contesti e delle strutture.

